Le grandi banche americane stanno sbarrando l’accesso ai propri sistemi agli agenti di intelligenza artificiale sviluppati da società esterne, dopo le segnalazioni di attività che in alcuni casi sembravano andare oltre le istruzioni ricevute dai clienti. Gli assistenti utilizzano credenziali bancarie autentiche, spesso fornite dagli stessi titolari dei conti, rendendo più difficile distinguere le operazioni autorizzate da quelle intraprese dal software.

La nuova generazione di assistenti AI può entrare nei servizi bancari con il consenso del cliente, ma quel consenso non garantisce che ogni azione successiva corrisponda alla sua volontà.
Le restrizioni delle grandi banche americane
Morgan Stanley ha già impedito agli agenti AI esterni di accedere alle proprie piattaforme, mentre JPMorgan Chase, Bank of America, Citi e Charles Schwab stanno adottando restrizioni analoghe o rafforzando i controlli. La vicenda è emersa da un’inchiesta pubblicata il 22 ottobre da Axios, secondo cui alcuni istituti avrebbero osservato tentativi di accesso e comportamenti difficili da ricondurre alle richieste originarie dei clienti.
Tra gli episodi segnalati figurano agenti che avrebbero contattato i servizi di assistenza bancaria o tentato operazioni senza che fosse chiaro se i titolari dei conti avessero impartito istruzioni specifiche. Morgan Stanley ha tuttavia precisato di non aver riscontrato comportamenti autonomi non autorizzati, mentre non risultano pubblicamente documentati trasferimenti di denaro eseguiti contro la volontà dei clienti.
Le restrizioni arrivano mentre i principali laboratori di intelligenza artificiale stanno sviluppando assistenti capaci di utilizzare applicazioni e servizi digitali senza richiedere un intervento umano a ogni passaggio. Gli agenti possono consultare informazioni, compilare richieste e interagire con piattaforme esterne, ma quando queste capacità vengono applicate a un conto corrente la possibilità di eseguire un’operazione assume conseguenze molto diverse da quelle di una normale attività amministrativa.
Chi utilizza già gli agenti AI per gestire il denaro
L’impiego dell’intelligenza artificiale nella gestione delle finanze personali non è più soltanto sperimentale, anche se la possibilità di affidarle direttamente il movimento del denaro rimane molto più limitata. Negli Stati Uniti, Meta ha introdotto per il proprio agente Muse un’integrazione con Plaid che permette agli utenti di collegare informazioni sui conti, sulle transazioni e sugli investimenti per ricevere analisi personalizzate. In Germania, Scalable Capital ha aperto la propria piattaforma ad assistenti come ChatGPT e Claude, attraverso i quali i clienti possono esaminare il portafoglio, predisporre piani di risparmio e impartire richieste relative agli investimenti. Le operazioni devono tuttavia essere approvate dall’utente, mentre prelievi e pagamenti non sono consentiti agli assistenti.
La distinzione è fondamentale per comprendere le restrizioni introdotte dalle banche americane. Un’applicazione autorizzata a leggere il saldo o analizzare le spese non dispone necessariamente della facoltà di trasferire denaro, mentre un agente al quale vengono consegnate direttamente le credenziali potrebbe tentare di utilizzare funzioni che l’istituto non ha previsto per l’accesso automatizzato. Secondo l’inchiesta di Axios, alcuni clienti hanno già condiviso username e password con questi sistemi, sebbene le condizioni di accesso di molte banche vietino tale modalità. La diffusione del fenomeno non è stata quantificata e non esistono, nelle informazioni pubblicate, elementi sufficienti per considerarlo un comportamento abituale della clientela.
Ma cosa deve sapere chi utilizza un assistente AI per le proprie finanze?
Per chi utilizza o intende utilizzare questi strumenti, la prima precauzione riguarda le credenziali bancarie, che non dovrebbero essere inserite nelle conversazioni con un chatbot né consegnate a un agente esterno affinché acceda al conto come se fosse il titolare. Quando una banca consente di collegare applicazioni finanziarie attraverso procedure ufficiali, è preferibile utilizzare esclusivamente quei collegamenti, verificando quali informazioni vengono condivise e se l’autorizzazione permette soltanto la consultazione oppure anche operazioni dispositive.
Occorre inoltre distinguere i suggerimenti finanziari dalle operazioni effettivamente eseguite. Un assistente può essere utile per classificare le spese, confrontare condizioni economiche o predisporre un piano di risparmio, ma trasferimenti, investimenti e pagamenti dovrebbero rimanere subordinati a una conferma esplicita, soprattutto quando il servizio è ancora sperimentale. Chi ha già condiviso le proprie password con un agente non autorizzato dalla banca dovrebbe modificarle attraverso i canali ufficiali, controllare gli accessi e i movimenti recenti, revocare eventuali collegamenti non necessari e contattare l’istituto se rileva attività sospette. L’autenticazione a più fattori aggiunge una protezione importante, ma non sostituisce il controllo sulle autorizzazioni concesse.
Le password autentiche complicano i controlli
La particolarità dei casi segnalati è che l’accesso non avviene necessariamente attraverso un’intrusione informatica. Sono gli stessi clienti, in alcune circostanze, a fornire agli assistenti le credenziali necessarie per entrare nei servizi bancari, confidando che il sistema svolga un incarico circoscritto. Per gli istituti, tuttavia, un accesso effettuato con password valide non permette sempre di stabilire se le attività successive siano state realmente autorizzate.
Un agente incaricato di esaminare le spese potrebbe disporre tecnicamente delle stesse funzioni che il cliente utilizza per modificare le impostazioni del conto o disporre pagamenti, qualora la piattaforma non preveda una separazione dei permessi. La capacità del software di individuare autonomamente i passaggi necessari a completare un compito, considerata uno dei principali progressi degli agenti AI, diventa così un fattore di rischio quando le operazioni possono incidere direttamente sul patrimonio.
La questione coinvolge anche le responsabilità degli istituti e dei fornitori tecnologici. Se un cliente autorizza un assistente ad accedere al proprio conto, ma il software esegue un’attività diversa da quella richiesta, l’eventuale contestazione non può essere ricondotta automaticamente alle regole previste per il furto delle credenziali. Le tutele dipendono dalla normativa applicabile e dalle circostanze dell’operazione, mentre l’utilizzo di sistemi autonomi introduce una distinzione tra il consenso all’accesso e l’autorizzazione a una specifica transazione.
Il settore finanziario cerca nuove regole per gli assistenti autonomi
Una delle possibilità considerate dagli operatori finanziari è limitare gli agenti AI alla consultazione delle informazioni, impedendo loro di effettuare pagamenti o modificare le impostazioni senza un’autorizzazione ulteriore. L’accesso ai dati potrebbe così consentire di analizzare movimenti e spese, mantenendo invece le operazioni dispositive sotto il controllo diretto del cliente.
Le preoccupazioni si inseriscono in un quadro di crescente attenzione delle autorità di vigilanza. Negli Stati Uniti e in Europa, i supervisori finanziari stanno esaminando i rischi legati all’impiego dell’intelligenza artificiale nei processi bancari, con particolare attenzione alla sicurezza operativa, alla gestione dei sistemi esterni e alla capacità degli istituti di intervenire quando un servizio automatizzato presenta anomalie.
La diffusione degli agenti AI sta quindi costringendo le banche a rivedere un presupposto consolidato dei servizi digitali: che l’utilizzo di credenziali valide sia sufficiente, insieme agli altri controlli previsti, a ricondurre un’operazione alla volontà del titolare. Con software capaci di prendere iniziative e interagire autonomamente con piattaforme finanziarie, gli istituti devono poter verificare non soltanto chi ha consentito l’accesso, ma anche quali attività abbia effettivamente autorizzato.
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