Le informazioni raccolte da più servizi europei indicano il rischio di provocazioni costruite per apparire accidentali e mettere alla prova la risposta dell’Alleanza. Dai Baltici frenano sull’ipotesi di un attacco convenzionale imminente, ma confermano l’intensificazione della guerra ibrida.
Il rischio più temuto non è un’invasione su larga scala, ma un’azione abbastanza grave da colpire la Nato e abbastanza ambigua da dividerla sulla risposta.
L’allarme che attraversa in queste ore le intelligence europee non riguarda un’ipotetica invasione russa su larga scala della Nato, almeno non nell’immediato. Il timore che sta emergendo da Varsavia, Praga, Parigi e dai Paesi baltici è più sottile e proprio per questo potenzialmente più destabilizzante: Mosca potrebbe tentare nei prossimi mesi un’azione limitata, ibrida o deliberatamente ambigua contro uno o più Paesi dell’Alleanza, con l’obiettivo di verificare quanto l’Articolo 5 sia davvero capace di produrre una risposta comune quando l’aggressione non assume la forma classica di un attacco militare dichiarato.
Donald Tusk ha portato il tema direttamente nel Parlamento polacco, parlando di informazioni d’intelligence ormai “molto coerenti e persuasive” su possibili attacchi ibridi con droni o missili contro i Paesi che sostengono l’Ucraina, Polonia compresa. Secondo lo scenario illustrato dal premier, Mosca potrebbe cercare di presentare eventuali sconfinamenti o colpi come incidenti, lasciando spazio alla versione secondo cui non vi sarebbe motivo per una risposta collettiva della Nato. L’obiettivo sarebbe indebolire la coesione dell’Alleanza e alimentare l’idea che l’Articolo 5 funzioni più sulla carta che nella realtà. Tusk indica inoltre tra la fine dell’autunno e l’inverno la fase potenzialmente più delicata della guerra e richiama l’attenzione sui nuovi droni a reazione russi, più veloci e più difficili da intercettare.
I segnali raccolti dalle intelligence europee
La preoccupazione nasce il 17 settembre, quando mentre la Russia colpiva l’Ucraina occidentale vicino al confine, nelle regioni polacche di Lublino e Podkarpackie sono scattati avvisi di possibile attacco aereo e sono state attivate le sirene; l’allarme è stato poi revocato e Varsavia ha precisato che non esisteva una minaccia sul territorio polacco. L’episodio mostra però quanto la linea tra guerra in Ucraina e sicurezza del fianco orientale della Nato sia diventata più sottile, soprattutto mentre aumentano l’impiego di droni, i voli vicino alle frontiere e le operazioni contro infrastrutture logistiche e ferroviarie.
Il Guardian, citando tre alti funzionari dell’intelligence europea, ricostruisce uno scenario nel quale la Russia potrebbe passare a forme di pressione più decisive nell’arco di mesi, non anni. Michal Koudelka, capo del servizio di sicurezza ceco, considera possibile anche una limitata incursione in territori Nato confinanti con la Russia, accompagnata da provocazioni o da campagne di propaganda pensate per confondere la natura dell’azione e la responsabilità di Mosca. Le valutazioni non sono però uniformi sul livello di imminenza: Normunds Mezviets, direttore del servizio di sicurezza lettone, afferma di non vedere segnali di un attacco convenzionale immediato e invita a distinguere tra preparativi reali e operazioni psicologiche costruite proprio per diffondere paura nelle società occidentali.
Questa cautela è condivisa anche in Estonia, dove le autorità hanno criticato il panico circolato sui social intorno all’ipotesi di una guerra imminente. Il messaggio che arriva dai Baltici non è però rassicurante nel senso tradizionale del termine: l’assenza di segnali di invasione non equivale all’assenza di minaccia, perché la parte più attiva del confronto con Mosca si sta spostando da tempo sul terreno delle azioni ibride, della pressione informativa, dei sabotaggi e delle violazioni dello spazio aereo. Il presidente lettone Edgars Rinkēvičs ha avvertito che l’Europa non è ancora adeguatamente preparata alla velocità con cui stanno evolvendo la guerra dei droni e le capacità di difesa aerea, mentre sul fianco orientale cresce la richiesta di sistemi più efficaci contro velivoli senza pilota e missili.
Parigi ha assunto una posizione altrettanto netta.
Emmanuel Macron ha riunito all’Eliseo leader politici e candidati alle presidenziali del 2027 per illustrare il livello delle minacce e ha ordinato al governo di predisporre un piano specifico di protezione delle infrastrutture critiche. La Francia considera in aumento le operazioni ibride attribuite alla Russia e cita tra i casi più gravi il recente attacco con drone contro l’aeroporto di Lipsia/Halle, importante snodo logistico per l’Ucraina e per la Nato. Berlino e Bruxelles hanno attribuito l’episodio a un’operazione legata a Mosca, che ha negato ogni coinvolgimento, mentre in Germania sono state aperte altre indagini su sabotaggi alla rete elettrica.
Anche la Nato descrive ormai il quadro come un salto di qualità.
Mark Rutte ha parlato nelle ultime settimane di un aumento delle violazioni dello spazio aereo, degli incendi dolosi contro fabbriche legate alla difesa, dei sabotaggi e delle azioni dirette contro infrastrutture alleate, mentre il Comitato militare ha definito reale la minaccia posta dalle attività ibride e dalla cosiddetta guerra cognitiva, cioè il tentativo di indebolire fiducia e coesione politica prima ancora di colpire militarmente. L’Alleanza ha rafforzato il fianco orientale con l’operazione Eastern Sentry, aumentando caccia, sistemi di difesa aerea, sorveglianza e presenza navale.
Il nodo dell’Articolo 5
Un’azione circoscritta può risultare più insidiosa di un attacco frontale perché costringe la Nato a stabilire, spesso in condizioni di forte ambiguità, quando un episodio superi la soglia oltre la quale entra in gioco la difesa collettiva. L’Articolo 5 considera un’aggressione armata contro un Alleato come un attacco contro tutti, ma lascia a ciascun Paese la scelta delle misure ritenute necessarie, compreso l’uso della forza. La deterrenza dipende quindi anche dalla certezza che gli alleati saprebbero reagire rapidamente e insieme davanti a un evento difficile da attribuire con precisione. Droni presentati come errori, sconfinamenti limitati o sabotaggi senza una firma immediatamente riconoscibile possono servire a misurare proprio quella coesione.
La strategia descritta da Tusk e dai servizi europei risponde a una logica che Mosca ha già utilizzato nella guerra ibrida: evitare il punto nel quale l’attribuzione diventa talmente evidente da produrre una risposta militare compatta e, nello stesso tempo, aumentare progressivamente il costo politico ed economico del sostegno all’Ucraina. Incendi, sabotaggi, campagne informative, intrusioni aeree e attacchi contro infrastrutture possono avere effetti molto più ampi del danno materiale quando alimentano la percezione che aiutare Kiev esponga direttamente le società europee alle conseguenze della guerra.
Su questo punto le intelligence europee convergono più che sulla previsione di un attacco convenzionale. Secondo la ricostruzione del Guardian, Mosca continuerebbe a ritenere possibile indebolire il sostegno occidentale aumentando la pressione fino a convincere una parte dei governi che il prezzo dell’assistenza all’Ucraina sia diventato troppo alto. Lo stesso clima politico europeo viene considerato parte del campo di battaglia, con elezioni nazionali, partiti apertamente favorevoli a un riavvicinamento alla Russia e opinioni pubbliche sottoposte a una crescente quantità di messaggi sulla presunta inutilità o pericolosità dell’impegno Nato.
Il quadro si complica mentre Washington tenta contemporaneamente di riaprire un canale diplomatico.
Volodymyr Zelensky e Donald Trump hanno concordato un incontro a New York durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e il presidente ucraino parla di un nuovo slancio negoziale dopo la visita a Kiev di Steve Witkoff e Jared Kushner. I servizi europei restano però molto più scettici sulla disponibilità russa a entrare in un negoziato sostanziale e continuano a vedere nella pressione militare e ibrida uno strumento centrale della strategia del Cremlino.
Le valutazioni disponibili non indicano che una grande invasione russa della Nato sia imminente e le stesse autorità dei Paesi più esposti invitano a evitare il panico. Il rischio considerato più plausibile riguarda azioni abbastanza limitate da poter essere negate o ridimensionate, ma sufficientemente gravi da costringere l’Alleanza a decidere se trattarle come semplici incidenti o come il punto oltre il quale la difesa collettiva deve diventare concreta.
Per Mosca un’azione del genere avrebbe un valore soprattutto politico: capire se davanti a un colpo volutamente ambiguo trentadue alleati reagirebbero come un unico blocco oppure inizierebbero a discutere su quanto grave debba essere un attacco prima di meritare una risposta comune. È quel margine di dubbio che la Nato deve evitare di lasciare aperto.
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