Il numero 44 scritto sulla fronte, un altro sul braccio, poi l’interrogatorio. Le immagini arrivate da Qabatiya costringono l’esercito israeliano ad ammettere quanto accaduto durante il raid in Cisgiordania. E non è la prima volta.

Il numero 44 scritto sulla fronte prima dell’interrogatorio. L’Idf ammette quanto accaduto a Qabatiya, ma quattro mesi fa aveva già promesso che da un episodio simile sarebbero state «apprese lezioni».
Puoi trovare i nostri contenuti anche su Google Discover.
Un numero scritto sulla fronte per identificare una persona durante un interrogatorio. È accaduto a Qabatiya, in Cisgiordania, durante una vasta operazione dell’esercito israeliano. Le immagini di alcuni palestinesi rilasciati dopo essere stati fermati mostrano numeri tracciati con un pennarello sul viso o su altre parti del corpo.
Questa volta non c’è soltanto la denuncia palestinese. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato che alcuni sospettati sottoposti a interrogatorio durante il raid sono stati contrassegnati con numeri. I comandanti, ha dichiarato l’esercito, hanno sottolineato ai militari coinvolti la gravità del comportamento e sono state nuovamente «apprese lezioni».
Il problema è proprio quell’avverbio: nuovamente.
Perché quattro mesi fa l’Idf aveva già dovuto spiegare un episodio simile avvenuto nel campo profughi di Jenin. Allora i numeri erano stati scritti sulle mani di alcune donne palestinesi autorizzate temporaneamente a rientrare nell’area controllata dall’esercito per recuperare i propri effetti personali. Anche in quell’occasione l’esercito aveva giudicato inappropriata la procedura e assicurato che la condotta corretta era stata chiarita ai militari.
Il 44 scritto sulla fronte
Tra le immagini diventate simbolo del caso c’è quella di un palestinese con il numero 44 scritto sulla fronte.
Ahmed Al-Hatnawi, residente di Qabatiya, ha raccontato all’emittente radiofonica Al-Shams che lo stesso numero gli sarebbe stato scritto anche sul braccio prima di essere fatto salire su una jeep e trasferito in una struttura improvvisata per l’interrogatorio.
L’uomo sostiene di essere stato interrogato per circa due ore e descrive il trattamento ricevuto come umiliante. Secondo il suo racconto, i militari avrebbero utilizzato i numeri per identificare rapidamente le persone fermate.
Ha raccontato di essersi sentito trattato «come se fossimo animali o bestie» e ha interpretato il numero tracciato sulla fronte come una forma deliberata di umiliazione.
Haaretz riferisce inoltre, citando fonti palestinesi e locali, che alcuni dei fermati sarebbero stati picchiati. Su queste accuse non risulta una conferma da parte dell’esercito israeliano.
Il raid in cento edifici
L’episodio avviene durante un’operazione militare molto più ampia.
Secondo la ricostruzione fornita dalle stesse Idf, le forze israeliane hanno controllato circa 100 edifici a Qabatiya, nei pressi di Jenin, fermando persone per interrogarle e arrestando due palestinesi accusati di essere coinvolti nella preparazione di attentati a Qabatiya e nel vicino campo di Far’a.
Le fonti palestinesi parlano di un numero di fermati superiore ai due arresti indicati dall’esercito. La distinzione è importante: molte delle persone condotte via per essere interrogate sono state successivamente rilasciate. Ed è proprio tra queste che sono comparsi i numeri scritti sulla pelle.
L’Idf non nega quindi la pratica. Contesta implicitamente, attraverso il proprio resoconto dell’operazione, l’idea che tutti i fermati fossero estranei all’attività militare, ma riconosce che il modo utilizzato per identificarli non avrebbe dovuto essere adottato.
Ad aprile era già successo a Jenin
È il precedente di Jenin a rendere il caso di Qabatiya più difficile da archiviare come comportamento isolato di alcuni soldati.
Nell’aprile scorso erano circolate immagini di donne palestinesi con numeri scritti sulle mani dopo il loro ingresso temporaneo nel campo profughi di Jenin, dove dovevano recuperare effetti personali dalle abitazioni.
L’esercito spiegò allora di avere diviso l’area in settori contrassegnati da numeri e lettere e sostenne che l’idea di scrivere sulla mano il settore di destinazione fosse nata anche per facilitare l’organizzazione degli spostamenti. La stessa Idf definì comunque quella soluzione una scelta sbagliata e annunciò che le procedure erano state chiarite.
Quattro mesi dopo, a Qabatiya, la procedura riappare in una forma ancora più evidente: non soltanto sulle mani, ma anche sulla fronte di persone fermate e sottoposte a interrogatorio.
E la risposta ufficiale utilizza praticamente lo stesso concetto: gravità dell’episodio e lezioni apprese.
La condanna di Ahmad Tibi
Il deputato arabo-israeliano Ahmad Tibi, esponente di Ta’al, ha denunciato pubblicamente l’accaduto parlando di disumanizzazione e richiamando immagini appartenenti ai periodi più bui della storia.
Il riferimento è particolarmente sensibile in Israele, dove l’identificazione delle persone attraverso numeri scritti sul corpo inevitabilmente richiama una memoria storica che va molto oltre la vicenda di Qabatiya.
Il paragone appartiene a Tibi e non serve trasformarlo in una qualificazione giornalistica dell’episodio. I fatti sono già sufficientemente forti: persone fermate, numerate sulla pelle, interrogate e poi rilasciate; un esercito che conferma la pratica e la giudica grave; e un precedente avvenuto soltanto pochi mesi prima.
La questione aperta, quindi, non riguarda soltanto cosa sia accaduto durante un raid a Qabatiya.
Riguarda perché una pratica che l’Idf aveva già riconosciuto come inappropriata ad aprile sia ricomparsa ad agosto.
RotoNotizie | © riproduzione riservata
FOTO: © frame video da Times Now/YouTube
