Russia al voto nel quinto anno di guerra: cyberattacchi, veterani e opposizione esclusa
Un seggio elettorale a Mosca durante le elezioni per il rinnovo della Duma.

RUSSIA AL VOTO

Russia al voto nel quinto anno di guerra: cyberattacchi, veterani e opposizione esclusa

Prime legislative dall’invasione dell’Ucraina: Russia Unita resta favorita mentre la guerra entra nelle urne e nel sistema elettronico di voto.

Il Cremlino cerca nelle elezioni una conferma della tenuta del Paese dopo quattro anni e mezzo di conflitto. Ma la Russia che vota nel 2026 è molto diversa da quella che elesse l’ultima Duma: gli attacchi ucraini raggiungono infrastrutture e raffinerie, l’economia rallenta e la richiesta di negoziati cresce nei sondaggi.

Putin sa già con buona approssimazione quale maggioranza uscirà dalle urne. Quello che deve ancora misurare è quanta Russia riesce a portare con sé dopo quattro anni e mezzo di guerra.

Quando nel settembre 2021 la Russia elesse l’ultima Duma, l’invasione su larga scala dell’Ucraina doveva ancora cominciare. Cinque anni dopo il Paese torna alle urne con una guerra che ha cambiato l’economia, il lavoro, la spesa pubblica, la composizione della classe dirigente e perfino la geografia sulla quale Mosca pretende di esercitare il proprio potere. Per tre giorni, dal 18 al 20 settembre, oltre 111 milioni di elettori sono chiamati a rinnovare i 450 seggi della camera bassa del Parlamento russo. Russia Unita, il partito che sostiene Vladimir Putin, parte ancora una volta da una posizione che rende improbabile qualsiasi cambiamento sostanziale negli equilibri della Duma.

Putin ha dato personalmente al voto un significato che supera il rinnovo del Parlamento. Nel messaggio agli elettori ha legato la partecipazione alla capacità della Russia di mostrarsi unita dietro i soldati impegnati al fronte e di resistere ai tentativi di dividerla. La maggioranza parlamentare conta, ma conta altrettanto l’immagine che il Cremlino potrà costruire intorno al risultato: un Paese che continua a votare, a funzionare e a sostenere la propria leadership mentre combatte la guerra più lunga affrontata dalla Russia post-sovietica.

Un voto senza vera opposizione

Russia Unita non deve affrontare un avversario in grado di insidiarne seriamente il controllo della Duma. Comunisti, liberal-democratici, Russia Giusta e Nuova Gente continueranno a contendersi una parte dell’elettorato, ma tutte le formazioni ammesse alla competizione nazionale sostengono le principali scelte del Cremlino e nessuna mette in discussione la prosecuzione della guerra alle condizioni fissate da Mosca.

L’unico partito registrato che aveva mantenuto apertamente una posizione contraria alla guerra, Yabloko, non partecipa alla quota proporzionale. La Corte Suprema ha escluso la lista nazionale ad agosto per presunte violazioni delle norme elettorali, accuse respinte dal partito. Alcuni suoi candidati sono rimasti in corsa nei collegi uninominali, ma l’organizzazione arriva al voto dopo mesi di pressione giudiziaria e politica. Lev Shlosberg, vicepresidente di Yabloko e una delle voci più note contro il conflitto, è stato condannato ad agosto a undici anni e un mese di colonia penale per dichiarazioni nelle quali aveva denunciato la guerra e chiesto un cessate il fuoco.

Le tensioni sono proseguite anche nei seggi. Sabato Yabloko ha denunciato l’arresto di un proprio osservatore a San Pietroburgo, che avrebbe perso conoscenza durante l’intervento della polizia. Il partito e i comunisti hanno segnalato ostacoli agli osservatori, apertura di urne sigillate e altre irregolarità. La Commissione elettorale centrale afferma di avere registrato più di 380 mila osservatori nazionali e oltre un migliaio di internazionali, ma l’OSCE non è presente: Mosca non l’ha invitata e l’organizzazione ha definito la decisione incompatibile con gli impegni assunti dalla Russia come Stato partecipante.

L’assenza di una vera alternativa contraria alla guerra rende inevitabilmente più difficile leggere il risultato come un referendum sul conflitto. Putin potrà utilizzare affluenza e percentuali per sostenere che il Paese continua ad appoggiare la linea del Cremlino, ma chi avrebbe potuto offrire agli elettori una scelta apertamente diversa è stato in larga parte escluso prima dell’apertura delle urne.

La guerra è arrivata dentro la Russia

Il Paese che vota, intanto, sente il conflitto molto più da vicino rispetto anche soltanto a un anno fa. Gli attacchi ucraini con droni si sono intensificati e hanno colpito ripetutamente raffinerie, depositi, aziende e infrastrutture a centinaia o migliaia di chilometri dalla linea del fronte. A metà settembre metà delle principali raffinerie russe produttrici di diesel aveva dovuto ridurre o interrompere la produzione dopo una nuova serie di attacchi, contribuendo alle difficoltà nelle forniture di carburante e spingendo Mosca a limitare le esportazioni.

Anche l’economia continua a sostenere un costo crescente. L’inflazione resta superiore al 6%, i tassi elevati frenano consumi e investimenti, la produzione mostra segnali di stagnazione e il mercato del lavoro soffre una grave carenza di personale nonostante una disoccupazione ufficiale poco superiore al 2%. La spesa militare sostiene alcuni settori e alcune regioni, ma assorbe una quota enorme delle risorse pubbliche e costringe il governo ad aumentare tasse e indebitamento.

La stanchezza per la guerra non si traduce automaticamente in opposizione a Putin. Le due cose, nella Russia del 2026, non coincidono necessariamente. I sondaggi citati da Reuters mostrano però che oltre il 60% degli intervistati è ormai favorevole all’apertura di negoziati di pace. Mosca continua a dichiararsi disponibile a trattare, ma pretende che qualsiasi accordo riconosca obiettivi territoriali che Kyiv considera inaccettabili. Il risultato delle urne dirà quindi molto meno sulla volontà dei russi di continuare a combattere di quanto potrà sostenere la narrazione ufficiale nelle ore successive allo scrutinio.

Cyberattacchi contro il voto elettronico

Anche le infrastrutture elettorali sono finite dentro la guerra. Nella notte tra venerdì e sabato le autorità russe hanno segnalato un forte attacco informatico contro il sistema di voto elettronico di Mosca. La presidente della Commissione elettorale centrale, Ella Pamfilova, ha riferito che i tentativi sono proseguiti durante la giornata ma sarebbero stati respinti senza interrompere le operazioni. Il ministero dello Sviluppo digitale ha denunciato separatamente un tentativo di sabotaggio delle linee di comunicazione nell’Estremo Oriente russo, sostenendo che i collegamenti siano stati successivamente ripristinati.

Mosca non ha diffuso elementi tecnici che permettano di verificare in modo indipendente la provenienza degli attacchi. Putin ha accusato direttamente l’Ucraina di cercare di interferire nelle elezioni, senza presentare prove pubbliche. Kyiv considera invece illegittimo l’intero processo organizzato nei territori ucraini occupati e ha definito il voto russo privo dei requisiti necessari per essere considerato libero.

Non è un elemento secondario per un Paese che ha ampliato negli ultimi anni l’utilizzo del voto elettronico. Putin stesso ha votato online. Il Cremlino presenta la digitalizzazione come prova dell’efficienza e della normalità delle istituzioni russe, ma proprio quella rete diventa inevitabilmente un bersaglio in una guerra nella quale operazioni informatiche, sabotaggi e attacchi alle infrastrutture accompagnano ormai quotidianamente le operazioni militari convenzionali.

Sabato pomeriggio l’affluenza ufficiale aveva raggiunto il 32,58%. Il dato comprende anche il voto elettronico e continuerà a crescere fino alla chiusura delle urne di domenica sera.

I veterani entrano nella politica

La guerra non arriva nella nuova Duma soltanto attraverso il voto. Entra direttamente con chi si candida a occuparne i seggi. Circa duecento candidati hanno combattuto in Ucraina e Putin ha indicato più volte i veterani come parte della futura “élite” della Russia. Russia Unita ha portato tra i propri nomi di punta Vladislav Golovin, ex comandante dei fanti di marina ferito a Mariupol, accanto a figure di primo piano del sistema come il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin.

Il messaggio va molto oltre i singoli candidati. Il Cremlino prova a costruire un percorso nel quale il servizio al fronte possa tradursi in prestigio sociale, incarichi pubblici e carriera politica, mostrando contemporaneamente ai militari che la Russia non dimenticherà chi ha combattuto. La realtà resta più selettiva: molti veterani entrati nelle istituzioni avevano già rapporti con il potere e soltanto una piccola parte di chi torna dall’Ucraina accede davvero ai programmi creati per formare la nuova classe dirigente.

La presenza dei reduci permette però a Putin di dare anche una forma istituzionale alla trasformazione prodotta dalla guerra. Se una parte significativa di loro entrerà alla Duma, per la prima volta il Parlamento russo avrà al proprio interno un gruppo di deputati la cui legittimazione politica nasce direttamente dal conflitto combattuto contro l’Ucraina.

Il voto arriva nei territori occupati

Anche la mappa elettorale è cambiata. Per la prima volta alle legislative russe votano gli abitanti delle zone occupate di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia, che Mosca ha dichiarato annesse nel settembre 2022 senza controllarle interamente. Le autorità russe sostengono che in quelle regioni ci siano oltre 3,5 milioni di elettori e hanno cominciato le operazioni in anticipo rispetto al resto del Paese, ufficialmente per ragioni di sicurezza.

Kyiv considera quelle consultazioni illegali e l’Unione europea ha già fatto sapere che non ne riconoscerà il risultato. Organizzazioni ucraine per i diritti umani denunciano inoltre pressioni sugli abitanti perché partecipino, con funzionari elettorali che in alcune zone si sarebbero presentati accompagnati da personale armato. Mosca respinge le accuse e tratta ormai quei territori come parti della Federazione.

Le urne russe sono diventate causa di tensione anche fuori dall’Ucraina. In Transnistria, regione separatista filorussa della Moldova, Mosca ha aperto quindici seggi per i residenti in possesso di passaporto russo. Il governo moldavo ha definito la decisione “inaccettabile e ostile”, sostenendo che il voto avrebbe dovuto svolgersi esclusivamente presso l’ambasciata russa a Chişinău. La Russia sostiene invece che circa 220 mila abitanti della regione siano propri cittadini e abbiano diritto a partecipare.

Anche la Georgia ha protestato per l’organizzazione del voto nelle regioni separatiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, dove la presenza russa resta uno dei principali motivi di scontro con Tbilisi.

Il Parlamento che uscirà dalle urne non dovrebbe quindi modificare il sistema di potere costruito da Putin, ma fotograferà una Russia che negli ultimi cinque anni ha cambiato profondamente forma. Vota mentre le raffinerie vengono colpite dai droni, difende il proprio sistema elettronico dagli attacchi informatici, porta i reduci del fronte nelle istituzioni e considera elettori della Federazione anche milioni di persone che vivono su territori internazionalmente riconosciuti come parte dell’Ucraina.

Quando domenica sera cominceranno ad arrivare i primi risultati, Russia Unita sarà quasi certamente ancora il primo partito e il Cremlino cercherà nelle percentuali la conferma politica che Putin ha già chiesto agli elettori. Ma il dato più significativo di queste legislative non sarà soltanto quanti seggi avrà Russia Unita. Sarà la Russia che li avrà eletti: un Paese nel quale, per la prima volta dall’inizio dell’invasione, la guerra è entrata contemporaneamente nelle urne, nell’economia, nella classe dirigente e nel territorio sul quale Mosca pretende di votare.

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FOTO: fotogramma Euronews / YouTube

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