Iran valuta obiettivi Usa in Europa, la NATO: «Pronti a ogni minaccia»

EUROPA NEL MIRINO

Iran valuta obiettivi Usa in Europa, la NATO: «Pronti a ogni minaccia»

Secondo il Financial Times, Teheran avrebbe studiato possibili attacchi contro asset militari americani in Bulgaria e a Cipro in caso di una nuova offensiva Usa. Nel dossier anche i cavi sottomarini di Hormuz.

La guerra tra Stati Uniti e Iran potrebbe superare i confini del Medio Oriente. Tra gli scenari valutati da Teheran compaiono per la prima volta obiettivi militari americani sul territorio europeo. E la NATO risponde avvertendo di essere pronta a difendere i propri alleati.

Dallo Stretto di Hormuz all’Europa: l’Iran avrebbe studiato come colpire asset militari americani in Bulgaria e a Cipro se Washington riaprisse l’offensiva. E la NATO ora risponde.

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Lo scenario della guerra tra Stati Uniti e Iran si allarga fino all’Europa. Teheran avrebbe valutato possibili attacchi contro obiettivi militari americani nell’Europa sud-orientale nel caso in cui Donald Trump decidesse di lanciare una nuova offensiva contro la Repubblica islamica.

A rivelarlo è il Financial Times, che cita due persone vicine al regime iraniano. Secondo le fonti, le forze di Teheran avrebbero studiato la possibilità di colpire asset statunitensi in Paesi come Bulgaria e Cipro, mentre separatamente sarebbe stata presa in esame anche l’ipotesi di attaccare i cavi sottomarini in fibra ottica che attraversano lo Stretto di Hormuz.

Non si tratta dell’annuncio di un attacco né di una decisione già presa. Sono scenari di rappresaglia che, secondo le fonti del quotidiano britannico, entrerebbero in gioco se Washington intensificasse nuovamente la guerra.

Ma è proprio la geografia degli obiettivi valutati a modificare il quadro.

Bulgaria, la base di Bezmer e gli aerei americani

Il punto più delicato riguarda la Bulgaria.

A luglio il Parlamento di Sofia ha autorizzato lo schieramento temporaneo presso la base militare di Bezmer di un massimo di otto aerei cisterna statunitensi KC-135 e fino a 250 militari americani. La presenza era stata richiesta da Washington nell’ambito di un accordo già esistente per l’utilizzo congiunto di infrastrutture militari.

La decisione aveva già provocato una reazione iraniana.

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva chiesto alla Bulgaria di riconsiderare lo schieramento, sostenendo che consentire l’utilizzo del territorio bulgaro per operazioni militari americane contro l’Iran avrebbe significato facilitare un’aggressione. Sofia aveva replicato che a Bezmer non sarebbero stati dispiegati sistemi offensivi e che la presenza americana non trasformava la Bulgaria in una parte del conflitto.

Il nuovo scenario attribuito alle autorità iraniane rappresenta quindi un passaggio ulteriore: dalla minaccia diplomatica delle “conseguenze” alla valutazione concreta di possibili obiettivi militari.

Perché entra in gioco la NATO

La Bulgaria non è soltanto un Paese europeo: è membro della NATO e ospita anche uno dei gruppi tattici multinazionali schierati dall’Alleanza sul fianco orientale, con l’Italia come framework nation e la partecipazione, tra gli altri, degli stessi Stati Uniti.

È per questo che il rapporto del Financial Times ha provocato una risposta immediata dell’Alleanza.

Un funzionario NATO ha dichiarato che l’organizzazione è «pronta ad affrontare qualsiasi minaccia» e farà quanto necessario per difendere tutti gli Alleati. Ha ricordato inoltre che nei mesi scorsi le difese aeree NATO hanno intercettato in quattro occasioni missili balistici iraniani diretti verso la Turchia.

Un eventuale attacco iraniano contro il territorio bulgaro aprirebbe inevitabilmente il dossier della difesa collettiva. L’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico stabilisce che un attacco armato contro un membro dell’Alleanza viene considerato un attacco contro tutti, anche se la qualificazione concreta di un evento come “attacco armato” viene valutata caso per caso e ciascun alleato determina le misure che ritiene necessarie.

È questo che rende la Bulgaria qualitativamente diversa dagli obiettivi americani che l’Iran ha colpito o minacciato finora in Medio Oriente.

Cipro è un caso diverso

Cipro compare anch’essa negli scenari riferiti dalle fonti iraniane, ma qui è necessaria una distinzione: Cipro non è membro della NATO.

Sull’isola si trovano però due basi militari sovrane britanniche. Una di queste, RAF Akrotiri, era già stata colpita da un drone iraniano a marzo, dopo l’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran.

Anche su questo fronte Teheran aveva già mandato un avvertimento. A fine luglio Araghchi aveva parlato con il ministro degli Esteri cipriota Constantinos Kombos chiedendo che le basi straniere sull’isola non venissero utilizzate contro l’Iran.

La Gran Bretagna aveva consentito agli Stati Uniti di utilizzare proprie infrastrutture per operazioni difensive contro missili iraniani, precisando successivamente che Akrotiri non sarebbe stata coinvolta in quell’accordo specifico. I Guardiani della rivoluzione avevano comunque avvertito Londra che qualsiasi base utilizzata per un attacco contro il territorio iraniano sarebbe stata considerata un obiettivo legittimo.

Nel piano anche i cavi sottomarini di Hormuz

C’è poi un secondo scenario che allarga ulteriormente la natura dello scontro.

Le forze iraniane avrebbero studiato la possibilità di colpire cavi sottomarini in fibra ottica nello Stretto di Hormuz in caso di una nuova escalation.

È un salto rispetto alla guerra combattuta finora intorno alle petroliere, alle navi commerciali, alle infrastrutture energetiche e alle basi militari.

I cavi sottomarini appartengono all’infrastruttura sulla quale viaggiano le comunicazioni digitali internazionali. Inserirli tra gli scenari di rappresaglia significherebbe trasformare Hormuz da punto critico per petrolio e gas anche in un possibile fronte della connettività internazionale.

Per ora resta un’opzione studiata, non un’operazione annunciata.

Ma mostra quanto Teheran stia cercando di individuare strumenti capaci di aumentare il costo di una nuova offensiva americana ben oltre il campo di battaglia iraniano.

Teheran prepara una risposta più larga

Il Financial Times descrive un clima nel quale una parte crescente dell’apparato iraniano considera la ripresa della guerra non tanto una possibilità quanto una questione di tempo.

La nuova impostazione coincide con il rafforzamento dei falchi ai vertici militari e della sicurezza iraniani e con il fallimento, almeno per ora, del tentativo di trasformare il memorandum con Washington in un accordo stabile. Trump ha dichiarato martedì che non sono in corso colloqui con Teheran e che non ne risultano programmati.

Finora la capacità di rappresaglia iraniana si è concentrata soprattutto sulle installazioni americane in Medio Oriente, sul traffico attraverso Hormuz e sulle infrastrutture regionali.

L’Europa introduce un’altra dimensione.

Non perché Teheran abbia deciso di attaccarla, ma perché la possibilità di portare la rappresaglia fuori dal Medio Oriente entra ora esplicitamente tra gli scenari attribuiti all’apparato iraniano.

E nel caso della Bulgaria significherebbe non colpire soltanto un asset degli Stati Uniti.

Significherebbe colpirlo sul territorio di un Paese NATO.

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Foto: Elaborazione grafica con la bandiera iraniana e quella della NATO, accompagnate da velivoli militari e infrastrutture strategiche.

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