Nella stessa giornata gli Stati Uniti confermano una nuova rotazione militare in Lituania e firmano l’accordo che amplia la loro presenza in Groenlandia, mentre il Pentagono continua a riesaminare circa 80mila uomini schierati in Europa. La strategia di Trump appare sempre meno come un semplice disimpegno e sempre più come una rinegoziazione dell’Alleanza secondo gli interessi americani.
Trump ha ottenuto più spesa europea senza rinunciare alle basi e ai territori che servono alla potenza americana: la Nato che prende forma costa di più all’Europa e lascia a Washington maggiore libertà di scegliere dove restare.
Donald Trump ha trascorso anni a descrivere la Nato come un accordo nel quale gli Stati Uniti pagavano troppo per proteggere alleati poco disposti a fare la propria parte. Ha minacciato riduzioni delle truppe, messo in dubbio la disponibilità americana a difendere chi non rispettasse gli impegni finanziari e trasformato la spesa militare europea in uno dei principali terreni di scontro con le capitali del continente. A quasi due anni dal suo ritorno alla Casa Bianca, però, il risultato non assomiglia a un’America che abbandona l’Alleanza: Washington sta riducendo alcune presenze, ne conferma altre, investe nelle basi che considera indispensabili e chiede agli europei di sostenere una quota molto maggiore del costo della propria sicurezza.
Il 22 settembre offre una fotografia particolarmente chiara di questa trasformazione: mentre Mark Rutte avvia negli Stati Uniti una visita dedicata anche al futuro dell’Alleanza e Trump è a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, arrivano due decisioni che vanno nella direzione opposta rispetto a un ritiro americano dall’Europa. Washington conferma una nuova rotazione di truppe in Lituania e firma con Danimarca e Groenlandia un accordo che apre la strada alla maggiore espansione della presenza militare statunitense sull’isola dai tempi della Guerra fredda.
L’Europa paga di più, Washington cambia il conto
Sì, anche qui “La trasformazione è cominciata dal denaro” è troppo secca e un po’ scolastica.
La renderei così:
Il primo terreno sul quale Trump ha imposto il cambio di passo è stato quello della spesa militare: al vertice dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 la spesa complessiva per difesa e sicurezza al 5% del Pil, con almeno il 3,5% destinato alla difesa militare propriamente detta e fino all’1,5% a infrastrutture, resilienza, reti, innovazione e industria della difesa. Trump aveva spinto apertamente verso quella soglia e l’accordo ha segnato un salto rispetto al precedente obiettivo del 2%.
Ad Ankara, lo scorso luglio, l’Alleanza ha confermato quella direzione parlando esplicitamente di una “Europa più forte in una Nato più forte” e attribuendo agli alleati europei e al Canada una responsabilità crescente nella difesa del continente. La dichiarazione finale ha ribadito l’Articolo 5, registrato oltre 139 miliardi di dollari di aumento degli investimenti europei e canadesi nelle capacità militari nel 2025 e fissato per il 2026 un impegno di 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento all’Ucraina. Rutte ha definito questo nuovo equilibrio “Nato 3.0”: non una struttura senza Stati Uniti, ma un’Alleanza nella quale l’Europa deve finanziare e produrre molto più di prima.
Politicamente, Trump può già rivendicare un risultato significativo: l’aumento della spesa europea gli consente di presentare come ottenuto ciò che i suoi predecessori chiedevano da anni senza riuscire a trasformarlo in un impegno di questa portata. La redistribuzione dei costi, però, non coincide con una rinuncia americana ai vantaggi strategici della Nato, perché la rete europea di basi, aeroporti, porti e infrastrutture continua a essere uno degli strumenti attraverso cui gli Stati Uniti proiettano la propria forza ben oltre il continente europeo.
Le basi europee servono anche all’America
La guerra contro l’Iran ha reso particolarmente evidente quanto questa dipendenza continui a funzionare in entrambe le direzioni: durante le operazioni statunitensi in Medio Oriente, centinaia di velivoli militari americani hanno utilizzato installazioni europee e alla base romena di Mihail Kogalniceanu sono arrivati anche aerei cisterna impiegati per rifornire caccia e bombardieri. Washington continua nello stesso tempo a finanziare infrastrutture militari in Romania, Gran Bretagna e persino in Spagna, nonostante i durissimi attacchi politici rivolti da Trump ad alcuni di questi governi.
A Morón, in Spagna, sono stati annunciati circa 400 milioni di dollari di contratti per manutenzione e lavori nel prossimo decennio; in Romania gli Stati Uniti hanno già investito oltre 100 milioni nell’espansione della grande base di Mihail Kogalniceanu; in Gran Bretagna i programmi americani già previsti o in corso in sette basi valgono complessivamente più di 4 miliardi. La presenza militare in Europa, quindi, non rappresenta soltanto la garanzia offerta dagli Stati Uniti agli alleati: consente a Washington di raggiungere rapidamente Mediterraneo, Medio Oriente, Africa e fianco orientale della Nato.
Questa funzione spiega anche perché il dibattito sul ritiro americano sia molto più complesso delle minacce presidenziali. Ridurre uomini e costi può rientrare nella strategia della Casa Bianca; rinunciare alla rete che permette agli Stati Uniti di muovere velivoli, munizioni, intelligence e forze attraverso l’Europa avrebbe invece conseguenze direttamente sulla capacità militare americana.
In Lituania Trump resta dove la Russia è più vicina
In Lituania la riduzione della presenza americana mostra invece tutti i suoi limiti, perché Washington non sta arretrando in modo uniforme dal continente. Nei mesi scorsi Vilnius temeva che il ritiro di alcune unità statunitensi potesse coinvolgere anche il proprio territorio, ma oggi il presidente Gitanas Nausėda ha annunciato di avere ricevuto la conferma dell’arrivo di una nuova rotazione di militari americani, chiudendo almeno per ora l’incertezza sul futuro della presenza Usa nel Paese baltico.
Il numero dei nuovi soldati non è stato reso pubblico, ma dal 2019 gli Stati Uniti mantengono normalmente in Lituania un battaglione corazzato di circa mille uomini. La conferma della nuova rotazione arriva mentre le intelligence europee valutano apertamente il rischio che Mosca possa tentare nei prossimi mesi azioni limitate o ibride per mettere alla prova la risposta della Nato, proprio sul fianco orientale dell’Alleanza. Per Vilnius, stretta tra Russia e Bielorussia, la presenza americana resta quindi una garanzia militare molto più concreta di una semplice dichiarazione politica.
Washington sta dunque ritirando migliaia di militari da alcune parti d’Europa, ma non applica un arretramento uniforme. La presenza viene ricalibrata in funzione del valore attribuito ai singoli territori, delle esigenze operative e anche del rapporto politico con i governi ospitanti.
La Groenlandia racconta meglio di tutto la strategia Trump
La Groenlandia rende questo meccanismo ancora più evidente, perché Trump aveva aperto una crisi dentro la stessa Nato insistendo sulla possibilità che l’isola diventasse territorio americano e rifiutandosi per mesi di escludere strumenti economici o militari per raggiungere l’obiettivo. L’accordo firmato oggi con la premier danese Mette Frederiksen e il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen abbandona l’acquisizione territoriale, ma concede agli Stati Uniti una presenza militare molto più ampia.
L’intesa modifica il trattato di difesa del 1951, permette agli Stati Uniti di realizzare in Groenlandia una componente del sistema antimissile Golden Dome e prevede due nuovi siti militari a Narsarsuaq e Mestersvig, che si aggiungeranno alla base spaziale di Pituffik. Washington ottiene inoltre garanzie contro l’ingresso militare e alcuni investimenti sensibili di potenze avversarie. Danimarca e Groenlandia hanno ribadito che sovranità e diritto all’autodeterminazione restano invariati, mentre Trump ha presentato l’accordo in termini molto più espansivi, sostenendo che gli Stati Uniti avranno un controllo permanente sulle esigenze di sicurezza dell’isola.
Il risultato politico è significativo: Trump non ottiene la Groenlandia, ma ottiene buona parte di ciò che cercava sul piano strategico senza doverne modificare formalmente lo status. La pressione iniziale, giudicata destabilizzante persino all’interno della Nato, si traduce alla fine in un’espansione concreta della capacità militare americana nell’Artico, proprio nell’area dove Washington considera crescente la competizione con Russia e Cina.
Il Pentagono decide dove conviene restare
La revisione della presenza americana avviata dal Pentagono è uno dei punti che alimentano maggiormente l’incertezza tra gli alleati europei, perché riguarda direttamente la distribuzione degli uomini e delle capacità militari statunitensi sul continente. Gli Stati Uniti mantengono attualmente circa 80-81mila militari in Europa, ma il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato un riesame destinato a produrre diverse opzioni sulla futura dislocazione delle forze. Prima dell’avvio formale della revisione era stata valutata anche una riduzione nell’ordine di 25mila uomini, ipotesi che avrebbe portato il contingente sotto il limite minimo di 76mila stabilito dal Congresso.
Nel riesame americano pesa anche un criterio meno visibile della semplice spesa militare: il Pentagono vuole capire fino a che punto i Paesi europei siano disposti a mettere a disposizione basi, spazio aereo e sostegno operativo quando Washington ne ha bisogno. Le tensioni emerse durante la guerra con l’Iran hanno reso questo aspetto particolarmente sensibile, perché alcuni governi europei avevano posto limiti all’uso del proprio territorio per le operazioni statunitensi, provocando la reazione dell’amministrazione Trump.
Da questo riesame prende forma una Nato sempre più transazionale, nella quale spendere di più non garantisce automaticamente la permanenza della stessa presenza americana. Il rapporto con Washington viene valutato anche sulla disponibilità politica e operativa dimostrata dagli alleati nelle crisi che gli Stati Uniti considerano prioritarie, trasformando la cooperazione militare in un terreno di negoziazione molto più esplicito rispetto al passato.
Il prezzo della pressione americana è la fiducia
La strategia ha ottenuto un risultato che Trump può rivendicare: l’Europa sta spendendo più rapidamente per la propria difesa e si sta preparando ad assumersi responsabilità che per decenni aveva lasciato in larga parte agli Stati Uniti. Ma la stessa pressione produce una conseguenza meno favorevole a Washington. Diversi governi europei e il Canada stanno cercando di ridurre la dipendenza dalle tecnologie e dalle forniture militari americane, diversificando gli acquisti e investendo nella propria industria della difesa.
Canada, Germania, Francia, Polonia, Danimarca, Norvegia, Spagna e Turchia hanno già avviato o valutato scelte che riducono, almeno in alcuni settori, il ricorso ai sistemi statunitensi. Non possono sostituire rapidamente decenni di integrazione militare con gli Usa, ma il cambiamento è politico prima ancora che industriale: dipendere quasi interamente da un alleato sulla cui disponibilità futura esiste un dubbio viene ormai considerato da una parte crescente dell’Europa un rischio strategico.
La principale contraddizione del modello Trump emerge proprio dagli effetti che questa strategia può produrre sugli alleati: da una parte costringerli a diventare più forti, rendendo la Nato militarmente più equilibrata; dall’altra spingerli a prepararsi all’eventualità di non poter contare sugli Stati Uniti, con il rischio di ridurre nel tempo quella dipendenza che per Washington è stata anche una fonte di influenza economica, militare e politica.

Non meno Nato, ma una Nato diversa
A giudicare dalle decisioni prese finora, Trump non sembra voler smantellare la Nato quanto ridisegnarne il funzionamento. Agli europei chiede di sostenere una quota molto maggiore della propria difesa, di aumentare le risorse destinate all’Ucraina e di garantire agli Stati Uniti accesso alle infrastrutture necessarie; Washington, nello stesso tempo, mantiene la libertà di decidere dove la presenza militare americana sia strategicamente indispensabile e dove invece possa essere ridotta.
La logica di questa strategia emerge bene dal confronto tra Lituania e Groenlandia: sul fianco orientale, dove la pressione russa è più diretta, Washington conferma la presenza dei propri militari; nell’Artico amplia invece un dispositivo strategico che inseguiva da mesi. In altre aree d’Europa, intanto, il Pentagono continua a valutare riduzioni e a misurare il grado di disponibilità politica e operativa degli alleati.
La Nato che emerge da questa trasformazione non è soltanto un’Alleanza nella quale l’Europa paga di più, piuttosto un’Alleanza nella quale Trump sta cercando di riscrivere anche il rapporto politico tra protezione e potere: agli europei vengono chiesti più soldi, più capacità militari, maggiore disponibilità delle proprie infrastrutture e un sostegno crescente ai dossier considerati strategici da Washington, mentre gli Stati Uniti conservano la facoltà di decidere dove restare, dove ridurre la presenza e quali alleati meritino un impegno maggiore.
Il punto più politico è proprio questo: Trump non sta rinunciando all’egemonia americana sulla Nato, sta tentando di renderla meno costosa per gli Stati Uniti e più onerosa per gli altri, senza cedere il controllo dei nodi strategici che servono alla proiezione militare americana. L’Europa può quindi uscire da questa fase più armata e apparentemente più autonoma, ma anche costretta a spendere molto di più per continuare a muoversi dentro un sistema nel quale le decisioni decisive restano largamente condizionate da Washington.
Se questa impostazione reggerà, Trump potrà rivendicare qualcosa di molto più ambizioso di un semplice aumento dei bilanci militari europei: avere trasformato la Nato da alleanza fondata sulla condivisione del rischio in un rapporto nel quale il prezzo della protezione viene continuamente rinegoziato. E per gli europei la questione non sarà più soltanto quanto spendere per difendersi, ma fino a che punto accettare che il valore della garanzia americana possa dipendere, volta per volta, dalla convenienza politica degli Stati Uniti.
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