CRISI ENERGETICA

Hormuz entra nei conti europei

Italia e Grecia chiedono più flessibilità per fronteggiare il caro energia. Bruxelles teme che nuove deroghe possano indebolire le regole fiscali appena riformate.

La crisi di Hormuz arriva al tavolo dell’Eurogruppo e apre un fronte che va oltre petrolio, gas e carburanti. Italia e Grecia chiedono alla Commissione europea maggiore spazio nei bilanci pubblici per sostenere gli interventi contro il caro energia, mentre a Bruxelles cresce la cautela sull’ipotesi di adattare nuovamente le regole fiscali a uno shock esterno.

Hormuz entra nei conti europei

Dallo Stretto ai conti pubblici, la durata della crisi energetica costringe l’Europa a misurare quanto spazio esista davvero nelle nuove regole di bilancio quando lo shock arriva dall’esterno.

L’Eurogruppo dell’8 ottobre affronta formalmente l’impatto dei mercati energetici sull’economia dell’area euro. La discussione arriva mentre i governi europei continuano a sostenere famiglie e imprese contro rincari che, pur in una fase di parziale recupero dei flussi energetici dal Medio Oriente, restano alimentati dalle condizioni eccezionali della navigazione attraverso Hormuz, dai costi della logistica e dalle difficoltà che continuano a interessare soprattutto i prodotti raffinati.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis hanno chiesto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen una maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole di bilancio. Per Roma il problema riguarda anche il modo in cui vengono valutati i percorsi di crescita della spesa concordati con Bruxelles, costruiti sulla base di livelli di inflazione inferiori a quelli determinati successivamente dallo shock energetico.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha sostenuto che l’aumento dei prezzi debba essere considerato quando l’Unione valuta eventuali scostamenti rispetto agli obiettivi di bilancio. La richiesta italiana comprende anche la possibilità di utilizzare con maggiore margine le entrate fiscali aggiuntive prodotte dall’aumento dei prezzi dei carburanti per finanziare misure destinate a contenerne l’impatto su famiglie e attività economiche.

Il nodo delle regole fiscali

La questione è più ampia della sola disponibilità di nuove risorse. Il quadro europeo di governance economica è stato riformato per consentire percorsi nazionali più graduali, mantenendo però vincoli sufficientemente prevedibili da preservarne la credibilità. Riconoscere nuove deroghe ogni volta che l’Unione viene colpita da uno shock rischierebbe di trasformare una flessibilità pensata per circostanze eccezionali in un elemento strutturale del sistema.

Da qui la prudenza che emerge a Bruxelles. Considerare le maggiori entrate Iva generate dall’aumento dei prezzi dell’energia come risorse liberamente utilizzabili aprirebbe, per esempio, la questione opposta: cosa dovrebbe accadere quando petrolio e carburanti tornassero a scendere e quelle stesse entrate si riducessero? Una modifica apparentemente circoscritta alla crisi attuale potrebbe quindi produrre conseguenze sull’applicazione futura delle regole di bilancio.

Anche l’inflazione pone un problema simile. Governi nazionali con un controllo limitato sull’andamento dei prezzi possono trovarsi a rispettare programmi di spesa costruiti su previsioni rapidamente superate dagli eventi, ma introdurre un correttivo automatico significherebbe stabilire criteri utilizzabili anche durante crisi future. La Commissione dovrà quindi valutare non soltanto l’emergenza attuale, ma gli effetti che eventuali concessioni produrrebbero sull’intero quadro fiscale europeo.

Il caro energia pesa già sui bilanci

La pressione esercitata dalla crisi energetica sui conti pubblici è già concreta: nel 2026 i governi dell’Unione hanno destinato quasi 18 miliardi di euro a misure per attenuare l’aumento dei prezzi dell’energia, mentre la Commissione ha invitato gli Stati a concentrare gli interventi sulle famiglie e sulle imprese maggiormente esposte, evitando forme di sostegno generalizzato che diventerebbero sempre più difficili da sostenere qualora la crisi dovesse prolungarsi.

Il confronto sulla flessibilità fiscale si intreccia inoltre con quello sugli extraprofitti delle società energetiche, che diversi governi considerano una possibile fonte di risorse per finanziare parte delle misure contro il caro energia. Un intervento comune a livello europeo resta però difficile da definire, sia perché la fiscalità continua a essere in larga misura competenza nazionale, sia perché tra gli Stati membri persistono posizioni differenti sulle modalità e sull’estensione di un eventuale prelievo.

Sul mercato energetico, intanto, il recupero di parte delle esportazioni mediorientali non ha riportato le condizioni precedenti alla guerra. I volumi di greggio hanno recuperato terreno, ma Hormuz resta un corridoio sottoposto a interdizioni selettive, protezione militare, elevati costi assicurativi e forti oscillazioni del traffico. Una parte crescente delle esportazioni utilizza inoltre oleodotti, terminali alternativi e rotte che spostano verso il Mar Rosso una quota del rischio che prima era concentrato nello Stretto.

Da Hormuz al Patto di stabilità

La durata della crisi sta modificando anche la natura della risposta europea, perché le prime misure erano concentrate soprattutto sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sul contenimento dei prezzi, mentre ora il confronto riguarda sempre più quanto a lungo i governi possano finanziare gli interventi senza compromettere i percorsi di bilancio concordati con Bruxelles.

L’Eurogruppo dell’8 ottobre consegna così una prima risposta alle richieste di Italia e Grecia, senza chiudere formalmente il dossier ma restringendo sensibilmente lo spazio per nuove concessioni. Valdis Dombrovskis ha assicurato che la Commissione approfondirà le proposte avanzate da Roma e Atene, dopo avere discusso della situazione con Giancarlo Giorgetti e Kyriakos Pierrakakis, ma ha chiarito che il nuovo quadro fiscale contiene già meccanismi capaci di assorbire parte degli effetti dell’inflazione, del rallentamento economico e dell’aumento della spesa per interessi.

Per Bruxelles il problema non è quindi riconoscere che lo shock energetico stia incidendo sui conti pubblici, ma evitare che ogni nuova crisi produca una nuova eccezione. Il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato e l’allargamento degli spread nell’area euro rafforzano inoltre la cautela della Commissione, che considera la credibilità delle regole fiscali una componente della stabilità finanziaria.

La crisi di Hormuz è entrata nei conti europei, ma la prima risposta della Commissione non è stata quella di allargare il perimetro delle regole, bensì di difenderlo. Il confronto continuerà quindi non sull’esistenza dello shock, ormai riconosciuta, ma su quanto spazio Italia e Grecia riusciranno a ricavare dentro un sistema che Bruxelles considera già sufficientemente flessibile.

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foto: Kyriakos Pierrakakis / YouTube

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