MEDIA E POTERE

Disney fa causa alla FCC: le licenze ABC diventano il nuovo fronte dello scontro con Trump

Il gruppo chiede a un giudice di fermare la revisione anticipata delle licenze di otto emittenti ABC. Accusa il regolatore di ritorsione per le scelte editoriali, mentre la FCC rivendica un’indagine sulle politiche antidiscriminazione

Le licenze non dovrebbero essere riesaminate prima del 2028. La FCC le ha richiamate con oltre due anni di anticipo e ora Disney porta il caso davanti a un tribunale federale: secondo il gruppo, dietro il procedimento c’è il tentativo di esercitare pressione sui contenuti di ABC. Il regolatore respinge l’accusa.

Disney fa causa alla FCC: le licenze ABC diventano il nuovo fronte dello scontro con Trump
Otto licenze televisive richiamate anni prima della scadenza, le pressioni di Trump sui programmi ABC e ora una causa sul Primo Emendamento: Disney decide di portare lo scontro con la FCC davanti a un giudice.

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Disney ha deciso di non aspettare più. Insieme ad ABC e alle otto emittenti direttamente coinvolte ha portato la Federal Communications Commission davanti a un tribunale federale di Washington, chiedendo di fermare il procedimento anticipato sulle loro licenze televisive.

Al centro della causa c’è una domanda che supera largamente gli interessi di un network: fino a che punto un’autorità pubblica può utilizzare il potere sulle licenze di trasmissione nei confronti di un’emittente le cui scelte editoriali vengono apertamente contestate dal presidente degli Stati Uniti?

Disney sostiene che quel confine sia già stato superato. Nella causa accusa la FCC di utilizzare i propri poteri regolatori per colpire ABC per programmi e decisioni editoriali sgraditi all’amministrazione Trump e invoca la tutela garantita dal Primo Emendamento. Chiede inoltre un provvedimento urgente che blocchi il procedimento prima che l’agenzia possa convocare un’udienza sulle licenze.

Otto licenze che non scadrebbero prima del 2028

È la tempistica a rendere il caso anomalo.

Il 28 aprile la FCC ha ordinato a Disney e ABC di presentare entro trenta giorni le domande per il rinnovo anticipato di tutte e otto le proprie licenze televisive. L’agenzia ha poi aperto formalmente il procedimento dopo la presentazione delle richieste il 28 maggio.

Eppure nessuna di quelle licenze sarebbe normalmente arrivata a rinnovo prima del 2028.

La stessa FCC spiega nei documenti ufficiali che una norma consente di anticipare il rinnovo quando ciò viene considerato essenziale per lo svolgimento di un’indagine. Ed è proprio questa la motivazione utilizzata nel caso Disney.

L’agenzia sostiene di stare verificando se le politiche adottate da Disney in materia di assunzioni, promozioni, retribuzioni e opportunità professionali possano aver prodotto discriminazioni basate su razza, genere o altre caratteristiche protette dalla legge.

Per la FCC, quindi, il procedimento non riguarda il contenuto dei programmi ma il rispetto delle norme antidiscriminatorie e, più in generale, degli obblighi di interesse pubblico imposti alle emittenti che utilizzano frequenze pubbliche.

Disney contesta proprio questa ricostruzione.

Il giorno prima Trump aveva chiesto il licenziamento di Kimmel

Il contesto rende difficile separare completamente il procedimento regolatorio dallo scontro politico.

La revisione anticipata delle licenze fu ordinata il giorno dopo che Donald Trump aveva pubblicamente chiesto ad ABC di licenziare Jimmy Kimmel, uno dei conduttori televisivi più critici nei suoi confronti.

E non si tratta dell’unico episodio.

Trump ha ripetutamente sostenuto che le emittenti ABC dovrebbero rischiare le proprie licenze per programmi o servizi giornalistici da lui giudicati ostili. A luglio è tornato a chiederne la revoca dopo che ABC aveva rifiutato di trasmettere in prima serata un suo intervento sulle elezioni. In precedenza aveva invocato un intervento della FCC anche dopo domande giornalistiche o programmi che considerava contrari alla propria amministrazione.

È questa sequenza che Disney porta ora davanti al giudice come prova di una pressione più ampia esercitata sul network.

La società sostiene che il procedimento sulle licenze non possa essere considerato isolatamente, ma debba essere letto insieme alle dichiarazioni del presidente e alle altre iniziative della FCC riguardanti i programmi ABC.

Nel mirino anche “The View”

Tra questi c’è The View, il talk show diurno della rete nel quale politica e attualità sono temi centrali.

La FCC sta verificando se il programma debba essere sottoposto alle norme federali sulle pari opportunità concesse ai candidati politici. ABC sostiene invece che The View rientri tra i programmi giornalistici esentati da quelle disposizioni.

Disney afferma che, da febbraio, il programma ha smesso di invitare candidati politici proprio a causa della pressione esercitata dal regolatore. Anche questo elemento viene indicato nella causa come un esempio dell’effetto che l’azione della FCC starebbe già producendo sulle scelte editoriali.

Carr: «Seguiremo i fatti e la legge»

Il presidente della FCC Brendan Carr respinge la lettura di Disney.

Intervistato da Reuters, Carr ha sottolineato che non è stata ancora presa alcuna decisione sull’eventuale apertura di un procedimento che possa portare alla revoca delle licenze e ha assicurato che l’agenzia procederà sulla base dei fatti e della legge.

Carr sostiene inoltre che la FCC debba tornare a far rispettare con maggiore rigore l’obbligo delle emittenti di operare nell’interesse pubblico, un potere che a suo giudizio è stato utilizzato troppo poco negli ultimi decenni.

Di segno opposto la posizione di Anna Gomez, commissaria democratica della FCC, che accusa invece l’agenzia di avere avviato da mesi una campagna di pressione e censura contro le stazioni ABC e di utilizzare la minaccia sulle licenze per punire contenuti sgraditi all’amministrazione.

Perdere una licenza è raro. Minacciare di farlo pesa molto di più

Le televisioni locali americane hanno bisogno di una licenza della FCC per utilizzare le frequenze pubbliche. La revoca effettiva è un evento estremamente raro.

Ed è proprio questo uno dei punti centrali della causa.

Non è necessario arrivare alla chiusura di un’emittente perché il potere sulle licenze produca conseguenze. Secondo Disney, la possibilità stessa di sottoporre una rete a un procedimento straordinario può esercitare pressione sulle decisioni riguardanti conduttori, programmi, ospiti e copertura giornalistica. Reuters sottolinea che prima di aprile la FCC non ricorreva a un rinnovo anticipato di questo tipo da oltre cinquant’anni.

Il giudice federale Loren AliKhan ha già ordinato alle parti di presentare una proposta sui tempi con cui esaminare la richiesta urgente di Disney e ha imposto alla FCC di avvertire il tribunale nel caso decidesse di avviare il percorso verso una possibile revoca.

Il processo che va oltre Disney

Disney non sta chiedendo a un tribunale di stabilire se ABC sia imparziale, se Jimmy Kimmel sia eccessivamente critico con Trump o se The View debba piacere alla Casa Bianca.

La questione è precedente a tutte queste.

Riguarda chi può decidere quali conseguenze debba subire un’emittente per le proprie scelte editoriali e quale sia il limite oltre il quale un legittimo potere di regolazione diventa uno strumento capace di condizionare quelle scelte.

La FCC sostiene di stare applicando norme esistenti a un soggetto che utilizza frequenze pubbliche. Disney sostiene invece che quelle norme siano state trasformate in un mezzo di ritorsione politica.

Ora non saranno più soltanto il network, Trump o Brendan Carr a stabilire dove passa quel confine.

A farlo sarà un tribunale federale, e la risposta potrebbe riguardare molto più delle otto licenze di ABC.

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FOTO: frame video © PBS NewsHour/YouTube

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