Wyoming, Idaho e West Virginia. Sono gli ultimi tre Stati nei quali Donald Trump conserva un saldo positivo tra approvazione e disapprovazione. In tutto il resto del Paese il segno è diventato meno. Mancano meno di tre mesi alle Midterm e per i repubblicani il problema non è più soltanto difendere il presidente: è capire quanto della sua impopolarità finirà direttamente nelle urne.
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C’è una mappa che, vista tutta insieme, assomiglia a un vero e proprio disastro politico.
A disegnarla è The Economist, che utilizzando i dati YouGov ha realizzato una nuova elaborazione statale sul gradimento di Donald Trump. Il risultato è netto: il presidente registra un saldo di approvazione negativo in 47 Stati su 50 e nel District of Columbia.
Restano sopra lo zero soltanto Wyoming (+14), Idaho (+9) e West Virginia (+6). Perfino Stati conquistati nettamente nel 2024 mostrano oggi più elettori insoddisfatti che soddisfatti del suo operato.
Va chiarito che non si tratta di cinquanta sondaggi indipendenti, ma di stime costruite attraverso polling e modellizzazione statistica. Non è dunque una previsione di voto e sarebbe sbagliato trasformare quei 47 Stati in altrettante future vittorie democratiche. Il dato dice però qualcosa di altrettanto pesante: la disapprovazione per Trump non è più confinata alle roccaforti liberal, ma attraversa ormai gran parte del Paese che meno di due anni fa lo aveva riportato alla Casa Bianca.
Le rilevazioni nazionali si muovono nella stessa direzione. Reuters/Ipsos misura il gradimento del presidente al 33%, il livello più basso del suo secondo mandato; Economist/YouGov lo colloca al 35%, contro un 61% di disapprovazione. Trump conserva una presa molto forte sull’elettorato repubblicano, ma fuori dal perimetro MAGA la situazione cambia rapidamente, soprattutto tra gli indipendenti.
Il momento non potrebbe essere più delicato. La guerra con l’Iran è entrata nel suo sesto mese senza la rapida conclusione prospettata da Washington e sta trasferendo una parte del proprio costo sulla politica interna americana. Solo il 31% degli intervistati da Reuters/Ipsos sostiene il conflitto. Il prezzo dell’energia e della benzina rende molto meno lontano ciò che accade nel Golfo, mentre la Casa Bianca prova ora a spostare una parte crescente dello scontro con Teheran sul terreno economico.
Il malcontento deve ancora trasformarsi in voti
La mappa del gradimento, per quanto impressionante, non decide però il Congresso. Il 3 novembre gli americani voteranno in 435 collegi distinti per la Camera, oltre a rinnovare una parte del Senato. Un elettore può giudicare negativamente Trump e scegliere comunque il candidato repubblicano del proprio distretto; può bocciare la guerra con l’Iran e continuare a preferire il GOP su immigrazione, tasse o sicurezza. E può semplicemente restare a casa.
Finora questa distanza tra il giudizio sul presidente e il voto congressuale ha protetto una parte dei repubblicani. Gli ultimi numeri mostrano però che la protezione si sta assottigliando.
Economist/YouGov attribuisce ai democratici il 46% delle intenzioni di voto per il Congresso, contro il 39% dei repubblicani. Ancora più significativo è ciò che accade nei 65 distretti considerati competitivi: qui YouGov registra un vantaggio democratico del 45% contro il 40%.
Cinque punti nei collegi in bilico contano molto più di milioni di voti aggiuntivi accumulati in Stati già saldamente democratici. La maggioranza alla Camera è stretta e per cambiarla non serve una valanga nazionale: bastano pochi seggi spostati nel posto giusto.
Una Camera passata ai democratici non priverebbe Trump dei poteri della presidenza, ma cambierebbe profondamente i suoi ultimi due anni alla Casa Bianca. L’opposizione prenderebbe la guida delle commissioni, avrebbe maggiori strumenti di indagine e controllo e potrebbe rendere molto più complicata l’approvazione di bilanci e nuove leggi.
Ordini esecutivi, politica estera e potere di veto resterebbero nelle mani del presidente. Per trasformare però una parte consistente della propria agenda in legislazione, Trump sarebbe costretto a trattare con una Camera che potrebbe avere tutto l’interesse politico a ostacolarlo.
Il partito ha ancora bisogno di lui
Per i repubblicani il problema è reso più difficile da un paradosso: il presidente che può costare loro i collegi decisivi è anche quello di cui hanno bisogno per portare una parte della base alle urne.
Trump continua a mobilitare l’elettorato MAGA molto meglio di quanto riescano a fare numerosi candidati del partito da soli. Ma alle Midterm il suo nome non comparirà sulla scheda. I candidati nei distretti sicuri possono permettersi di costruire la campagna quasi interamente intorno alla Casa Bianca; quelli che devono conquistare indipendenti e moderati hanno al contrario margini molto più stretti.
Se prendere le distanze dal presidente rischia di raffreddare la base, restargli troppo vicini mentre il suo indice di approvazione oscilla intorno a un terzo del Paese può rendere ancora più difficile convincere l’elettore che decide all’ultimo momento.
La convention repubblicana prevista a Dallas in settembre offrirà già un primo banco di prova. Trump ne sarà inevitabilmente il protagonista, mentre il partito cercherà di trasformare la fedeltà personale al presidente in partecipazione elettorale senza consegnare ai democratici un referendum nazionale sulla sua amministrazione.
Nemmeno il Senato offre più la tranquillità immaginata qualche mese fa. La geografia elettorale resta più favorevole ai repubblicani rispetto alla Camera, ma alcune competizioni diventate più serrate li stanno costringendo a investire tempo e risorse in territori che speravano di poter considerare al sicuro.
Il risultato delle Midterm è ancora lontano dall’essere scritto. I sondaggi possono muoversi, la campagna deve entrare nella sua fase più dura e l’impopolarità di un presidente non si trasferisce automaticamente sui candidati del suo partito.
Ma la domanda per i repubblicani è già cambiata. Non riguarda più soltanto quanto consenso abbia perso Donald Trump. Riguarda quanto di quella perdita finirà per essere pagato dal partito il 3 novembre.
Trump non sarà sulla scheda. Gli americani, però, potranno comunque decidere quanto potere lasciargli dentro Washington.
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