La proposta di Vladimir Putin di riunire Donald Trump e Xi Jinping per discutere della guerra in Ucraina arriva in un momento particolarmente delicato per la Casa Bianca. Il presidente americano ha ripetutamente rivendicato il proprio impegno per porre fine al conflitto, ma a due settimane dalle elezioni di metà mandato si trova a fronteggiare un crescente malcontento interno, alimentato dalle difficoltà economiche, dall’aumento del costo della vita e dalle conseguenze della guerra con l’Iran. Il possibile vertice risponde quindi a interessi che non appartengono soltanto a Mosca, anche se Putin e Trump potrebbero attribuire alla trattativa priorità e scadenze molto differenti.
Trump cerca una svolta diplomatica mentre il suo consenso scende e le midterm si avvicinano. Putin propone un negoziato con Washington e Pechino, ma il possibile incontro cadrebbe dopo le elezioni americane, lasciando aperta una questione cruciale: quale dei due presidenti dispone realmente di maggiori margini per aspettare?
Le midterm e il peso del calendario americano
Il 3 novembre gli americani rinnoveranno la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato, in una consultazione che potrebbe modificare i rapporti di forza al Congresso e condizionare la seconda parte della presidenza Trump. Un sondaggio Washington Post–ABC News–Ipsos pubblicato il 18 ottobre attribuisce al presidente un indice di gradimento del 31%, mentre il 69% degli intervistati esprime un giudizio negativo sul suo operato. La rilevazione segnala inoltre un crescente disagio economico e una forte insoddisfazione per le conseguenze della guerra con l’Iran.
In questo contesto, la possibilità di annunciare progressi verso la conclusione del conflitto ucraino avrebbe un evidente valore politico per la Casa Bianca. Trump potrebbe presentare un eventuale avanzamento negoziale come conferma della propria capacità di ottenere risultati diplomatici, anche se non esistono elementi sufficienti per sostenere che l’imminenza delle elezioni sia la motivazione determinante delle sue scelte.
C’è inoltre una differenza tra l’annuncio di un’intesa e la sua realizzazione. L’eventuale vertice con Putin e Xi si terrebbe a novembre, a margine del forum APEC in Cina, quando le elezioni americane saranno già concluse. Prima del voto, Trump potrebbe dunque valorizzare soltanto l’esistenza di una prospettiva negoziale o eventuali risultati preliminari, mentre un accordo definitivo richiederebbe tempi e concessioni che nessuna delle parti ha finora chiarito.
Putin, invece, non ha la stessa urgenza politica di Trump e può affrontare il negoziato senza l’assillo di una scadenza elettorale. Sul Cremlino pesano i costi militari ed economici della guerra, ma il calendario americano potrebbe offrire a Mosca un margine di manovra in più nella trattativa.
Due presidenti interessati alla trattativa, ma non alle stesse condizioni
Secondo il Wall Street Journal, durante la telefonata del 9 ottobre Putin avrebbe proposto a Trump un vertice con Xi Jinping per discutere una conclusione della guerra in Ucraina favorevole agli interessi russi. L’amministrazione americana stava già valutando un incontro fra i tre leader sul controllo degli armamenti nucleari, e il Cremlino avrebbe cercato di estendere il confronto anche alla questione ucraina.
La risposta pubblica di Trump è arrivata il 19 ottobre, quando si è dichiarato disponibile a incontrare Putin e Xi Jinping, indicando il disarmo nucleare come tema principale del possibile vertice. Sulla guerra in Ucraina il presidente americano ha ribadito di essere già impegnato nei negoziati con Mosca, ma ha soprattutto intensificato gli attacchi a Zelensky, accusandolo di ostacolare la pace e sostenendo che Kyiv dovrebbe affidare ad altri la conduzione delle trattative. Una posizione che segue la richiesta, avanzata il 10 ottobre, di un cambio alla presidenza ucraina e che si accompagna a giudizi decisamente indulgenti verso il Cremlino, del quale Trump ha minimizzato le recenti operazioni militari.
Del resto il tycoon punta a una cosa sola: ottenere un accordo che metta fine al conflitto. Il 18 ottobre ha giustificato la propria accondiscendenza nei confronti del Cremlino con la volontà di mantenere aperto il dialogo, mentre il calo dei consensi e l’imminenza delle elezioni di metà mandato rendono un’intesa particolarmente preziosa sul piano politico. Putin potrebbe sfruttare questa urgenza per condizionare i termini dell’accordo, portando direttamente al tavolo con Washington le richieste territoriali e le garanzie di sicurezza che Kyiv continua a respingere, con l’obiettivo di negoziare la fine della guerra senza l’Ucraina al tavolo.
Xi frena Trump sul disarmo nucleare
A complicare i progetti di Washington e Mosca potrebbe essere proprio Xi Jinping, la cui partecipazione al vertice rimane tutt’altro che scontata. Interrogata il 19 ottobre sull’iniziativa attribuita a Putin, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha dichiarato di non avere informazioni da comunicare, mentre Pechino aveva già respinto pochi giorni prima l’ipotesi di un negoziato trilaterale sul disarmo nucleare, proprio il tema che Trump avrebbe messo al centro dell’incontro.
Arrivata il 16 ottobre la risposta cinese era stata particolarmente netta: l’arsenale di Pechino non è paragonabile per dimensioni a quelli di Stati Uniti e Russia, ai quali spetterebbe dunque la responsabilità principale di procedere alla riduzione delle armi nucleari. Chiedere alla Cina di partecipare a una trattativa su un piano di parità è stato definito dal ministero degli Esteri ingiusto, irragionevole e irrealistico. Una presa di posizione che lascia Trump davanti a una difficoltà tutt’altro che secondaria: il presidente americano si dice pronto a discutere di denuclearizzazione con Putin e Xi, ma Pechino non riconosce neppure le premesse del negoziato che Washington vorrebbe avviare.
Le concessioni a Mosca e la pressione su Zelensky
Il riavvicinamento a Mosca ha già prodotto decisioni concrete. Washington ha annunciato un accordo per importare diesel russo e Trump ha firmato una deroga a importanti sanzioni contro il Cremlino, mentre sul fronte ucraino continuano ad accumularsi tensioni sulle forniture militari e sulle condizioni del negoziato. Le aperture americane alla Russia hanno suscitato critiche anche al Congresso, dove esponenti di entrambi i partiti contestano una linea che rischia di alleggerire la pressione economica su Putin proprio mentre prosegue la guerra.
Zelensky ha reagito accusando Trump, in un’intervista a Bloomberg, di voler spingere l’Ucraina alla resa, mentre il 19 ottobre, incontrando una delegazione bipartisan di parlamentari americani, ha denunciato ulteriori ritardi nelle consegne di missili già finanziati dagli alleati. Il presidente ucraino ha tuttavia avanzato anche una proposta concreta, dichiarandosi disposto a sospendere per trenta giorni gli attacchi alle raffinerie russe, come richiesto dalla Casa Bianca, in cambio di nuovi intercettori Patriot per proteggere il territorio ucraino dai bombardamenti.
La proposta porta il confronto su un terreno particolarmente delicato: Trump chiede a Kyiv di rinunciare, almeno temporaneamente, agli attacchi contro un settore strategico dell’economia russa, mentre Zelensky subordina quella rinuncia al rafforzamento delle proprie difese. Sul tavolo non ci sono dunque soltanto le condizioni di una futura pace, ma anche quelle alle quali l’Ucraina dovrebbe continuare a combattere nell’attesa di un accordo.
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