Il governo mette in vetrina bollo abolito e accise ridotte, ma nel frattempo lo Stato preleva una quota maggiore della ricchezza prodotta, gli interessi sul debito corrono verso i 108 miliardi e per energia e difesa Roma ha già chiesto a Bruxelles 36 miliardi di flessibilità.
La campagna del “meno tasse” arriva al suo test più difficile: Meloni deve promettere alleggerimenti fiscali mentre i conti spingono il governo verso quello scostamento che per quattro anni ha cercato di evitare.
Per quasi quattro anni Giorgia Meloni ha legato una parte decisiva della propria credibilità economica alla prudenza nei conti pubblici, rivendicando la scelta di non finanziare il consenso con deficit aggiuntivo e presentando la stabilità finanziaria come una delle differenze tra il proprio governo e alcune stagioni precedenti. Quella linea ha contribuito a rassicurare i mercati e a rendere il rapporto con Bruxelles molto meno conflittuale di quanto lasciassero immaginare le battaglie europee di Fratelli d’Italia prima dell’arrivo a Palazzo Chigi, ma ora incontra un problema molto concreto: più ci si avvicina alle elezioni del 2027, più aumentano contemporaneamente le promesse di riduzione fiscale e le spese che il bilancio dovrà sostenere.
I numeri diffusi dall’Istat rendono difficile nascondere questa tensione dietro l’elenco delle singole tasse cancellate. Nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, sette decimi in più rispetto all’anno precedente, mentre il deficit si è fermato al 3,1%. Quel decimale sopra la soglia europea è stato sufficiente a far saltare l’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo sulla quale il governo aveva sperato fino all’ultimo: Giorgetti ha riconosciuto con “rammarico” che l’Italia dovrà attendere il 2027.
La fotografia stride con una comunicazione politica che negli ultimi mesi ha messo al centro proprio il messaggio delle tasse che scendono. Il bollo verrà cancellato per circa 14,5 milioni di veicoli, gli interventi sulle accise vengono prorogati quando il prezzo dei carburanti sale e la maggioranza prepara la campagna elettorale rivendicando ogni riduzione come prova di un fisco più leggero. Sono benefici reali per chi li riceve, ma trasformarli nella dimostrazione che gli italiani stiano complessivamente pagando meno significa confondere deliberatamente due piani diversi: si può eliminare una tassa molto visibile mentre il peso complessivo di imposte e contributi sull’economia aumenta.
La tassa scompare, il costo no.
Il bollo mostra bene il meccanismo perché per l’automobilista interessato dall’esenzione il vantaggio sarà immediato, mentre il costo della misura — oltre due miliardi — verrà assorbito dal bilancio pubblico. Lo Stato compenserà le entrate che non arriveranno più agli enti interessati, quindi il cittadino beneficiario smetterà davvero di pagare quella tassa, ma la collettività continuerà a dover finanziare la stessa cifra attraverso altre entrate, minori spese o una diversa destinazione delle risorse. La promessa è semplice da comunicare perché il bollo cancellato si vede; la copertura dispersa nelle pieghe del bilancio molto meno.
Il vantaggio elettorale della formula è evidente soprattutto quando viene replicata sulle accise. Ridurre il prezzo alla pompa produce un beneficio riconoscibile al momento del rifornimento, mentre la compensazione necessaria per finanziare lo sconto rimane lontana dall’esperienza quotidiana del contribuente. Il governo può quindi mostrare il centesimo che non viene più pagato e lasciare sullo sfondo il capitolo di spesa ridotto, l’entrata anticipata o il margine di deficit utilizzato per renderlo possibile.
Questa differenza tra ciò che il cittadino vede e ciò che il bilancio registra è diventata una delle leve centrali della propaganda fiscale. Il problema arriva quando i due conti vengono rimessi insieme, perché il risultato complessivo è un’Italia nella quale la pressione fiscale è salita mentre l’esecutivo rivendica di avere aperto la stagione del “meno tasse”. Non c’è alcuna contraddizione tecnica: è possibile ridurre alcune imposte e incassare complessivamente di più. La contraddizione è tutta politica, perché la cancellazione di una voce viene utilizzata per raccontare un alleggerimento generale che i numeri, almeno per ora, non certificano.
La prudenza di Meloni incontra lo scostamento
A complicare ulteriormente quella narrazione è una decisione che il governo ha già cominciato a preparare e che fino a poco tempo fa avrebbe rappresentato quasi un tabù politico per Palazzo Chigi. L’Italia ha chiesto formalmente a Bruxelles l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per ottenere fino a circa 36 miliardi di flessibilità tra energia e difesa: 14 miliardi per la sicurezza energetica e circa 22 per quella militare. Dopo il via libera europeo, il governo dovrà tornare davanti al Parlamento con una relazione che autorizzi lo scostamento dal percorso della spesa netta previsto dal Piano strutturale di bilancio.
La parola che per anni la maggioranza ha maneggiato con estrema cautela è già entrata nel calendario politico. Giorgetti lo ha spiegato in Parlamento ad agosto: una volta ottenuta l’autorizzazione europea, sarà necessario chiedere alle Camere lo scostamento di bilancio. Non si tratta ancora di un assegno bianco né significa che tutti i 36 miliardi saranno utilizzati immediatamente, ma segna il passaggio da una prudenza fondata sull’idea di non allargare il deficit alla ricerca esplicita di nuovo spazio finanziario attraverso le deroghe consentite dalle regole europee.
Il dato del 3,1% arrivato dall’Istat ha poi aperto una crepa politica anche dentro la maggioranza: Matteo Salvini chiede uno scostamento “da miliardi”, sostenendo di avere bisogno solo per il proprio ministero di otto miliardi per pagare lavori già realizzati; Forza Italia frena e invita a mantenere la gestione prudente dei conti; dentro Fratelli d’Italia filtra invece la volontà di evitare, se possibile, uno scostamento più ampio. Nel frattempo Meloni e alcuni esponenti di FdI hanno contestato il peso della revisione statistica, lasciando intendere che futuri aggiornamenti del Pil potrebbero modificare nuovamente quel 3,1%.
Quello scontro dice molto più delle dichiarazioni ufficiali sul nodo che il governo sta per affrontare, perché una manovra preelettorale costruita su nuovi tagli fiscali richiede risorse proprio mentre difesa, energia e investimenti reclamano miliardi e l’uscita dalla procedura europea è stata rinviata. La prudenza di Meloni può reggere finché le promesse sono compatibili con le coperture disponibili; quando le richieste politiche della maggioranza superano quello spazio, bisogna scegliere se ridimensionare gli annunci oppure aprire il deficit.
Il debito mangia lo spazio per le promesse
Sul bilancio grava intanto una voce che rende quella scelta ancora più difficile. Nel Rendiconto dello Stato 2025 la spesa per interessi è stata pari a circa 95,3 miliardi di euro e nelle previsioni assestate per il 2026 sale a circa 107,7 miliardi. Non sono 95 o 108 miliardi di “multa europea”: sono il costo del debito italiano e rappresentano quindi un problema ancora più strutturale. Ogni aumento degli interessi assorbe infatti risorse che non possono essere utilizzate per sanità, investimenti, salari, infrastrutture o riduzioni fiscali.
Lo stesso Giorgetti ha descritto con particolare durezza il rischio, ricordando che quando un Paese perde il controllo del proprio debito smette di scegliere e comincia a “subire”, perché la spesa per interessi finisce per divorare quella utile. È una considerazione difficilmente conciliabile con l’idea che sia sufficiente cancellare qualche imposta per aprire una stagione di espansione fiscale alla vigilia delle elezioni.
Nemmeno la crescita offre al governo una facile via d’uscita
Le ultime previsioni della Commissione indicano per l’Italia un Pil in aumento dello 0,5% nel 2026 e soltanto dello 0,6% nel 2027, con un debito che arriverebbe al 139,2% del Pil. Le stime elaborate successivamente durante l’estate sono diventate più favorevoli per l’anno in corso, ma sul 2027 il quadro non migliora: la previsione resta ferma allo 0,6% e l’Italia continua a collocarsi in coda alla crescita europea.
Il problema per Meloni è che il 2027 non sarà un anno qualsiasi, sarà l’anno delle elezioni e, se queste previsioni verranno confermate, il governo vi arriverà con un’economia quasi ferma, una pressione fiscale salita al 42,9%, la procedura europea da chiudere, un debito vicino al 140% del Pil e una spesa per interessi che ha già superato la soglia dei cento miliardi. Nello stesso momento dovrà finanziare nuovi impegni sulla difesa, proteggere famiglie e imprese dagli shock energetici e trovare le coperture per le promesse fiscali con cui intende chiedere agli italiani un nuovo mandato, ed è proprio questa sovrapposizione di spese, bassa crescita e vincoli di bilancio a trasformare la prudenza rivendicata finora in un problema politico per la campagna elettorale.
A quel punto la prudenza che Meloni ha trasformato in un elemento della propria identità di governo potrebbe diventare il principale ostacolo alla campagna elettorale della stessa maggioranza. Se Palazzo Chigi continuerà a difendere rigidamente i conti, sarà costretto a rinunciare a molti dei tagli annunciati o comunque a spiegare perchè non potranno essere più consistenti; se invece sceglierà di finanziare promesse e nuove spese ricorrendo allo scostamento, allora dovrà dire perché il deficit che per anni è stato presentato come il confine tra serietà e irresponsabilità improvvisamente diventi accettabile, guarda caso, proprio quando si avvicinano le urne.
È qui che la prudenza diventa un ostacolo e la propaganda incontra il proprio limite, perché il bilancio dello Stato non segue il calendario elettorale. Il governo può mettere in vetrina il bollo cancellato, i centesimi sottratti alle accise e ogni singolo beneficio destinato a categorie facilmente riconoscibili; dietro quella vetrina rimangono però il 42,9% di pressione fiscale, oltre cento miliardi di interessi, una crescita che nel 2027 resta in fondo alla classifica europea e una richiesta da 36 miliardi di flessibilità già partita verso Bruxelles.
Giorgia Meloni può anche chiamare tutto questo “meno tasse”. I conti pubblici no. E sono loro, non gli slogan, a presentare il conto. Governo stabile o no.
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