Non è soltanto un nuovo capitolo della demolizione delle politiche climatiche di Biden. Negli Stati Uniti si apre una questione istituzionale: può la presidenza usare i finanziamenti federali per distinguere tra l’America che ha votato Trump e quella che lo ha respinto?
Il Dipartimento dell’Energia riconosce negli atti giudiziari che 284 sovvenzioni furono selezionate soltanto in base all’identità politica degli Stati. Il caso va oltre la battaglia sul clima e apre una questione sul modo in cui la Casa Bianca esercita il potere federale.

Puoi trovare i nostri contenuti anche su Google Discover.
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti lo ha messo nero su bianco in un documento depositato in tribunale. La scelta delle sovvenzioni cancellate nell’ottobre 2025 non si basò sui costi, sui risultati attesi, sulla qualità dei progetti o sulla loro compatibilità con le priorità energetiche dell’amministrazione.
Il criterio fu un altro: l’«identità politica» dello Stato nel quale si trovavano il beneficiario o almeno uno dei luoghi interessati dal progetto. Con una sola eccezione, le 284 sovvenzioni comprese nella tranche di revoche riguardavano Stati vinti da Kamala Harris nel 2024 e rappresentati da due senatori appartenenti al gruppo democratico.
È un’ammissione destinata a pesare ben oltre i 7,6 miliardi di dollari coinvolti. Perché trasforma quella che era stata presentata come una revisione tecnica dei programmi energetici in un caso politico sul rapporto tra governo federale, territori e voto degli elettori.
La versione pubblica e quella finita in tribunale
Quando annunciò la cancellazione di centinaia di finanziamenti, il Dipartimento dell’Energia sostenne che i progetti non contribuivano abbastanza alle necessità energetiche nazionali oppure non rappresentavano un investimento conveniente per i contribuenti.
Il segretario all’Energia Chris Wright respinse ripetutamente l’ipotesi di una selezione politica, definendo le revoche normali decisioni economiche fondate sull’impiego del denaro pubblico. Il direttore dell’Ufficio bilancio della Casa Bianca, Russell Vought, aveva invece celebrato apertamente la cancellazione dei fondi destinati a quella che definiva l’agenda climatica della sinistra.
La documentazione giudiziaria racconta ora una dinamica molto più precisa. Nel settembre 2025 il Dipartimento aveva trasmesso all’Ufficio bilancio della Casa Bianca un elenco di 624 sovvenzioni proposte per la cancellazione. La lista comprendeva progetti situati sia negli Stati democratici sia in quelli repubblicani.
L’Ufficio bilancio ne selezionò 284 per l’invio immediato delle lettere di revoca. Quasi tutte erano collocate negli Stati democratici. Le circa 340 sovvenzioni rimanenti, con beneficiari o attività negli Stati vinti da Trump oppure rappresentati da almeno un senatore repubblicano, non furono cancellate e risultano ancora escluse da quella tranche.
Il Dipartimento accetta inoltre negli atti che la scelta non dipese da fattori programmatici, legislativi, economici o legati alle prestazioni dei singoli progetti. Riconosce anche che non esisteva un collegamento razionale tra la collocazione politica dei beneficiari e le priorità presenti o passate dell’agenzia.
Non soltanto una guerra contro l’energia pulita
I tagli hanno colpito programmi per la produzione di batterie, lo sviluppo dell’idrogeno, il rafforzamento delle reti elettriche, la cattura delle emissioni e altre tecnologie energetiche. Tra i finanziamenti più rilevanti figuravano fino a 1,2 miliardi di dollari per il polo dell’idrogeno della California e fino a un miliardo per un progetto nel Pacifico nord-occidentale. Altri poli collocati in Texas, West Virginia, Ohio e Pennsylvania furono invece risparmiati.
È evidente la continuità con la politica energetica di Trump, ostile a una parte consistente degli incentivi introdotti durante la presidenza Biden. Ma la nuova documentazione impedisce di leggere l’operazione soltanto come una sostituzione di priorità: meno rinnovabili e più combustibili fossili.
Il punto non è più soltanto quali tecnologie finanziare. È il criterio con il quale l’amministrazione decide chi debba perdere il denaro già assegnato.
I destinatari, inoltre, non sono i governatori democratici o le strutture dei partiti. Sono imprese, università, centri di ricerca, amministrazioni locali e consorzi nei quali spesso partecipano soggetti privati. Le conseguenze ricadono quindi su investimenti, occupazione, costi già sostenuti e comunità che non coincidono necessariamente con l’orientamento politico del proprio Stato.
L’America divisa tra territori amici e territori avversari
La presidenza Trump ha spesso costruito il proprio racconto politico intorno alla distinzione tra alleati e nemici. Il deposito giudiziario mostra però qualcosa di diverso e più concreto: quella divisione entra nel funzionamento amministrativo dello Stato federale.
Il voto non rimane confinato alle elezioni e alla successiva definizione dell’indirizzo politico. Diventa una caratteristica del territorio, utilizzata per differenziare beneficiari che gli stessi uffici del Dipartimento avevano sottoposto a un identico processo di revisione.
È questo il vero salto istituzionale. Una presidenza ha certamente il diritto di modificare le politiche energetiche e di sottoporre i programmi esistenti a controlli. Ma quando due progetti comparabili vengono trattati in modo diverso perché uno si trova nell’America democratica e l’altro nell’America repubblicana, il finanziamento federale assume la funzione di uno strumento di disciplina politica.
Oggi il terreno è quello dell’energia. Il precedente, però, riguarda potenzialmente qualsiasi settore nel quale Washington trasferisce risorse ai territori: infrastrutture, ricerca, trasporti, università, sanità o risposta alle emergenze. Non significa che ogni futura decisione seguirà lo stesso schema, ma il criterio dichiarato negli atti rende questa possibilità una questione politica concreta, non più una semplice accusa dell’opposizione.
Il presidente non controlla da solo i soldi federali
La controversia tocca uno degli equilibri fondamentali del sistema americano. La Costituzione attribuisce al Congresso il controllo delle risorse pubbliche, mentre al presidente e alle agenzie spetta l’amministrazione dei finanziamenti approvati.
L’Impoundment Control Act del 1974 consente alla Casa Bianca di chiedere il rinvio o la cancellazione di stanziamenti già approvati, ma stabilisce procedure e limiti precisi. Il Government Accountability Office ricorda che il presidente non dispone di un potere generale per rifiutarsi unilateralmente di utilizzare somme stanziate dal Congresso.
Questo principio non rende automaticamente illegittima ogni revoca decisa dal Dipartimento dell’Energia: molto dipende dalle leggi che finanziano i singoli programmi, dagli accordi sottoscritti e dai poteri discrezionali riconosciuti all’agenzia. Ma l’ammissione del criterio politico indebolisce la tesi secondo cui si sarebbe trattato soltanto di normali valutazioni amministrative.
Alcuni beneficiari hanno già ottenuto risultati in tribunale. A giugno un giudice federale ha annullato la revoca di undici sovvenzioni per complessivi 82,1 milioni di dollari; un precedente procedimento aveva portato al ripristino di altri 27,6 milioni. L’ispettore generale del Dipartimento dell’Energia ha inoltre aperto un’indagine sulle cancellazioni.
Il potere di Trump e il limite prodotto dagli stessi atti
Il caso mostra contemporaneamente la forza e la vulnerabilità del metodo Trump.
La forza sta nella capacità di utilizzare la macchina federale per tradurre rapidamente una contrapposizione politica in conseguenze economiche. I progetti vengono fermati, gli investimenti entrano nell’incertezza e i beneficiari devono ricorrere ai giudici per tentare di recuperare risorse già assegnate.
La vulnerabilità emerge quando quelle decisioni devono essere difese in tribunale. È lì che le formule politiche lasciano spazio ai criteri amministrativi, alle procedure e ai documenti. Ed è lì che l’amministrazione ha accettato di dichiarare che la selezione non derivò dalle prestazioni dei progetti, dalla riduzione dei costi o dalle priorità tecniche del Dipartimento.
Non è ancora la conclusione della battaglia legale. Ma è già il punto nel quale una scelta di governo cambia significato: da revisione dell’agenda energetica a esperimento sull’uso politico del bilancio federale.
La domanda che resta aperta non riguarda soltanto Trump o l’eredità climatica di Biden. Riguarda la natura della presidenza americana: se il capo della Casa Bianca debba amministrare le risorse come presidente di tutti gli Stati Uniti o possa trattare il voto di un territorio come un requisito per accedere ai soldi versati da tutti.
RotoNotizie | © riproduzione riservata
