Secondo una relazione tecnica, sul dispenser del bagno di casa Poggi sarebbero presenti tracce potenzialmente utilizzabili per nuovi confronti dattiloscopici. Il reperto aveva avuto un ruolo nella ricostruzione dei movimenti dell’assassino accolta nella condanna definitiva.
Alcuni contatti presenti sul dispenser potrebbero oggi essere riesaminati: il punto non è soltanto attribuirli, ma capire se possano incidere sulla ricostruzione del bagno utilizzata nel processo contro Stasi.
Sul dispenser contatti mai davvero confrontati
La questione nasce dai rilievi eseguiti nel 2007 dal Ris di Parma, quando sul dispenser vennero individuate due impronte attribuite a Stasi e altri contatti giudicati non utili ai fini comparativi. Secondo la memoria depositata dagli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, quei segni ulteriori non sarebbero stati riportati in modo analitico nella relazione dattiloscopica e la difesa, non disponendo inizialmente delle fotografie a colori del reperto, non avrebbe potuto valutarne autonomamente la consistenza.
Nel 2017, durante i tentativi di ottenere una revisione del processo, i legali chiesero al Ris le immagini del dispenser e dei rilievi effettuati dieci anni prima. Il materiale venne consegnato il 25 luglio e successivamente esaminato dal consulente Oscar Ghizzoni, secondo il quale nella sola porzione fotografata dell’applicatore sarebbero visibili nove contatti, almeno tre dei quali potenzialmente utilizzabili per un confronto dattiloscopico, mentre nel procedimento originario ne sarebbero stati considerati soltanto due.
La richiesta formulata oggi dalla difesa punta quindi a verificare se quelle tracce, alla luce delle tecniche attuali e della documentazione disponibile, possano essere rivalutate e soprattutto attribuite. Il dato, da solo, non consente naturalmente di stabilire chi abbia toccato il dispenser né quando lo abbia fatto, perché un oggetto di uso quotidiano può conservare impronte lasciate in momenti diversi e da persone diverse, ma l’eventuale possibilità di ottenere nuove comparazioni acquista rilievo in un’inchiesta che sta riesaminando proprio alcuni degli elementi tecnici utilizzati nella ricostruzione del delitto.
Il nodo del lavaggio delle mani
Il dispenser aveva assunto un peso specifico nella sentenza che ha condannato Stasi, perché le sue impronte erano state considerate compatibili con l’ipotesi secondo cui l’assassino, dopo il delitto, fosse entrato nel bagno al piano terra, si fosse lavato le mani e avesse poi riposizionato il contenitore del sapone lasciandovi le proprie tracce.
La difesa contesta da tempo questa ricostruzione e richiama ora anche altri elementi presenti nel bagno, tra cui l’assenza di sangue nel sifone e la presenza di capelli nel lavabo, ritenuti poco compatibili con un lavaggio accurato effettuato dopo l’omicidio. Anche l’osservazione delle colature di sapone e dei diversi contatti presenti sulla superficie del dispenser viene utilizzata per sostenere che l’oggetto non sarebbe stato ripulito dopo il delitto, circostanza che renderebbe ancora più importante stabilire a chi appartengano le tracce rimaste senza attribuzione.
Il problema, però, non può essere ridotto alla semplice contrapposizione tra vecchia e nuova lettura del reperto, perché l’eventuale attribuzione di ulteriori impronte dovrebbe essere valutata insieme alla loro posizione, qualità, compatibilità temporale e possibilità concreta di collegarle ai movimenti avvenuti nella villetta il 13 agosto 2007. Proprio per questo la richiesta della difesa non pretende di trasformare automaticamente quei contatti in una prova alternativa, ma punta a verificare se un elemento rimasto sostanzialmente ai margini delle analisi originarie possa oggi fornire informazioni nuove.
Il ritorno del dispenser dentro il procedimento assume inoltre un significato particolare nel momento in cui la Procura di Pavia ha chiuso nuovamente le indagini sul filone che coinvolge Andrea Sempio e il caso continua a essere riletto attraverso reperti, consulenze e accertamenti che risalgono a quasi vent’anni fa. Ogni nuova verifica dovrà misurarsi con la distanza temporale dal delitto e con il rischio di attribuire a un singolo elemento un peso superiore a quello che può realmente sostenere, ma proprio l’esistenza di materiali tecnici mai completamente sfruttati spiega perché la difesa di Stasi continui a chiedere che vengano riesaminati.
La questione del dispenser torna così a inserirsi nel punto più delicato dell’intera vicenda giudiziaria: non stabilire soltanto quali tracce siano presenti nella casa, ma capire quali possano essere collegate all’omicidio e quali appartengano invece alla normale vita della villetta. Se gli accertamenti richiesti verranno disposti, il loro valore dipenderà dalla capacità di trasformare vecchi contatti rimasti senza nome in elementi realmente interpretabili, evitando che il riesame di un reperto diventi l’ennesimo frammento isolato di un caso già appesantito da quasi vent’anni di letture contrapposte.
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