Chiara Appendino sostiene che Matteo Renzi allontani elettori dal campo progressista e lo definisce un «fattore sottrattivo». Renzi reagisce richiamando la condanna definitiva dell’ex sindaca di Torino per i fatti di Piazza San Carlo; Appendino replica accusandolo di spostare sul terreno personale un confronto che dovrebbe essere politico. La polemica ha occupato rapidamente la scena, ma dietro lo scontro c’è un problema molto più interessante della reciproca incompatibilità tra i due: quanto vale davvero un partito quando entra in una coalizione?
Italia Viva vale poco più del 2%, ma il peso di Renzi nel centrosinistra non si misura soltanto contando i suoi elettori.
Appendino mette sul tavolo una questione elettorale
Alla Festa dell’Ottimismo, Appendino non si è limitata a ribadire la propria contrarietà a Renzi, ha costruito il ragionamento su due piani: l’affidabilità politica, richiamando la caduta del Conte II nel gennaio 2021, e la capacità elettorale. Secondo l’ex sindaca di Torino, Jobs Act, Buona Scuola e opposizione al reddito di cittadinanza continuerebbero a pesare nel giudizio di una parte dell’elettorato progressista.
La parte politicamente più rilevante del ragionamento di Appendino è nella definizione di Renzi come “fattore sottrattivo”. Il punto non è il consenso limitato di Italia Viva, ma l’effetto che la presenza del suo leader può produrre sugli elettori delle altre forze della coalizione.
I sondaggi non bastano per trasformare questa tesi in una certezza, ma indicano che il problema esiste e che il peso di Renzi non può essere misurato soltanto con la percentuale attribuita al suo partito.
Italia Viva vale il 2,2%. Renzi pesa anche fuori da quel numero
Nella Supermedia YouTrend/Agi del 1° ottobre Italia Viva è al 2,2%, mentre PD, M5S e AVS valgono rispettivamente il 20,4%, il 12,8% e il 6,3%. Guardando soltanto l’aritmetica, aggiungere Italia Viva significa aumentare il bacino della coalizione.
Il comportamento elettorale, però, non funziona necessariamente come una somma di percentuali. Un sondaggio BiDiMedia realizzato a giugno ha chiesto direttamente agli elettori del Movimento 5 Stelle cosa accadrebbe in presenza di Renzi nel campo largo. Il 56% si dichiarava contrario alla sua presenza, soltanto il 20% favorevole. Alla domanda sul voto, il 62% avrebbe comunque confermato il M5S, mentre il 21% dichiarava che non lo avrebbe più votato e il 17% restava indeciso. È una dichiarazione d’intenzione, non la prova che quei voti verrebbero realmente perduti alle urne, ma fotografa una tensione elettorale concreta.
È questo il meccanismo evocato da Appendino: un partito del 2% può avere un effetto superiore al proprio peso se cambia la disponibilità degli elettori degli alleati a sostenere l’intera coalizione.
Ma i sondaggi non emettono una sentenza contro Renzi
Allargando lo sguardo all’intero elettorato progressista, il quadro diventa meno netto: Ipsos, nella rilevazione pubblicata il 19 settembre, registra una maggioranza molto ampia favorevole alla presenza nella coalizione di PD, AVS, M5S e +Europa, mentre su Italia Viva il giudizio è più incerto. Il 47% degli elettori progressisti la vorrebbe comunque nell’alleanza, una quota inferiore rispetto agli altri partiti ma tutt’altro che marginale. Anche sulla forma dello schieramento emergono differenze: il 41% preferisce una coalizione larga capace di rivolgersi ai moderati, mentre il 36% vorrebbe un’alleanza più spostata a sinistra.
Dunque Appendino coglie una fragilità reale, soprattutto nell’elettorato pentastellato, ma la formula secondo cui “tutti i sondaggi” dimostrerebbero che Renzi fa perdere voti è più netta di quanto consentano i dati.
Una parte dell’elettorato lo considera incompatibile con il proprio campo politico; un’altra considera invece necessaria un’apertura verso il centro.
Perché Renzi produce una reazione diversa dagli altri piccoli partiti
Italia Viva non viene percepita soltanto attraverso il consenso che raccoglie oggi, perché Renzi continua a portare con sé una storia politica capace di dividere profondamente una parte dell’elettorato progressista.
Per una parte della sinistra e soprattutto dell’elettorato M5S, il nome di Renzi resta associato al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo scontro sul reddito di cittadinanza e alla crisi che nel 2021 pose fine al secondo governo Conte, tutti passaggi che Appendino ha richiamato per motivare la propria opposizione alla sua presenza nel campo largo.
Esistono inoltre differenze programmatiche contemporanee. L’indagine Ipsos sull’elettorato progressista individua convergenze importanti su welfare e redistribuzione, ma registra divisioni significative su temi come guerra in Ucraina e nucleare.
L’indagine Ipsos sull’elettorato progressista mostra inoltre differenze programmatiche tutt’altro che marginali: accanto a convergenze importanti su welfare e redistribuzione, restano divisioni significative su dossier come la guerra in Ucraina e il nucleare. Anche per questo Renzi non entra nel campo largo come una semplice aggiunta numerica, perché la sua presenza incide sull’identità complessiva della coalizione e riapre la questione di quanto il centrosinistra possa spingersi verso il centro senza perdere una parte della propria base.
La somma che il campo largo non può fare con la calcolatrice
La polemica tra Appendino e Renzi passerà probabilmente insieme a molte altre, mentre resterà aperta la questione politica che ha fatto emergere: capire se il campo largo possa davvero sommare tutte le sue componenti senza perdere per strada una parte degli elettori.
Un campo formato da PD, M5S, AVS, Italia Viva e +Europa può essere calcolato sommando le rispettive percentuali. Ma quella somma descrive partiti considerati separatamente. Non misura automaticamente ciò che gli stessi elettori farebbero vedendoli presentarsi insieme.
Il 2,2% di Italia Viva assume così un peso politico diverso dal suo valore aritmetico, perché Renzi può portare i propri elettori ma anche rendere più difficile la convivenza con una parte di quelli pentastellati e della sinistra. Allo stesso tempo, la sua presenza può rendere la coalizione più accessibile a un elettorato moderato che non sceglierebbe uno schieramento percepito come troppo sbilanciato verso PD, M5S e AVS.
I sondaggi fotografano entrambe le possibilità senza stabilire quale delle due prevarrebbe davvero nel momento del voto, quando alla semplice dichiarazione d’intenzione si sostituisce una scelta concreta tra coalizioni, candidati e programmi.
Il campo largo dovrà quindi misurarsi non soltanto con la somma delle percentuali, ma con la tenuta reale di un elettorato chiamato a riconoscersi nello stesso schieramento.
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