Energia, l’Europa ha già pagato 100 miliardi in più: il petrolio torna ma lo shock resta
Ursula von der Leyen interviene al Parlamento europeo sui costi dell’energia e sulle conseguenze della crisi mediorientale.

ENERGIA E GUERRA

Energia, l’Europa ha già pagato 100 miliardi in più: il petrolio torna ma lo shock resta

Von der Leyen avverte che la pressione può aumentare con l’inverno. L’EIA alza ancora le stime sul Brent mentre scorte e diesel restano sotto tensione nonostante la ripresa dei flussi dal Golfo.

Il petrolio del Golfo sta tornando sui mercati, ma otto mesi di guerra hanno consumato una parte delle riserve utilizzate per assorbire lo shock e lasciato molto più fragile il mercato dei carburanti. Per l’Europa il conto è già salito di 100 miliardi di euro e Bruxelles avverte che l’arrivo dell’inverno può aumentare la pressione su famiglie e imprese.

Il recupero delle esportazioni mediorientali sta cambiando la crisi energetica senza cancellarne gli effetti: oggi il problema non è soltanto quanto petrolio riesce a raggiungere i mercati, ma quanto margine resta dopo mesi di scorte consumate, rotte alterate e carenza di prodotti raffinati.

L’Europa ha già speso 100 miliardi di euro in più per importare combustibili fossili dall’inizio della guerra, senza ottenere in cambio una maggiore quantità di energia. Ursula von der Leyen ha portato il dato davanti al Parlamento europeo insieme a due numeri che misurano l’impatto diretto della crisi: dalla fine di febbraio il prezzo del gas è aumentato del 140% e quello del diesel è raddoppiato.

La presidente della Commissione ha avvertito che la pressione sui costi potrebbe intensificarsi con l’arrivo dell’inverno e ha indicato la necessità di concentrare gli interventi sulle famiglie e sulle imprese maggiormente esposte, evitando sostegni generalizzati che aumenterebbero la domanda e peserebbero sui bilanci pubblici. Bruxelles punta contemporaneamente sull’offerta: il G7 ha concordato il rilascio coordinato di 100 milioni di barili di diesel e greggio dalle riserve, mentre la Commissione aprirà un dialogo strategico con le raffinerie europee per aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti e contenere i costi.

Il petrolio torna, ma l’EIA alza ancora il prezzo atteso

Il nuovo scenario pubblicato dalla Energy Information Administration americana mostra perché la ripresa dei flussi non basta a riportare il mercato alle condizioni precedenti alla guerra. L’agenzia ha aumentato nuovamente le proprie previsioni sul Brent, portando la media attesa per il 2026 a circa 98 dollari al barile, l’8% in più rispetto alla stima di settembre. Nel quarto trimestre il prezzo medio dovrebbe raggiungere circa 105 dollari, 14 dollari sopra la precedente previsione, mentre per il 2027 l’EIA indica ora una media di 84 dollari, dieci in più rispetto alla valutazione precedente.

La revisione arriva mentre la quantità di petrolio che riesce a lasciare il Golfo sta aumentando rapidamente. A settembre i flussi di greggio, condensati e prodotti petroliferi dei produttori regionali, escluso l’Iran, sono tornati oltre l’81% dei livelli precedenti alla guerra. Per il solo greggio e i condensati il recupero ha raggiunto il 91%, sostenuto soprattutto dall’Arabia Saudita, che ha aumentato fortemente le esportazioni dopo le difficoltà dei mesi precedenti.

La maggiore disponibilità corrente non ha però ricostituito ciò che il sistema energetico mondiale ha utilizzato durante la fase più grave della crisi. L’EIA indica nella rapida diminuzione delle scorte globali e nella persistente scarsità di diesel due delle ragioni principali per cui il prezzo atteso del petrolio rimane elevato. La produzione mediorientale ancora ferma dovrebbe progressivamente diminuire, passando dai 4,5 milioni di barili al giorno stimati per il quarto trimestre del 2026 a 2,7 milioni nel primo trimestre del 2027, ma la ricostruzione delle riserve richiederà più tempo della ripresa dei flussi.

Il vero collo di bottiglia sono sempre più i carburanti

La distanza tra greggio e prodotti raffinati aiuta a spiegare anche l’allarme europeo. Se le esportazioni regionali di greggio e condensati hanno recuperato il 91% dei livelli precedenti al conflitto, quelle dei prodotti raffinati sono rimaste attorno al 60%. Diesel e jet fuel sono così diventati uno dei segmenti più vulnerabili del mercato energetico mondiale, con conseguenze che arrivano direttamente ai trasporti, all’agricoltura e all’industria.

Negli Stati Uniti l’EIA prevede che il diesel al dettaglio rimanga sopra i 6 dollari al gallone in ottobre, prima di diminuire gradualmente verso una media di circa 4,50 dollari nel 2027. La tensione è visibile anche nel mercato fisico del greggio: Mike Wirth, amministratore delegato di Chevron, ha spiegato che il sistema energetico dispone oggi di margini di sicurezza inferiori rispetto alle prime fasi della guerra e che il petrolio fisico consegnato in Asia viene scambiato a livelli vicini ai 150 dollari al barile, molto al di sopra delle quotazioni dei futures sul Brent.

Il problema non è quindi soltanto produrre abbastanza greggio, ma riuscire a trasformarlo, trasportarlo e consegnarlo dove serve mentre raffinerie, rotte marittime e infrastrutture energetiche continuano a essere esposte alla guerra. Il recupero delle esportazioni attraverso Hormuz, il maggiore utilizzo delle rotte alternative saudite e i trasferimenti nave-a-nave hanno restituito al mercato milioni di barili al giorno, ma non possono ricostituire immediatamente le scorte utilizzate durante i mesi nei quali l’offerta era molto più ridotta.

L’Europa entra nell’inverno con meno margine

La risposta del G7 si concentra proprio sul segmento più sotto pressione, con il rilascio di 100 milioni di barili dalle riserve strategiche nell’arco di quattro mesi e una quota consistente di diesel prevista nella fase iniziale, anche se la ripartizione precisa tra greggio e prodotti raffinati e tra i diversi Paesi deve ancora essere definita. Il consiglio direttivo dell’International Energy Agency dovrebbe affrontare i dettagli dell’operazione nella riunione del 14 e 15 ottobre.

Bruxelles sta intanto cercando di evitare che la scarsità dei prodotti raffinati si trasformi in un problema ancora più grave durante l’inverno. La Commissione ha già riunito la Energy Union Task Force per coordinare le informazioni sul mercato del diesel e ha annunciato un confronto con le raffinerie europee, mentre von der Leyen ha chiesto che gli aiuti pubblici restino concentrati sui soggetti maggiormente colpiti anziché trasformarsi in sussidi generalizzati ai consumi.

Nei primi mesi della guerra il rischio principale era che una parte enorme dell’offerta mediorientale non riuscisse più a raggiungere il mercato mondiale; oggi una quota crescente di quel petrolio è tornata a circolare, ma il sistema che ha compensato la sua assenza dispone di riserve più basse e continua a soffrire una forte carenza di carburanti raffinati.

Per famiglie e imprese europee la persistenza di prezzi energetici elevati può tradursi in bollette di gas ed elettricità più alte o più lente a diminuire, anche se l’impatto non è immediato né uguale in tutti i Paesi perché dipende dai contratti di fornitura, dal mix utilizzato per produrre elettricità, dalla regolazione nazionale e dalle misure pubbliche di sostegno. Il diesel più caro incide inoltre sui costi di trasporto e distribuzione e può trasferire parte della pressione energetica sui prezzi di beni e servizi, mentre per le industrie ad alto consumo di energia aumenta il costo di produzione proprio nella fase in cui Bruxelles cerca di limitarne la perdita di competitività.

Per l’Europa significa che la normalizzazione dei flussi non coincide automaticamente con quella dei prezzi. I 100 miliardi di euro di maggiori importazioni fossili indicati da von der Leyen rappresentano il costo già accumulato, mentre le nuove previsioni dell’EIA mostrano che la fase successiva potrebbe essere più lenta: il petrolio torna sui mercati prima che il mercato riesca a ricostruire il margine di sicurezza consumato durante la guerra.

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FOTO: Frame video Crux/YouTube

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