Tre euro al litro fanno impressione, ma la cifra va scomposta. Il diesel italiano è già tornato sopra 2,09 euro nonostante lo sconto fiscale, il 25 agosto scade la misura del governo e sui mercati manca soprattutto gasolio raffinato. Hormuz è il detonatore, ma non è l’unico problema.
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Tre euro al litro. È la soglia indicata dal presidente di FederPetroli Italia Michele Marsiglia come possibile scenario nei prossimi mesi se la crisi nello Stretto di Hormuz continuerà a peggiorare senza una vera de-escalation.
È una previsione che fa rumore, ma non significa che il gasolio stia per arrivare automaticamente a quella cifra.
Oggi, 18 agosto, il prezzo medio nazionale del diesel self è 2,099 euro al litro sulla rete ordinaria e 2,173 euro in autostrada. Sono già valori molto elevati e, soprattutto, sono stati raggiunti mentre è ancora in vigore lo sconto fiscale deciso dal governo.
Ed è proprio da qui che bisogna partire. Perché la domanda non è se domani mattina comparirà un 3 davanti al prezzo del gasolio.
La domanda è quante protezioni restano tra il prezzo attuale e quella soglia, e quante possono saltare contemporaneamente.
Il primo appuntamento è il 25 agosto
La prima data da segnare è vicinissima.
Fino al 25 agosto il gasolio beneficia di una riduzione complessiva di circa 17 centesimi al litro, composta da 14 centesimi di minore accisa e dall’effetto conseguente sull’Iva. L’aliquota dell’accisa è stata temporaneamente portata da 672,90 a 532,90 euro per mille litri.
Se la misura terminasse senza essere sostituita e tutte le altre componenti del prezzo restassero ferme, il semplice ritorno della tassazione precedente produrrebbe teoricamente un aumento vicino a quei 17 centesimi.
Applicato ai prezzi medi di oggi significherebbe passare, in termini puramente aritmetici, da 2,099 a circa 2,269 euro al litro sulla rete ordinaria e da 2,173 a circa 2,343 euro in autostrada.
Non è una previsione del prezzo del 26 agosto: quotazioni internazionali, margini e strategie commerciali possono muoversi nel frattempo. Serve però a capire quanto pesa il cuscinetto fiscale che oggi impedisce al rincaro internazionale di arrivare interamente alla pompa.
E quel cuscinetto sta già funzionando meno del previsto.
Il gasolio in autostrada è infatti tornato a 2,173 euro, esattamente il livello registrato il 4 agosto, quando il governo aveva appena prorogato lo sconto. Sulla rete ordinaria il prezzo medio è 2,099 euro, praticamente allo stesso livello di allora. In altre parole, una parte consistente della riduzione fiscale è già stata assorbita dall’aumento del prodotto.
Il petrolio non spiega più tutto
Qui si trova il secondo elemento, probabilmente il più importante.
Siamo abituati a guardare il Brent e a pensare che da quello dipenda quasi automaticamente il prezzo alla pompa. Ma nella crisi attuale il petrolio greggio racconta soltanto una parte della storia.
Il problema è diventato trasformare quel petrolio in gasolio.
Le capacità di raffinazione sono sotto pressione contemporaneamente in più aree del mondo. Le esportazioni globali di diesel da Russia, Medio Oriente e grandi fornitori asiatici sono diminuite di circa 1,3 milioni di barili al giorno rispetto a un anno prima. In Europa le scorte di gasolio nell’hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa risultano circa il 24% inferiori alla media degli ultimi cinque anni.
Il segnale più evidente arriva dal cosiddetto crack spread, cioè dalla differenza tra il valore del prodotto raffinato e quello del greggio utilizzato per produrlo.
All’inizio dell’anno il premio del diesel europeo sul Brent era intorno ai 25 dollari al barile. Adesso supera i 70 dollari. È quasi triplicato.
Questo significa una cosa molto concreta: anche un Brent che non torna ai massimi può convivere con un gasolio carissimo.
Ed è esattamente ciò che rende più seria la situazione attuale rispetto al semplice rialzo del petrolio.
Perché il diesel è diventato il punto debole
Il diesel è difficile da sostituire rapidamente.
Muove camion, mezzi agricoli, macchinari e una parte rilevante della logistica e dell’industria. Quando il prezzo aumenta, non basta ridurre qualche viaggio privato per abbattere la domanda.
Contemporaneamente l’offerta incontra problemi su più fronti.
Le raffinerie mediorientali lavorano ancora sotto i livelli precedenti alla guerra; gli attacchi ucraini hanno ridotto fortemente la capacità di raffinazione russa; la produzione e le esportazioni cinesi sono diminuite. Negli Stati Uniti, nonostante una maggiore attività delle raffinerie, le scorte di distillati sono arrivate su livelli eccezionalmente bassi per questo periodo dell’anno.
Hormuz amplifica tutti questi problemi.
Non blocca soltanto il passaggio del greggio. Complica il movimento dei prodotti raffinati, aumenta i costi di trasporto, costringe a cambiare rotte e riduce la disponibilità di materia prima per impianti che devono già lavorare dentro un mercato molto più teso del normale.
Il Brent ha chiuso martedì a 91,02 dollari al barile, sui massimi da circa tre settimane, mentre il fallimento del negoziato tra Stati Uniti e Iran rende sempre più plausibile una crisi prolungata nello Stretto.
Ma da 2,09 a 3 euro c’è ancora molta strada
È qui che l’allarme dei 3 euro va rimesso nella sua dimensione corretta.
Con il prezzo medio attuale di 2,099 euro, mancano circa 90 centesimi al litro per arrivare a 3 euro.
Se dal 25 agosto venisse meno integralmente lo sconto fiscale e il prezzo salisse teoricamente a circa 2,269 euro, resterebbero ancora 73 centesimi.
Significa che, anche dopo la fine dello sconto, servirebbe un ulteriore aumento di circa il 32% per raggiungere quella soglia sulla rete ordinaria.
In autostrada la distanza sarebbe minore: dal valore teorico di circa 2,343 euro dopo il ripristino della tassazione servirebbero ancora poco meno di 66 centesimi, circa il 28%.
Per questo i 3 euro vanno considerati uno scenario di forte stress, non il prezzo verso il quale il mercato sta semplicemente procedendo giorno dopo giorno.
Perché diventino realistici devono sommarsi più fattori: nessun nuovo intervento fiscale, una crisi di Hormuz lunga, ulteriore scarsità di diesel raffinato, quotazioni energetiche ancora più alte e nessun recupero significativo della capacità delle raffinerie.
Il problema è che oggi nessuna di queste variabili può essere esclusa con tranquillità.
E poi c’è il gas: il conto potrebbe arrivare in autunno
Marsiglia richiama anche un secondo fronte che riguarda meno il distributore e molto di più famiglie e imprese: il gas.
Il benchmark europeo è risalito oggi nell’area dei 64 euro per megawattora, più del doppio rispetto ai livelli precedenti alla fase più acuta della crisi.
La situazione è resa più delicata dalle scorte.
All’inizio di agosto gli stoccaggi europei erano poco sotto il 58%, il livello più basso mai registrato in questo periodo dell’anno nelle serie disponibili e circa dodici punti sotto l’anno precedente. La minore disponibilità di GNL attraverso Hormuz rende più costoso riempire i depositi prima dell’inverno.
È questo il passaggio che potrebbe trasformare una crisi oggi percepita soprattutto alla pompa in un problema più largo nei mesi di ottobre e novembre.
Se l’Europa arriverà all’inverno con stoccaggi insufficienti e continuerà a competere sul mercato mondiale per il gas liquefatto, il costo della crisi energetica potrà spostarsi dai carburanti alle bollette e ai costi industriali.
Quanto pesa davvero lo Stato su un litro di gasolio
C’è infine il tema italiano delle tasse.
L’accisa ordinaria sul gasolio è pari a 672,90 euro per mille litri, cioè circa 67,3 centesimi su ogni litro prima dell’attuale riduzione temporanea. L’Iva viene poi applicata anche sulla componente fiscale già incorporata nel prezzo.
È per questo che una riduzione di 14 centesimi dell’accisa produce un beneficio finale vicino ai 17 centesimi: scendendo l’accisa, diminuisce anche l’Iva calcolata sul prezzo complessivo.
Ma la crisi di queste settimane mostra anche il limite dello strumento.
Lo Stato può togliere temporaneamente una parte delle imposte, ma se contemporaneamente il prezzo internazionale del prodotto raffinato aumenta abbastanza, il mercato si mangia lo sconto.
È quello che sta succedendo adesso.
I 3 euro non sono una previsione. Sono una soglia di rischio
La cifra indicata da FederPetroli va quindi letta per quello che è: non l’annuncio che il gasolio costerà 3 euro tra qualche settimana, ma la misura di quanto potrebbe diventare grave una crisi nella quale saltassero contemporaneamente più argini.
Il primo è già davanti a noi: il 25 agosto termina lo sconto fiscale, se il governo non interverrà ancora.
Il secondo è industriale: nel mondo manca capacità di raffinazione e il diesel è uno dei prodotti più difficili da sostituire.
Il terzo è geopolitico: Hormuz non torna alla normalità e la crisi tra Stati Uniti e Iran non mostra, per ora, una via d’uscita stabile.
Il quarto arriverà con l’autunno, quando anche il gas e il livello degli stoccaggi europei cominceranno a pesare molto più di oggi.
Tre euro restano lontani dal prezzo medio attuale.
La notizia, però, è che per arrivarci non servirebbe un solo shock enorme. Basterebbe che diversi problemi già presenti smettessero di compensarsi tra loro.
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