Donald Trump non sarà sulla scheda elettorale di novembre, ma la campagna per il Congresso passa sempre più dalla sua presidenza. Il consenso è sceso al 33%, la guerra con l’Iran pesa sul costo della vita e due vantaggi storici dei Repubblicani — economia e immigrazione — si stanno assottigliando mentre entrano nel vivo le battaglie per Camera e Senato.
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Donald Trump è sceso al 33% di approvazione, il livello più basso del suo secondo mandato. Il 64% degli americani disapprova il suo operato.
Il dato arriva mentre gli Stati Uniti sono già entrati nella campagna per le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Trump non sarà candidato, ma Camera e Senato verranno votati dopo quasi due anni della sua seconda presidenza e i Repubblicani dovranno difendere maggioranze costruite anche sulla forza politica del presidente.
Il problema per il GOP non sta soltanto nel 33%. Economia e immigrazione, i due temi sui quali Trump aveva costruito una parte decisiva della propria vittoria, stanno diventando molto più contendibili.
La maggioranza alla Camera è risicata, il Senato torna contendibile e le primarie in Florida e Alaska mostrano che la corsa alle midterm del 3 novembre è tutt’altro che definita.
L’economia non appartiene più ai Repubblicani
Per anni il vantaggio repubblicano sull’economia è stato uno degli elementi più stabili della politica americana.
Adesso si è rovesciato.
Nel sondaggio Reuters/Ipsos il 38% degli elettori indica i Democratici come il partito più affidabile nella gestione dell’economia, contro il 35% che sceglie i Repubblicani. È la prima volta in circa un decennio che i Democratici conquistano un vantaggio su questo terreno nelle rilevazioni Reuters/Ipsos. Anche sul costo della vita gli elettori assegnano loro un giudizio migliore.
Tre punti percentuali non rappresentano una fuga dell’elettorato. Rappresentano però qualcosa di politicamente più scomodo per Trump: la perdita di proprietà di un tema.
La promessa economica aveva contribuito alla sua vittoria nel 2024. Inflazione, prezzi, energia e percezione del potere d’acquisto avevano indebolito i Democratici. Adesso gli stessi argomenti tornano nella campagna elettorale, ma con un presidente repubblicano alla Casa Bianca.
E nel frattempo la guerra con l’Iran ha fatto entrare il prezzo dell’energia direttamente nella politica interna americana.
La guerra promessa breve che gli americani vedono lunga
Trump aveva presentato lo scontro con l’Iran come un conflitto destinato a produrre risultati rapidamente.
Gli americani sembrano avere smesso di crederci.
Otto intervistati su dieci ritengono che la guerra durerà a lungo. Il conflitto ha contribuito a paralizzare una parte rilevante del commercio petrolifero attraverso Hormuz e il rialzo dei carburanti è arrivato direttamente nelle tasche degli automobilisti americani.
La politica estera smette così di essere lontana dal voto quando compare sul display della pompa di benzina.
Per i candidati repubblicani al Congresso il problema è evidente: devono difendere le maggioranze mentre il presidente del loro partito porta sulle spalle una guerra impopolare e un aumento del costo dell’energia che gli elettori percepiscono ogni giorno.
Trump non compare sulla scheda. Le conseguenze delle sue decisioni sì.
Anche sull’immigrazione il vantaggio è quasi sparito
Il secondo dato è probabilmente ancora più sorprendente.
All’inizio del 2025 i Repubblicani avevano 26 punti di vantaggio sui Democratici quando agli elettori veniva chiesto quale partito avesse la politica migliore sull’immigrazione.
Adesso il margine è sceso a due punti.
Il 40% continua a preferire l’approccio repubblicano, ma il 38% sceglie quello democratico. Reuters collega l’erosione del consenso anche alle conseguenze della stretta voluta da Trump: scontri mortali durante le operazioni e forte aumento del numero delle persone detenute, compresi minori.
Il controllo dell’immigrazione resta uno dei terreni sui quali Trump conserva maggiore forza politica. Ma un vantaggio passato da 26 a 2 punti in meno di due anni racconta una trasformazione che i candidati repubblicani difficilmente possono ignorare.
Economia e immigrazione erano due dei pilastri sui quali il GOP poteva chiedere un voto anche agli elettori meno entusiasti di Trump. Adesso entrambi sono diventati contendibili.
Florida: la sinistra democratica vince, ma potrebbe regalare il seggio ai Repubblicani
Le primarie di martedì hanno mostrato che i problemi non sono soltanto repubblicani.
In Florida Angie Nixon, esponente della sinistra democratica, ha sconfitto Alex Vindman nella corsa per la candidatura al Senato.
La sproporzione finanziaria rende la vittoria clamorosa: Vindman aveva raccolto oltre 16 milioni di dollari, Nixon meno di un milione. Ma l’upset che entusiasma l’ala progressista rischia contemporaneamente di complicare molto la possibilità democratica di conquistare il seggio a novembre.
Gli analisti indipendenti consideravano Vindman più competitivo tra gli elettori centristi di uno Stato nel quale i Repubblicani registrati sono ormai circa 1,5 milioni più dei Democratici.
La Florida che una volta decideva le presidenziali è diventata sempre più repubblicana. Martedì i candidati GOP nelle competizioni statali per Senato e governatore hanno raccolto complessivamente circa 1,6 milioni di voti, contro 1,2 milioni dei Democratici.
La vittoria di Nixon fotografa quindi anche il dilemma dell’opposizione: una base che chiede candidati più combattivi e un’elezione generale che in alcuni Stati continua a premiare il centro.
In Alaska succede quasi il contrario
A migliaia di chilometri di distanza il quadro si capovolge.
La democratica moderata Mary Peltola ha ottenuto circa il 48% nelle primarie non partitiche per il Senato dell’Alaska, davanti al repubblicano uscente Dan S. Sullivan, fermo al 42,8% con il 93% dei seggi scrutinati.
L’Alaska non elegge un senatore democratico dal 2014. Eppure Peltola ha trasformato quello Stato in una delle opportunità più interessanti per un partito che, per conquistare il controllo del Senato, deve strappare quattro seggi ai Repubblicani.
Florida e Alaska raccontano quasi due partiti democratici diversi: quello che premia l’insurrezione progressista anche dove potrebbe rendergli più difficile vincere, e quello che attraverso una candidata moderata riesce a rendere contendibile uno Stato tradizionalmente repubblicano.
E anche il potere di Trump nelle primarie non è assoluto
Le primarie hanno consegnato risultati contrastanti anche ai candidati sostenuti dal presidente.
Trump continua a esercitare un’enorme influenza sul Partito repubblicano e il suo endorsement rimane uno degli strumenti più potenti nelle competizioni interne. Ma martedì non tutti i candidati sostenuti dal presidente hanno vinto.
In Florida il suo candidato Byron Donalds resta in posizione molto forte nella corsa a governatore e potrebbe diventare il primo governatore nero dello Stato.
Altrove, invece, il marchio Trump non è bastato.
È una differenza importante rispetto a un partito nel quale per anni la domanda sembrava essere soprattutto chi avesse ottenuto la benedizione del presidente.
Trump vuole limitare il voto per posta. E vota per posta
Le primarie della Florida hanno regalato anche un piccolo paradosso politico.
Trump continua a sostenere che il voto postale debba essere fortemente limitato e ha promesso di ridurne l’utilizzo prima delle midterm.
Martedì circa 1,15 milioni di elettori della Florida hanno votato per posta.
Tra loro c’era Donald Trump.
La Casa Bianca sostiene che non vi sia contraddizione: il presidente è residente a Palm Beach ma vive principalmente a Washington e rientrerebbe quindi nelle eccezioni che vorrebbe mantenere per chi non può presentarsi personalmente al seggio.
La spiegazione giuridica può essere perfettamente coerente con la proposta.
Politicamente, però, l’immagine resta difficile da ignorare: mentre combatte uno strumento di voto che considera poco affidabile, Trump lo utilizza per partecipare alle primarie del proprio Stato.
Il 33% non elegge il Congresso
Un indice di approvazione non è un risultato elettorale.
I Democratici hanno problemi propri, divisioni profonde tra moderati e progressisti e una mappa del Senato che continua a richiedere conquiste difficili. La Florida appena votata ne offre una dimostrazione evidente. I Repubblicani, inoltre, mantengono una macchina politica nazionale forte e in molti Stati partono favoriti.
Ma le midterm vengono spesso trasformate in un referendum sul presidente in carica, anche quando il suo nome non compare sulla scheda.
Trump arriva a questa fase con un americano su tre che approva il suo lavoro, il 64% che lo boccia, una guerra che quattro americani su cinque considerano destinata a durare e due dei principali vantaggi politici repubblicani quasi completamente erosi.
A novembre gli elettori non potranno mandare via Trump dalla Casa Bianca.
Potranno però decidere quanto potere lasciargli dentro il Congresso.
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