Non è più soltanto una battaglia sul futuro commerciale della FIFA. L’uscita del direttore operativo Kevin Lamour apre una nuova crepa intorno a Gianni Infantino: vicepresidenti e federazioni ritirano il sostegno mentre il presidente prepara la corsa a un quarto mandato fino al 2031.

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Per anni Gianni Infantino ha governato la FIFA contando su una rete di consensi sufficientemente larga da rendere relativamente prevedibili gli equilibri interni. Adesso quella rete comincia a mostrare crepe molto più evidenti.
L’ultima arriva dall’Ungheria. Sandor Csanyi, uno degli otto vicepresidenti della FIFA e componente del Consiglio, ha ritirato il proprio sostegno al presidente dopo l’uscita dall’organizzazione del Chief Operating Officer Kevin Lamour. In una lettera indirizzata a Infantino e visionata da Reuters, Csanyi definisce la vicenda la «goccia che ha fatto traboccare il vaso».
Non è una defezione isolata. Altri esponenti di primo piano del calcio mondiale hanno già criticato apertamente la gestione di Infantino, mentre diverse federazioni nazionali hanno ritirato l’appoggio alla sua candidatura.
Ed è questo che trasforma una vicenda apparentemente amministrativa in una crisi politica dentro la FIFA.
Il caso Lamour e il progetto che divide la FIFA
Kevin Lamour aveva lasciato la FIFA dopo aver contestato pubblicamente il progetto sostenuto da Infantino per vendere a investitori privati una partecipazione nei diritti commerciali della Coppa del Mondo e di altre competizioni FIFA.
Lamour aveva accusato la dirigenza di non aver coinvolto correttamente la struttura interna e aveva descritto l’iniziativa come un progetto fortemente accentrato sulla figura del presidente. La FIFA ha comunicato lunedì la sua uscita dall’organizzazione.
Per Csanyi, però, il punto non è soltanto il destino professionale del dirigente.
Nella sua lettera sostiene che Lamour avesse lavorato con elevati standard professionali ed etici e considera particolarmente grave che la sua uscita sia arrivata dopo le critiche a un progetto che lo stesso Infantino avrebbe poi riconosciuto come sbagliato.
L’accusa politica è pesante: il problema non sarebbe più soltanto una scelta commerciale contestata, ma il modo in cui la FIFA gestisce il dissenso interno.
Ceferin, Salman e Montagliani contro Infantino
Il fronte critico comprende nomi difficili da liquidare come oppositori marginali.
Tra i vicepresidenti FIFA che hanno contestato la condotta di Infantino ci sono Aleksander Ceferin, presidente UEFA; Sheikh Salman bin Ebrahim Al-Khalifa, presidente della Confederazione asiatica; e Vittorio Montagliani, presidente della CONCACAF.
Significa che la contestazione attraversa tre grandi aree del calcio mondiale: Europa, Asia e Nord-Centro America.
Infantino conserva però appoggi importanti. La Confederazione africana CAF e la sudamericana CONMEBOL restano al momento dalla sua parte. Il presidente della CAF Patrice Motsepe ha inoltre sostenuto che qualsiasi tentativo di sostituire Infantino debba passare attraverso il voto democratico delle 211 federazioni affiliate alla FIFA.
La partita, quindi, è tutt’altro che chiusa.
Ma per la prima volta il problema di Infantino sembra essere meno il dissenso esterno e più la frammentazione del consenso dentro gli stessi vertici del calcio mondiale.
Montenegro, Galles e Israele ritirano l’appoggio
Anche tra le federazioni nazionali il fronte si sta muovendo.
Il Montenegro ha ritirato la precedente lettera di sostegno alla candidatura di Infantino. Il presidente della federazione montenegrina Dejan Savicevic, membro del Consiglio FIFA dal 2017, ha denunciato problemi di comunicazione, trasparenza e governance all’interno dell’organizzazione e ha chiesto una revisione approfondita dell’operato della leadership.
Il Galles era già diventato all’inizio di agosto la prima federazione nazionale a ritirare formalmente il proprio sostegno. Il chief executive Noel Mooney ha successivamente chiesto le dimissioni di Infantino, contestando in particolare il progetto sui diritti commerciali FIFA.
Anche la federazione israeliana ha ritirato il proprio appoggio alla rielezione, secondo quanto riportato dal Guardian e ripreso da Reuters.
Presi singolarmente, questi Paesi non determinano un’elezione FIFA. Ma il problema per Infantino è la direzione del movimento: invece di aggiungere appoggi alla vigilia della candidatura, sta cominciando a perderne.
Il nodo dei diritti commerciali
Dietro la battaglia politica c’è una questione economica enorme.
Mondiali e competizioni internazionali sono il cuore della capacità della FIFA di generare ricavi attraverso diritti televisivi, sponsorizzazioni e accordi commerciali. L’ipotesi di consentire l’ingresso di capitali privati in una parte di questi diritti ha quindi toccato uno dei patrimoni più sensibili dell’organizzazione.
Per i sostenitori di una maggiore apertura finanziaria, capitali esterni potrebbero consentire alla FIFA di valorizzare ulteriormente il proprio portafoglio commerciale.
Per i critici, invece, cedere una quota di quei diritti significa consegnare a investitori privati una parte del bene economico più prezioso del calcio mondiale.
È su questo terreno che nasce lo scontro con Lamour. Ma dopo la sua uscita il dibattito non riguarda più soltanto se l’operazione fosse conveniente.
Riguarda chi prende decisioni di questa portata, quanto vengono coinvolti gli organismi interni e cosa accade a chi le contesta.
A marzo la battaglia per il quarto mandato
Il calendario rende la crisi ancora più delicata.
Infantino è candidato alla rielezione a marzo e punta a restare alla guida della FIFA fino al 2031, ottenendo così un quarto mandato.
Il presidente dispone ancora di una base internazionale importante e non esiste, al momento, un fronte unitario capace di garantire la sua sconfitta.
Ma le elezioni FIFA hanno una caratteristica particolare: ogni federazione nazionale dispone di un voto. L’equilibrio non dipende quindi esclusivamente dal peso sportivo o economico delle grandi confederazioni, ma dalla capacità di costruire consenso tra tutte le 211 federazioni.
Ed è proprio questa macchina politica che Infantino ha saputo governare con grande efficacia negli anni.
Il problema adesso è capire se le defezioni resteranno episodi circoscritti oppure diventeranno l’inizio di una campagna organizzata contro la sua rielezione.
La crisi non riguarda più soltanto un progetto sbagliato
Se la contestazione fosse rimasta confinata al progetto sui diritti commerciali, Infantino avrebbe probabilmente potuto archiviarla come una battaglia interna su una scelta poi accantonata.
L’uscita di Lamour cambia la natura dello scontro.
Csanyi non contesta soltanto quella proposta. Mette in discussione giudizio professionale, standard etici e capacità di leadership del presidente. Il Montenegro parla di trasparenza e governance. Il Galles chiede apertamente le dimissioni. Tre presidenti di confederazione hanno criticato la sua condotta.
CAF e CONMEBOL tengono ancora in piedi un fronte importante a suo favore.
Ma a sette mesi dal voto, la domanda dentro la FIFA non riguarda più soltanto ciò che Infantino vuole fare dei diritti commerciali.
Riguarda quanti siano ancora disposti a consegnargli altri cinque anni di potere.
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