SICUREZZA EUROPEA

Putin potrebbe testare la Nato già dall’autunno: cambia la valutazione dell’intelligence Usa

Il rischio non è soltanto militare: un’azione deliberatamente limitata potrebbe costringere l’Alleanza a decidere dove comincia davvero l’Articolo 5. La finestra indicata va dall’autunno 2026 al 2029.

Washington non considera più improbabile una provocazione diretta contro un Paese alleato mentre la guerra in Ucraina è ancora in corso. Gli scenari vanno dal cyberattacco a una piccola incursione sul fianco orientale.

Putin potrebbe testare la Nato già dall’autunno: cambia la valutazione dell’intelligence Usa
Il problema per la Nato potrebbe non essere respingere un’invasione, ma riconoscere abbastanza in fretta un attacco costruito per restare al limite dell’Articolo 5.

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Nelle nuove valutazioni dell’intelligence americana compare uno scenario che fino a pochi mesi fa veniva considerato improbabile: Vladimir Putin potrebbe decidere di provocare direttamente un Paese della Nato prima ancora che la guerra in Ucraina sia conclusa.

Secondo funzionari statunitensi citati dal Wall Street Journal, le ipotesi prese in considerazione non descrivono necessariamente l’inizio di una guerra convenzionale. Si va da un cyberattacco all’impiego di piccoli gruppi armati senza insegne, fino a un’incursione terrestre circoscritta sul fianco orientale dell’Alleanza. La finestra temporale considerata dalle valutazioni americane si apre nell’autunno del 2026 e arriva al 2029.

È una distinzione essenziale. Non c’è l’indicazione che Putin abbia già deciso un’operazione di questo tipo, né viene descritto un piano russo pronto a essere eseguito. È cambiata la valutazione del rischio: Washington non esclude più che Mosca possa cercare un confronto diretto con la Nato mentre continua a combattere in Ucraina.

Ed è proprio la dimensione limitata dell’eventuale azione a rendere lo scenario delicato.

Il punto debole non è l’Articolo 5, è la soglia

Un’invasione riconoscibile di un Paese alleato lascerebbe relativamente poco spazio alla discussione sulla natura dell’attacco. Un’operazione ibrida costruita per mantenere incerti autore, dimensione e obiettivo pone invece un problema diverso.

Quando una provocazione diventa un attacco alla Nato?

L’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico stabilisce che un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. Ma non esiste un automatismo che trasformi qualsiasi incidente in una risposta militare collettiva.

La stessa Nato precisa che la natura di un attacco deve essere valutata caso per caso e che anche un cyberattacco o un’azione ibrida particolarmente grave possono raggiungere la soglia dell’“attacco armato”. Inoltre, ciascun alleato presta l’assistenza che ritiene necessaria: questa può comprendere l’impiego della forza, ma non è obbligata a coincidere con esso.

È dentro questo spazio politico che una provocazione calibrata potrebbe produrre il massimo effetto con il minimo impiego militare.

Un territorio occupato per poche ore, un’infrastruttura paralizzata da un cyberattacco o un gruppo armato del quale non sia immediatamente dimostrabile la provenienza possono costringere 32 governi a prendere rapidamente una decisione sulla natura dell’accaduto, sull’attribuzione e sulla risposta.

Il test, in altre parole, riguarderebbe prima la coesione dell’Alleanza e poi la sua potenza militare.

Per Mosca l’eventuale risultato strategico non sarebbe necessariamente conquistare territorio. Potrebbe essere sufficiente far emergere divergenze fra gli alleati e, soprattutto, aprire pubblicamente la domanda che sostiene l’intero meccanismo della deterrenza: gli Stati Uniti reagirebbero nello stesso modo degli europei?

È una domanda che la Nato cerca precisamente di impedire a qualsiasi avversario di considerare conveniente porre.

La stima cambia mentre la guerra resta aperta

Fino all’inizio di quest’anno, secondo quanto riferito da funzionari americani, le valutazioni statunitensi tendevano a escludere che Putin potesse provocare direttamente l’Alleanza prima della conclusione della guerra in Ucraina.

Ora quell’assunto non viene più considerato sufficientemente solido.

Nelle analisi pesano l’andamento del conflitto, le perdite russe, i risultati limitati ottenuti sul terreno e la crescente capacità dei droni ucraini di raggiungere obiettivi militari ed energetici all’interno della Russia. A questo si aggiunge la pressione interna sul Cremlino per trasformare un conflitto lungo e costoso in un risultato politicamente spendibile.

Nessuno di questi elementi dimostra che Putin intenda allargare la guerra alla Nato. La loro combinazione modifica però il calcolo sul comportamento che il Cremlino potrebbe ritenere conveniente se la situazione diventasse ancora più difficile.

C’è poi un elemento americano che rende la valutazione meno teorica.

Il Wall Street Journal segnala carenze in alcune munizioni considerate critiche dagli Stati Uniti, tra cui missili Precision Strike, ATACMS e Stinger. Le scorte sono state sottoposte a forte pressione prima dai trasferimenti all’Ucraina e poi dall’impiego di armamenti nel conflitto con l’Iran.

Questo non significa che gli Stati Uniti non dispongano delle capacità per difendere la Nato. Significa piuttosto che il rischio russo viene valutato mentre Washington deve distribuire risorse militari tra più crisi contemporaneamente. Anche questo entra inevitabilmente nel calcolo della deterrenza.

Lipsia e la difficoltà di attribuire un attacco

Quanto possa essere opaca la zona grigia lo mostra, su un piano completamente distinto, quanto accaduto all’aeroporto di Lipsia/Halle.

Un drone dotato di esplosivo professionale e detonatore è stato trovato all’interno dell’area aeroportuale. La Procura federale tedesca ha assunto la direzione dell’indagine e ha definito l’episodio un grave attacco alle infrastrutture di trasporto e logistica del Paese, tale da aver rappresentato una minaccia per la sicurezza interna ed esterna della Germania.

Al momento non esiste però un’attribuzione ufficiale alla Russia.

Ed è esattamente per questo che Lipsia non va presentata come la prova delle valutazioni americane. Mostra un problema diverso: tra un incidente, un sabotaggio, un’operazione clandestina e un atto ostile riconducibile a uno Stato può esistere un intervallo durante il quale la natura dell’attacco non è ancora chiara.

In una strategia ibrida quell’intervallo non è un dettaglio. Può essere parte dell’operazione.

La deterrenza della Nato è più semplice quando l’avversario sa con certezza quale linea non deve attraversare. Diventa più complessa quando qualcuno prova a scoprire dove quella linea si trovi davvero.

Le nuove valutazioni americane non dicono che Putin attaccherà la Nato. Dicono qualcosa di diverso e, politicamente, non meno rilevante: gli Stati Uniti hanno smesso di considerare incompatibile un simile test con una guerra ancora aperta in Ucraina.

Da quel momento la domanda cambia. Non è soltanto se la Nato sarebbe in grado di respingere un attacco russo. È se saprebbe riconoscerlo e concordare una risposta quando l’attacco fosse costruito apposta per sembrare troppo piccolo per una guerra e troppo grave per essere ignorato.

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FOTO: Elaborazione grafica RotoNotizie su fotogramma tratto da un video di Smart News Italia pubblicato su YouTube.

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