Dallas doveva riportare Trump simbolicamente sulla scheda e trascinare il partito verso novembre. A tre settimane dall’evento, proprio uno dei candidati più vicini al presidente mette in discussione l’effetto della sua presenza.
Il problema per i repubblicani non è soltanto che la convention possa non aver funzionato: a dirlo è Ken Paxton, il candidato scelto e sostenuto da Trump in uno Stato che il GOP non dovrebbe essere costretto a difendere.
A tre settimane dalla convention repubblicana di Dallas, organizzata per rilanciare la corsa del GOP verso le elezioni di metà mandato, una valutazione destinata a restare privata mette in discussione l’intera operazione politica voluta da Donald Trump. Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas e uno degli alleati più fedeli del presidente, ha ammesso durante una raccolta fondi a Washington che dopo l’evento i consensi sono diminuiti. «Quando abbiamo fatto quella convention, i nostri numeri sono scesi. Sono scesi i numeri di tutti», afferma nella registrazione pubblicata dal New York Times.
La frase arriva da un candidato sul quale Trump ha investito direttamente e in uno Stato che per i repubblicani dovrebbe rappresentare una delle certezze della mappa elettorale. Paxton ha ricevuto l’appoggio del presidente nelle primarie contro John Cornyn ed è stato uno dei protagonisti della convention di settembre, costruita dal Republican National Committee come una mobilitazione nazionale intorno alla figura di Trump. La campagna del candidato texano contesta la ricostruzione e sostiene che la registrazione sia stata presentata in modo fuorviante, ma il contenuto delle sue parole riporta al centro un problema che da settimane accompagna il GOP: l’effetto della presenza sempre più ingombrante del presidente sulla campagna per le midterm.
La convention di Dallas era stata pensata proprio per riportare dentro le midterm quella parte dell’elettorato trumpiano che tende a mobilitarsi soprattutto quando il nome del presidente compare direttamente sulla scheda. Lo stesso Trump aveva chiesto ai sostenitori di comportarsi nel 2026 come se ad essere candidato fosse ancora lui, trasformando così un appuntamento di metà mandato in una manifestazione costruita con il tono e la centralità di una campagna presidenziale. E aveva chiuso entrambe le serate e raccolto intorno alla propria leadership i candidati del GOP, nella convinzione che la sua presenza potesse trascinare l’intero partito verso il voto di novembre.
Dallas doveva rimettere Trump sulla scheda
La convention del 9 e 10 settembre era stata pensata per affrontare un problema elettorale che Trump conosce bene: una parte consistente del suo elettorato tende a presentarsi alle urne quando è lui direttamente in corsa e diventa meno affidabile nelle elezioni intermedie. Per questo aveva spinto il Republican National Committee a organizzare a Dallas una convention di metà mandato, la prima di questo genere, trasformandola in una grande manifestazione costruita intorno alla sua figura.
Tra i candidati sui quali Trump aveva investito maggiormente c’era proprio Ken Paxton, sostenuto nelle primarie contro il senatore uscente John Cornyn e indicato a Dallas come uno degli uomini da portare a Washington.
Pochi giorni dopo aveva anche rivendicato il risultato, sostenendo che il successo della convention avesse aiutato proprio Paxton. Il candidato texano, almeno nella conversazione privata registrata a Washington, sembra averne tratto una conclusione molto diversa. Interpellato mercoledì sulle parole di Paxton, Trump ha detto di non averne sentito parlare e ha difeso ancora una volta l’evento: «La convention è stata fantastica».
La difesa della campagna e i sondaggi che non coincidono
Lo staff di Paxton respinge la ricostruzione e accusa il New York Times di aver costruito una storia su materiale manipolato. A sostegno della propria posizione, la campagna ha diffuso un sondaggio interno realizzato due settimane dopo la convention che assegna al repubblicano tre punti di vantaggio sul democratico James Talarico.
I rilevamenti pubblici restituiscono però una situazione molto meno rassicurante per il GOP, con Paxton che in diversi sondaggi indipendenti continua a inseguire Talarico o a trovarsi sostanzialmente alla pari. In condizioni politiche normali una corsa al Senato in Texas difficilmente avrebbe costretto il Partito repubblicano a investire così tanto per difendere il seggio: MAGA Inc., il super PAC legato a Trump, ha già destinato decine di milioni di dollari alla competizione tra pubblicità favorevole a Paxton e messaggi contro il candidato democratico, mentre l’apparato nazionale del partito è intervenuto per colmare il forte divario iniziale nella raccolta fondi.
L’impressione che Dallas non abbia prodotto il rilancio sperato non circola soltanto nello staff del candidato texano. Il deputato repubblicano Don Bacon, intervistato dalla CNN, ha detto di aver ricevuto valutazioni analoghe da esperti politici con cui lavora da anni: dopo la convention, ha spiegato, i numeri repubblicani sarebbero scesi sensibilmente. Bacon ha aggiunto una considerazione ancora più difficile da ignorare per il partito: una corsa al Senato in Texas non dovrebbe trovarsi in queste condizioni a poche settimane dal voto.
Un problema che supera Paxton
Le parole di Paxton arrivano mentre il consenso di Trump è sceso al livello più basso della sua carriera politica: un sondaggio della scorsa settimana ha fermato il tasso di approvazione al 32%, registrando una crescente insoddisfazione anche tra gli elettori repubblicani per il costo della vita, l’aumento dei carburanti e le conseguenze economiche della guerra con l’Iran. Nello stesso periodo il GOP ha cominciato a spostare risorse anche verso collegi che fino a pochi mesi fa considerava sufficientemente sicuri, un segnale che le difficoltà non riguardano più soltanto le competizioni tradizionalmente contendibili.
Trump stesso ha riconosciuto proprio mercoledì scorso alla Casa Bianca che la sua amministrazione ha svolto «un pessimo lavoro» nel comunicare i risultati economici, pur continuando a sostenere che il Paese stia andando meglio che mai. La risposta scelta dal presidente è intensificare la campagna: nelle prossime settimane sarà direttamente impegnato in una serie di tappe elettorali che iniziano dal Texas e proseguono in Oklahoma, Alabama e Ohio, all’interno di un tour di 32 giorni destinato a sostenere i candidati repubblicani fino al voto del 3 novembre.
La strategia resta quindi quella sperimentata a Dallas: riportare Trump al centro delle midterm e utilizzare la capacità del presidente di mobilitare la propria base per compensare le difficoltà dei candidati repubblicani. La registrazione di Paxton introduce però una frattura che fino a questo momento era rimasta soprattutto nei sondaggi e nelle preoccupazioni degli strateghi del partito. A dirlo adesso è un candidato scelto da Trump, sostenuto dal suo apparato finanziario e impegnato in uno Stato che i repubblicani governano da decenni.
A cinque settimane dal voto Trump ha scelto di tornare al centro della campagna. Se Dallas doveva dimostrare che il suo nome bastava ancora a trascinare il GOP, per ora è uno dei suoi alleati più fedeli a dire che ha prodotto l’effetto opposto
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FOTO: Dallas 2026 – Today/YouTube – frame video
