Il governo che diceva basta ai bonus: cosa ha introdotto davvero
Giorgia Meloni alla Camera nel 2022, nei primi mesi del suo governo.

POLITICA DEI BONUS

Il governo che diceva basta ai bonus: cosa ha introdotto davvero

Nel 2022 Giorgia Meloni prometteva di non disperdere risorse in «bonus inutili». Quattro anni dopo sono arrivati nuovi contributi, carte, una tantum ed esoneri: cosa è cambiato davvero nella politica degli aiuti.

Il bonus doveva essere il simbolo di una stagione da archiviare. Non è successo. Il governo Meloni ne ha creati di nuovi, ne ha rifinanziati altri e ne ha trasformati alcuni in strumenti sempre più selettivi: una politica fatta di ISEE, categorie, tetti di spesa e aiuti temporanei che convive con la promessa iniziale di cambiare metodo.

Tra i «bonus inutili» da superare e i milioni stanziati oggi passa una legislatura intera: mettere in fila le misure racconta meglio degli slogan quale welfare è stato costruito.

Il 5 novembre 2022 il governo Meloni era in carica da appena due settimane. La presidente del Consiglio annunciò che le risorse sarebbero state concentrate contro il caro energia, «senza disperdere risorse in bonus inutili». Era una presa di distanza molto netta da una stagione politica nella quale la parola bonus era diventata sinonimo di intervento pubblico rapido, circoscritto e spesso temporaneo.

Quattro anni dopo la parola non è scomparsa. E soprattutto non è scomparso il meccanismo. Ci sono bonus per chi nasce, per chi è madre e lavora, per chi viene assunto, contributi straordinari sulle bollette, carte per comprare generi alimentari. Alcune misure sono trasferimenti diretti alle famiglie, altre riduzioni contributive per le imprese, altre ancora agevolazioni erogate una volta sola. Non sono tutte uguali e sarebbe scorretto metterle sullo stesso piano. Ma appartengono tutte a quella stessa famiglia politica: interventi selettivi, circoscritti a una platea e spesso legati a una scadenza o a un tetto di spesa.

Il bonus è morto. Viva il contributo

La trasformazione più evidente è lessicale. Prendiamo il Bonus nuovi nati. È stato introdotto dalla legge di Bilancio 2025 e assegna 1.000 euro una tantum per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2025 alle famiglie con ISEE fino a 40.000 euro. Per il 2025 sono stati previsti 330 milioni; dal 2026 la dotazione sale a 360 milioni l’anno. Dal 2026, inoltre, l’ISEE utilizzato per accedere alla misura viene calcolato escludendo gli importi ricevuti attraverso l’Assegno unico.

Mille euro quando nasce un bambino possono essere utilissimi. Ma restano mille euro una volta sola. Non modificano il costo strutturale di un asilo, di una casa più grande, del lavoro di cura o della riduzione del reddito che spesso accompagna la nascita di un figlio. Eppure la misura viene presentata esplicitamente dall’INPS come strumento per «incentivare la natalità».

L’Italia prova quindi a intervenire su uno dei suoi problemi strutturali più profondi con un sostegno che, per definizione, termina nel momento stesso in cui viene erogato.

Sessanta euro al mese alle mamme, ma solo se entrano nella casella giusta

Il percorso del Bonus mamme è ancora più istruttivo. Nel 2025 il nuovo bonus valeva 40 euro al mese per le lavoratrici con almeno due figli e determinati requisiti. Nel 2026 la legge di Bilancio lo ha portato a 60 euro mensili, fino a un massimo di 720 euro l’anno, per lavoratrici dipendenti e autonome con reddito da lavoro non superiore a 40.000 euro. La relazione tecnica quantifica l’onere per il solo 2026 in 630 milioni di euro.

Anche qui la questione non è se 720 euro servano. Certo che servono, soprattutto a chi ha un reddito basso. La questione è un’altra: perché una politica che dovrebbe sostenere stabilmente lavoro femminile e natalità continua ad assumere la forma di somme annuali legate a requisiti che cambiano?

La stessa disciplina ha già attraversato modifiche, rinvii e forme differenti. Il passaggio all’esonero contributivo strutturale previsto dalla legge di Bilancio 2025 è stato spostato al 2027; per il 2026 è rimasta una misura ponte sotto forma di integrazione al reddito.

La temporaneità, insomma, non è un incidente. È diventata parte del sistema.

La Carta Dedicata a te: mezzo miliardo all’anno

Poi c’è la Carta Dedicata a te, nata con la legge di Bilancio 2023. Nel 2026 e nel 2027 il fondo destinato all’acquisto di beni alimentari di prima necessità viene rifinanziato con 500 milioni di euro per ciascun anno. È destinato a nuclei con ISEE non superiore a 15.000 euro e viene distribuito attraverso uno specifico strumento di pagamento. Qui la contraddizione diventa quasi semantica.

Un governo che aveva annunciato di voler evitare la dispersione delle risorse nei bonus ha costruito una carta che deve essere rifinanziata anno dopo anno perché una parte delle famiglie italiane non riesce a sostenere normalmente neppure la spesa alimentare.

Non è una critica alla carta. È precisamente il contrario. Se serve rifinanziarla per centinaia di milioni ogni anno, significa che il bisogno al quale risponde non è temporaneo. È strutturale.

E allora diventa legittimo chiedersi perché la risposta continui ad avere la forma di un trasferimento periodicamente rifinanziato anziché diventare parte di una politica stabile sui redditi bassi.

Duecento euro per spegnere una bolletta da 1,6 miliardi

Nel 2025 il decreto contro il caro bollette ha aggiunto un altro tassello: 200 euro di contributo straordinario sull’energia elettrica per i nuclei con ISEE fino a 25.000 euro.

La platea potenziale era stimata in circa otto milioni di famiglie. L’impatto complessivo della misura: 1,6 miliardi di euro. Anche qui la parola importante non è “200”. È straordinario.

Se il problema è straordinario, il contributo una tantum ha una logica. Se il problema torna, e poi torna ancora, l’intervento comincia invece a somigliare a un modo costoso di evitare una risposta strutturale. Il consumatore riceve 200 euro. La bolletta successiva arriva comunque.

Persino il lavoro passa dal bonus

La parola è entrata anche nelle politiche occupazionali. Il Bonus Giovani 2026 concede ai datori di lavoro privati un esonero contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani under 35 considerati svantaggiati o molto svantaggiati. L’esonero può arrivare a 500 euro al mese per lavoratore, fino a 650 euro nelle aree della ZES unica.

Il giovane, però, non riceve un bonus. Lo riceve l’impresa che lo assume. Non c’è niente di illegittimo o inconsueto: gli incentivi contributivi sono uno strumento classico delle politiche del lavoro. Ma l’etichetta racconta bene quanto la parola bonus sia diventata elastica. Può indicare un assegno alla famiglia, uno sconto in bolletta, una carta alimentare oppure contributi che l’azienda non versa.

A un certo punto “bonus” non descrive più una politica. Descrive il modo in cui la politica viene comunicata.

La difesa del governo esiste. Ed è seria

Palazzo Chigi potrebbe rispondere che Meloni nel 2022 non promise mai di abolire qualsiasi forma di incentivo. Parlò esplicitamente di bonus inutili.

Ed è una distinzione reale.

Il governo può sostenere che le misure introdotte siano più selettive di alcuni interventi del passato: soglie ISEE, requisiti occupazionali, condizioni familiari e platee circoscritte servono proprio a concentrare le risorse dove vengono considerate più necessarie. La Carta Dedicata a te riguarda famiglie con ISEE sotto 15.000 euro; il Bonus nuovi nati ha una soglia di 40.000; il Bonus mamme 2026 è legato a reddito, lavoro e numero dei figli.

È un argomento che merita di essere preso sul serio. Ma non cancella il dato politico. Il governo che voleva superare la stagione dei bonus non l’ha superata. L’ha selezionata.

Ha sostituito parte dei bonus generalizzati con una costellazione di misure più mirate, spesso condizionate all’ISEE, alla composizione familiare o alla condizione lavorativa. Una scelta può anche essere più efficiente. Ma resta una scelta fondata sul bonus.

Il problema arriva quando il cittadino deve capire quale persona è oggi

Madre con due figli. Madre con tre figli. Dipendente. Autonoma. Tempo indeterminato. ISEE sotto 15.000. ISEE sotto 25.000. ISEE sotto 40.000. Under 35. Datore di lavoro in area ZES.

Ogni misura costruisce una platea. Chi è dentro riceve qualcosa. Chi resta appena fuori spesso non riceve nulla.

È l’effetto inevitabile di un welfare fatto di soglie e strumenti separati: famiglie con condizioni economiche molto simili possono ricevere trattamenti completamente diversi perché una supera di poco un limite ISEE, un figlio ha compiuto l’età prevista o il contratto di lavoro appartiene alla categoria sbagliata.

Nel frattempo aumenta anche il lavoro necessario per orientarsi tra prestazioni. Non a caso nel luglio 2026 l’INPS ha presentato una nuova versione del Portale della Famiglia che integra bonus nuovi nati, bonus mamme, simulatori e servizi proattivi per suggerire ai cittadini le prestazioni alle quali potrebbero avere diritto.

Quando serve un sistema pubblico che dica al cittadino quali aiuti potrebbe non sapere di poter chiedere, la complessità non è più un effetto collaterale. È diventata una caratteristica dell’architettura.

Basta bonus. Quattro anni dopo

Nessuno dei numeri dimostra che un bonus sia inutile.

Dimostrano qualcosa di politicamente più interessante: la promessa di rompere con la politica dei bonus non ha prodotto la scomparsa dei bonus.

Ha prodotto bonus nuovi. Alcuni hanno cambiato nome. Altri sono diventati carte. Altri contributi straordinari. Altri integrazioni al reddito. Altri ancora esoneri contributivi.

Quelli citati da Meloni nel 2022 potevano essere considerati “inutili”. Quelli introdotti dopo, evidentemente, vengono considerati utili.

È una distinzione che appartiene alla politica.Ai conti pubblici resta invece una caratteristica molto meno ideologica: ogni bonus, utile o inutile, alla fine ha un costo.

E ogni volta che quella misura deve essere rifinanziata l’anno successivo, la domanda diventa inevitabile: era davvero un’emergenza temporanea o stiamo finanziando a rate un problema che non abbiamo risolto?

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FOTO: © Palazzo Chigi via YouTube – frame video

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Rossano Matarazzo

Project Manager Rotonotizie - Editore Worldcoast -

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