La stabilità dovrebbe regalare alla politica la merce che in Italia è sempre mancata: il tempo. Quasi quattro anni dopo, il governo Meloni continua invece a legiferare con il passo dell’emergenza. Forse perché, una volta scoperto quanto è più semplice governare senza aspettare troppo il Parlamento, tornare indietro diventa difficile.
La stabilità doveva restituire tempo alla politica. Dopo quasi quattro anni e 142 decreti-legge, il paradosso è che il governo più stabile della Repubblica continua a comportarsi come se fosse sempre in emergenza.
C’era un tempo in cui 56 decreti-legge sembravano tanti. Erano quelli del governo Renzi, quello della rottamazione, del passo veloce, della politica che finalmente decideva. Renzi aveva fatto della rapidità quasi un programma istituzionale e accompagnò quei 56 decreti con 66 questioni di fiducia, un primato che per anni è rimasto il simbolo di una stagione nella quale Palazzo Chigi cominciava a occupare sempre più spazio rispetto alle Camere. Sui decreti il record assoluto apparteneva allora al Berlusconi IV, che ne aveva emanati 80, ma Renzi aveva finito per incarnare meglio di tutti l’idea che discutere troppo fosse quasi un difetto della politica.
Sono passati dieci anni, abbiamo cambiato maggioranze, presidenti del Consiglio, emergenze, parole d’ordine e perfino il modo di raccontare la democrazia. I 56 decreti di Renzi, guardati da oggi, sembrano appartenere a un’altra scala. Nella XIX legislatura siamo arrivati a 142 decreti-legge, tutti sotto l’unico governo che finora l’ha attraversata, quello guidato da Giorgia Meloni. La media è di 2,96 decreti al mese; 121 sono già diventati legge, nove sono ancora in conversione e dodici sono decaduti.
Centoquarantadue.
La cifra merita qualche secondo di silenzio soprattutto perché arriva dal governo più stabile che la Repubblica abbia conosciuto. Nessuna crisi annuale, nessun cambio di maggioranza, nessuna coalizione ricostruita durante la legislatura, nessun presidente del Consiglio costretto a contare i voti ogni mattina prima di arrivare a Palazzo Chigi. Meloni ha avuto ciò che i suoi predecessori hanno quasi sempre sognato: tempo. Eppure il governo più stabile ha sempre fretta.
La Costituzione riserva il decreto-legge ai «casi straordinari di necessità e urgenza». È uno strumento potentissimo proprio perché consente al governo di produrre una norma che entra immediatamente in vigore e soltanto dopo arriva alle Camere, chiamate a convertirla entro sessanta giorni. La logica è semplice: accade qualcosa che non può aspettare il procedimento legislativo ordinario, il governo interviene e il Parlamento controlla.
Quando però l’eccezione arriva 142 volte, forse vale la pena chiedersi cosa sia rimasto dell’eccezione. Meloni conosce bene questa domanda. Il 15 maggio 2020 sedeva dall’altra parte dell’Aula e contestava il decreto Rilancio del governo Conte, in piena pandemia. Chiedeva cosa ci fosse di così urgente da «scavalcare il Parlamento» e concludeva con una domanda che oggi sembra scritta da un autore particolarmente dispettoso: «Abbiamo ancora una Costituzione in Italia?»
Nel 2020 la Costituzione c’era, e c’è ancora.
Nel frattempo però Giorgia Meloni è passata dall’opposizione a Palazzo Chigi e ha finito per utilizzare proprio quegli strumenti che allora contestava. Fermarsi alla contraddizione personale sarebbe riduttivo e anche un po’ banale. Il dato politico più interessante è un altro: il suo governo ha ereditato un esecutivo già molto più forte rispetto al Parlamento e non soltanto non ha invertito quella tendenza, ma l’ha resa ancora più evidente. Meloni, in fondo, ha fatto ciò che prima di lei avevano già fatto governi di colori diversissimi: ha trovato un potere dell’esecutivo già allargato e non lo ha restituito. Questo è il punto vero.
Ma l’abitudine a governare comprimendo sempre di più il passaggio parlamentare non nasce con Meloni e ha radici ormai lontane: Renzi, per esempio, fece della velocità quasi un metodo di governo; Conte, travolto da un’emergenza sanitaria che davvero non concedeva tempo, affidò a decreti e provvedimenti d’urgenza una parte decisiva dell’azione dell’esecutivo; anche Draghi, arrivato mentre quella stessa emergenza non era ancora finita, mantenne un ricorso molto intenso alla decretazione d’urgenza.
La questione di fiducia completa il meccanismo.
Con Meloni, però, quel processo è proseguito dentro una legislatura molto più stabile rispetto a quelle precedenti, e proprio per questo il ricorso alla fiducia acquista un peso diverso: quando il governo in questo caso la pone, lega l’approvazione del testo alla propria sopravvivenza politica, ricompatta la maggioranza e restringe drasticamente lo spazio per modificarlo. Già nel giugno 2025 Openpolis registrava 38 provvedimenti sui quali il governo aveva posto la fiducia in entrambe le Camere, contro i 22 del governo Renzi e i 20 di Draghi.
La dinamica non è cambiata infatti neppure quest’anno, con provvedimenti che hanno riguardato pezzi importanti della vita del Paese: dal PNRR al fisco, dal lavoro al Piano casa, fino a migrazione e infrastrutture. Il paradosso è che, a forza di ricorrere ai decreti, la fretta finisce per essere causata dallo stesso meccanismo che dovrebbe servire a gestirla. I testi dei decreti, per dirne una, devono essere convertiti entro sessanta giorni; il calendario parlamentare così si riempie mentre le scadenze si accavallano, di conseguenza la necessità di accelerare diventa a sua volta la scusa per comprimere ancora di più la discussione e l’urgenza da eccezione si trasforma in condizione permanente del lavoro parlamentare.
Lo scorso aprile il cortocircuito è diventato quasi plastico.
Emblematico il caso del decreto Sicurezza che, nell’aprile scorso, subito dopo essere stato convertito definitivamente in legge dalla Camera, tornò sul tavolo del Consiglio dei ministri meno di un’ora dopo per essere corretto, con un nuovo decreto-legge, su una delle norme contenute nel testo: quella sui rimpatri volontari assistiti. La correzione, decisa dopo i rilievi del Quirinale, riguardava il contributo previsto per l’assistenza nelle procedure di rimpatrio. In pratica, il Parlamento aveva appena concluso la conversione di un decreto urgente e il governo dovette ricorrere subito a un altro decreto urgente per sistemare quello appena convertito.
Quell’episodio, per quanto estremo, racconta quanto questo modo di legiferare sia ormai diventato normale. Da anni chi siede all’opposizione denuncia decreti, fiducie e provvedimenti omnibus come strumenti che riducono lo spazio del Parlamento; poi quella stessa forza politica, una volta a Palazzo Chigi scopre quanto siano efficaci per governare il calendario, blindare i testi e limitare gli imprevisti. E ci ripensa.
Insomma, cambiano le maggioranze, cambiano le parole usate per contestarli, ma molto meno cambia l’abitudine a servirsene. Il passaggio dall’opposizione al governo finisce così per modificare il giudizio sul metodo molto più di quanto ne modifichi l’uso. E’ questa la vera continuità politica italiana.
Si dividono ferocemente su quasi tutto, ma una volta arrivati a Palazzo Chigi scoprono una straordinaria unità nazionale sulla comodità di Palazzo Chigi.
Con Meloni però, che ha fatto della stabilità uno dei principali argomenti della propria legittimazione politica, rivendicando un governo finalmente capace di durare, programmare e sottrarsi alla precarietà delle maggioranze che lo avevano preceduto, il paradosso diventa eclatante perchè quel tempo lungo, è stato accompagnato da un ricorso all’urgenza metodico, e racconta praticamente l’opposto di quello che la stabilità avrebbe dovuto garantire.
E siccome quella stabilità esiste i 142 decreti per questo hanno un certo peso rispetto a una legislatura spezzata da tre governi diversi. Infatti se disponi di quattro anni, di una maggioranza coerente e di numeri parlamentari sufficienti, puoi presentare un disegno di legge, farlo discutere nelle commissioni, ascoltare audizioni, accettare che venga modificato e arrivare in Aula senza avere continuamente un cronometro acceso accanto. Con una maggioranza bulgara come questa poteva persino permettersi una cosa rivoluzionaria: aspettare il Parlamento.
Certo in Parlamento poteva volerci un po’ di più, perché avrebbe dovuto forse litigare per giorni su una virgola, discutere emendamenti, subire ostruzionismo, insomma avrebbe perso tempo per trasformare una buona norma in una norma condivisa. Tutto vero. Soltanto che il procedimento parlamentare non è stato costruito per vincere una gara di velocità, esiste proprio perché una legge abbia più passaggi, più obiezioni e più tempo di quanto ne impiega un Consiglio dei ministri che si riunisce per qualche ora.
Ecco a cosa serve quella lentezza che irrita tanto la politica, non è un pregio in sé, ma è il tempo necessario perché il Parlamento possa fare davvero il proprio lavoro: discutere, modificare, ascoltare, controllare. Togli il tempo e qualcosa cambia anche quando ogni singolo passaggio rimane perfettamente legale, perchè quando quel tempo si restringe il governo stabilisce l’agenda con un decreto immediatamente efficace e il Parlamento comincia a inseguire la scadenza dei sessanta giorni, così mentre una Camera interviene l’altra è costretta a leggerne il testo quando il calendario è già accorciato, se poi lo metti al voto con la fiducia la discussione diventa praticamente inesistente. Alla fine nessuno abolisce il Parlamento, ma lo obbliga ad avere fretta anche lui.
Il tempo degli altri
Ed è qui che Renzi e Meloni finiscono curiosamente nella stessa storia. Politicamente non potrebbero essere più lontani, ma entrambi hanno usato le stesse scorciatoie una volta entrati a Palazzo Chigi. E chissenefrega della democrazia!
Il problema, a questo punto, non è più quindi stabilire quale governo abbia forzato di più la mano, né compilare la classifica dei decreti. Il problema a questo punto è solo capire se questa eccezione diventata abitudine vogliamo continuare a considerarla normale.
La storia ci racconta che quando arriverà un nuovo presidente del Consiglio, sicuramente denuncerà i 142 decreti di Meloni, parlerà della centralità del Parlamento e prometterà di cambiare metodo. Potremmo anche credergli, almeno fino al primo Consiglio dei ministri.
Perché dopo Renzi, Conte, Draghi e Meloni la questione comincia a essere più grande dei loro nomi. Ogni governo italiano sembra ricevere dal precedente un Parlamento con qualche centimetro di spazio in meno e, invece di restituirglielo, sistema i mobili nello spazio appena conquistato.
Nel 2020 Giorgia Meloni chiedeva se avessimo ancora una Costituzione. Oggi forse potrebbe al massimo domandare: “Abbiamo una Costituzione ma quanto tempo ha il Parlamento per usarla?
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