Sigfrido Ranucci resta, per gli inquirenti, la vittima inconsapevole dell’attentato. Intorno al suo nome si è però aperta una partita diversa: rapporti personali, codice etico, costi di Report, pressioni sulla Rai e futuro della conduzione. L’indagine su Lavitola continua, mentre lo scontro politico ed editoriale corre già molto più avanti.

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C’è un dato che rischia di perdersi nel rumore delle ultime settimane: Sigfrido Ranucci, nell’inchiesta sull’attentato alla sua abitazione, resta la vittima.
Valter Lavitola ha ammesso davanti al giudice di aver commissionato l’azione dell’ottobre 2025, ma la Procura continua a verificare movente, rapporti, comunicazioni e responsabilità. Ranucci non risulta coinvolto nella preparazione dell’attentato e gli investigatori stanno ancora ricostruendo perché qualcuno abbia deciso di colpire la sua casa.
Nel frattempo il dibattito pubblico ha preso un’altra strada.
Il rapporto personale tra Ranucci e Lavitola, alcune conversazioni emerse durante l’indagine, il rispetto del codice etico Rai, le dichiarazioni del giornalista sui vertici aziendali, i costi di Report e persino le indiscrezioni su un possibile futuro politico sono finiti dentro la stessa discussione.
Fatti penali, questioni deontologiche e valutazioni politico-editoriali vengono così sovrapposti anche quando richiederebbero prove, criteri e tempi completamente diversi.
La Rai non ha ancora deciso
La relazione del Comitato etico Rai è stata consegnata all’amministratore delegato Giampaolo Rossi il 13 agosto. Da Viale Mazzini, però, non è ancora arrivata una decisione ufficiale sulla posizione di Ranucci e sulla conduzione di Report.
Continuano a circolare ipotesi su possibili cambiamenti di incarico, mentre una sospensione vera e propria appare meno probabile. Ranucci, intanto, continua a lavorare alla nuova stagione della trasmissione e nei giorni scorsi ha incontrato il direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini.
La nuova edizione di Report era già stata confermata dall’azienda quando, a luglio, erano state sospese cautelativamente le repliche estive.
Per ora, dunque, esistono indiscrezioni, valutazioni interne e pressioni esterne. Una decisione della Rai non esiste ancora.
Il legale: «Una decisione adesso sarebbe politica»
L’avvocato Roberto De Vita, che assiste Ranucci, sostiene che un eventuale provvedimento assunto in questa fase sarebbe inevitabilmente condizionato dalle informazioni false o parziali circolate nelle ultime settimane.
La difesa chiede alla Rai di attendere la conclusione delle indagini e considera particolarmente delicato intervenire dopo le richieste pubbliche di allontanamento arrivate da esponenti politici della maggioranza.
La posizione del legale non impedisce naturalmente alla Rai di svolgere proprie valutazioni. L’azienda dovrà però chiarire su quali fatti intenda eventualmente intervenire: il rapporto personale con Lavitola, una violazione del codice etico, le dichiarazioni sui vertici, un danno reputazionale o la linea editoriale di Report.
Sono motivazioni molto diverse e non possono essere trattate come se fossero intercambiabili.
Ranucci continua a lavorare a Report
Nella sua prima uscita pubblica dopo gli ultimi sviluppi giudiziari, a Lavarone, Ranucci ha evitato di discutere l’inchiesta, spiegando di voler rispettare il lavoro della magistratura.
Ha parlato invece di un «attacco vergognoso» contro di lui e contro Report. Sulla possibilità di essere sostituito ha rimesso la decisione alla Rai, rivendicando però il valore della trasmissione e respingendo quella che considera una campagna di delegittimazione.
Nelle stesse ore ha dato mandato ai propri legali di procedere contro la magistrata Clementina Forleo per alcune affermazioni pubblicate sui social e ritenute diffamatorie.
La vicenda si muove ormai contemporaneamente su quattro terreni: indagine giudiziaria, rapporti aziendali, confronto politico e scontro mediatico.
Dai rapporti con Lavitola ai conti di Report
La pubblicazione da parte de Il Tempo di un documento sui costi della trasmissione ha aperto un fronte che con l’attentato non ha alcun rapporto diretto.
Il quotidiano ha parlato di «stipendi faraonici», indicando somme complessive passate da circa 2,2 milioni di euro nella stagione 2022-2023 a circa 2,9 milioni nel 2024-2025.
La redazione di Report ha contestato quella rappresentazione sostenendo che le cifre indicate non corrispondano agli stipendi individuali degli inviati. Nei totali sarebbero compresi anche costi di trasferta, montaggio, produzione e altre spese sostenute dai collaboratori, molti dei quali lavorano a partita Iva e realizzano autonomamente una parte rilevante delle proprie inchieste.
La redazione indica in circa 150 mila euro il costo complessivo di una puntata e ha annunciato iniziative legali contro la ricostruzione pubblicata.
Ranucci ha inoltre chiesto di sapere come un documento interno della Rai sia arrivato all’esterno e ha annunciato un esposto al Comitato etico.
A quel punto la discussione non riguardava più soltanto il giornalista. Riguardava direttamente la trasmissione.
Bocchino e Telese, lo scontro arriva in televisione
Lo si è visto chiaramente anche a In Onda, su La7.
Luca Telese ha contestato la pubblicazione dei costi chiedendo perché l’inchiesta sull’attentato a Ranucci dovesse trasformarsi in una discussione sulle spese di Report. Ha definito l’operazione «un po’ scorretta» e posto il problema di una possibile offensiva contro il programma.
Italo Bocchino ha sostenuto invece la legittimità delle critiche a Report e difeso le dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa sulla trasmissione, descrivendola come politicamente sbilanciata.
Il confronto è arrivato rapidamente agli altri contratti Rai. Telese e Marianna Aprile hanno chiesto perché, se il principio invocato è quello della trasparenza sui costi del servizio pubblico, non debbano essere resi noti con lo stesso criterio anche gli ingaggi di altri protagonisti dell’azienda, citando Bruno Vespa.
Il criterio fa la differenza. Se la trasparenza sui costi delle produzioni Rai vale come regola generale, può essere applicata in modo uniforme. Se emerge soltanto nel mezzo di una battaglia contro una singola trasmissione, finisce inevitabilmente per assumere anche un significato politico.
Il Tg3 difende Report, la Fnsi prende le distanze dal tifo
Anche nel mondo giornalistico le posizioni non coincidono completamente.
Il Comitato di redazione del Tg3 ha usato parole molto nette: «Giù le mani da Report». Secondo il Cdr, l’inchiesta sull’attentato non può essere utilizzata per demolire una trasmissione che appartiene alla storia del servizio pubblico. Anche la rappresentazione dei compensi viene contestata perché costi lordi di produzione sarebbero stati descritti come stipendi individuali.
La Federazione nazionale della stampa ha scelto una posizione diversa nei toni e nel metodo.
La segretaria Alessandra Costante considera Report un patrimonio dell’informazione, ma ricorda che il sindacato «non è una tifoseria da curva». La Fnsi non vuole anticipare le conclusioni della magistratura e ritiene che eventuali questioni deontologiche debbano essere valutate senza concedere zone franche a nessuno.
Le due posizioni possono convivere senza contraddirsi necessariamente.
Difendere Report come spazio di giornalismo investigativo non significa sottrarre Ranucci a eventuali verifiche professionali. Allo stesso modo, verificare la condotta del giornalista non equivale a mettere sotto processo l’intera trasmissione.
La politica chiede già alla Rai di intervenire
Il passaggio più delicato riguarda il rapporto tra le valutazioni dell’azienda e le richieste della politica.
Matteo Salvini aveva già chiesto pubblicamente che Ranucci venisse allontanato da Report. Forza Italia vuole che la vicenda venga affrontata in Parlamento alla ripresa dei lavori e ha chiesto chiarimenti anche sulle indiscrezioni relative a un possibile progetto politico del conduttore.
Sono prese di posizione politiche, non risultati dell’inchiesta.
La Rai può e deve verificare eventuali violazioni delle proprie regole interne, ma una decisione presa mentre esponenti della maggioranza chiedono apertamente l’allontanamento di un giornalista pone inevitabilmente anche un problema di indipendenza e credibilità.
Non basta quindi decidere. Diventa essenziale spiegare su quali fatti viene fondata la decisione.
Ranucci e Report non sono la stessa cosa
Sigfrido Ranucci può essere sottoposto alle valutazioni professionali e deontologiche previste dalle regole Rai. Report è un programma del servizio pubblico che esiste dal 1997 e deve essere giudicato sulla qualità, sulla correttezza e sulla solidità delle sue inchieste.
Confondere i due piani porta a due conclusioni opposte e ugualmente deboli.
La prima considera qualsiasi domanda sul comportamento di Ranucci come un attacco alla libertà di stampa.
La seconda utilizza ogni controversia che riguarda il conduttore per mettere in discussione l’esistenza o la legittimità della trasmissione.
La magistratura deve ancora chiarire fino in fondo perché qualcuno abbia deciso di piazzare un ordigno davanti alla casa di Sigfrido Ranucci. La Rai dovrà stabilire se esistano fatti sufficienti per intervenire sul suo ruolo professionale.
Sono due percorsi diversi. Il problema nasce quando il secondo pretende di arrivare al traguardo mentre il primo è ancora in corso e, tutt’intorno, politica, televisioni e giornali hanno già emesso le proprie sentenze.
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