Teheran minaccia petrolio, elettricità, acqua e trasporti dei Paesi del Golfo in caso di nuovi attacchi americani. Le monarchie arabe sono chiamate a scegliere tra la protezione offerta da Washington e la sicurezza delle proprie città.

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Al Udeid in Qatar, la Quinta Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali Al Salem in Kuwait, Al Dhafra negli Emirati, Prince Sultan in Arabia Saudita. La potenza militare degli Stati Uniti nel Golfo ha nomi, coordinate e soprattutto governi ospitanti.
È su questi governi che l’Iran sta esercitando la pressione più pericolosa per Donald Trump.
Secondo cinque fonti regionali sentite da Reuters, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fatto recapitare un avvertimento preciso attraverso una serie di colloqui con Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Pakistan. Se Washington tornerà a colpire le infrastrutture iraniane, Teheran reagirà contro gli asset americani e contro gli impianti strategici dei Paesi del Golfo.
La lista comprende giacimenti petroliferi, raffinerie, reti elettriche, sistemi idrici e collegamenti di trasporto. Non soltanto obiettivi militari, dunque, ma le strutture sulle quali poggiano le economie e la vita quotidiana delle monarchie arabe.
Il messaggio destinato a Riad, Doha, Manama, Abu Dhabi e Kuwait City può essere tradotto così: ospitare le forze americane non garantirà più soltanto protezione. Potrebbe esporre il Paese al prezzo della guerra scelta da Trump.
La rete militare americana dipende dal consenso del Golfo
Al Udeid, nel deserto fuori Doha, ospita circa 10 mila militari ed è il quartier generale avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti. Dal Qatar vengono coordinate operazioni americane in un’area che si estende dall’Egitto all’Asia centrale.
In Bahrein si trova il comando della Quinta Flotta, responsabile delle operazioni navali nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mar Arabico. Il Kuwait ospita Camp Arifjan, sede avanzata dell’esercito americano nella regione, oltre alle basi aeree di Ali Al Salem e Ahmad al-Jaber. Negli Emirati, Al Dhafra sostiene attività aeree e missioni di ricognizione. In Arabia Saudita, Prince Sultan ospita militari, velivoli e sistemi di difesa Patriot e Thaad.
Questa rete permette a Washington di disporre rapidamente di uomini, intelligence, aeroporti, porti, depositi e difese antimissile. Le installazioni sorgono però all’interno di Stati sovrani e funzionano attraverso accordi bilaterali che stabiliscono attività consentite e limiti operativi.
Non esistono informazioni pubbliche sufficienti per attribuire a ciascuna base un ruolo preciso negli attacchi contro l’Iran. Per i governi arabi, tuttavia, anche la sola percezione di una collaborazione può diventare pericolosa.
Teheran chiede da tempo la chiusura delle basi statunitensi e la fine dello scambio di intelligence con Washington, accusato di aver facilitato le operazioni contro il territorio iraniano. È improbabile che Qatar, Bahrein o Kuwait accettino subito una rottura di questa portata. L’obiettivo immediato può essere molto più realistico: ottenere restrizioni sull’impiego delle installazioni, impedire il passaggio di determinate missioni, bloccare l’uso dello spazio aereo o costringere gli alleati a dissociarsi pubblicamente dalle decisioni americane.
Basterebbe anche una limitazione parziale per complicare i calcoli del Pentagono e ridurre la libertà d’azione di Trump.
La minaccia all’acqua cambia il peso del ricatto
Petrolio e raffinerie colpiscono il cuore economico del Golfo. La minaccia contro elettricità e acqua entra direttamente nelle città.
Secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, la desalinizzazione copre il 77,3% della domanda complessiva d’acqua del Qatar, il 67,5% di quella del Bahrein, il 52,1% negli Emirati Arabi Uniti e il 42,2% in Kuwait. Se si considera soltanto l’acqua potabile, la dipendenza sale al 99% in Qatar e supera il 90% in Bahrein e Kuwait.
Gli impianti di desalinizzazione richiedono energia continua. Un attacco alla rete elettrica può quindi produrre effetti simultanei sulla distribuzione dell’acqua, sul raffreddamento degli edifici, sui trasporti, sulle comunicazioni e sulle attività industriali.
Nel pieno dell’estate del Golfo, proteggere una base militare non risolve il problema di una centrale elettrica danneggiata o di un impianto idrico fermo. È questa sproporzione che Teheran vuole introdurre nel rapporto tra Washington e i suoi alleati: gli Stati Uniti decidono se attaccare, mentre le conseguenze possono ricadere sulle popolazioni e sulle economie che mettono a disposizione il territorio.
La minaccia contro infrastrutture civili rimane estremamente grave e un eventuale attacco aprirebbe un nuovo livello di escalation. Dal punto di vista della deterrenza iraniana, però, la vulnerabilità delle città del Golfo vale più della possibilità di affrontare direttamente la superiorità militare americana.
Il primo movimento è arrivato da Riad
L’effetto politico dell’avvertimento potrebbe essere già visibile.
Dopo i contatti iraniani, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha parlato con Trump chiedendogli, secondo le fonti regionali, di rinviare nuove operazioni militari, tornare al negoziato e cercare un cessate il fuoco. Anche Qatar e Oman stanno spingendo Washington verso la ripresa delle trattative.
La posizione saudita non equivale a un cedimento. Riad ha fatto sapere che risponderebbe militarmente a qualsiasi attacco contro il proprio territorio. La monarchia considera però un’ulteriore escalation incapace di produrre il risultato politico desiderato e potenzialmente devastante per l’intera regione.
Il colloquio tra Mohammed bin Salman e Trump non può essere attribuito soltanto alla pressione iraniana. Dimostra comunque che il rischio corso dagli alleati è entrato nella decisione americana.
Teheran punta proprio a moltiplicare queste telefonate. Ogni governo che chiede prudenza alla Casa Bianca riduce l’isolamento diplomatico dell’Iran e restringe lo spazio nel quale Trump può presentare un nuovo attacco come una scelta condivisa dalla regione.
La prossima frattura può aprirsi dentro l’alleanza americana
Le monarchie del Golfo hanno costruito per decenni la propria sicurezza sulla presenza degli Stati Uniti. Washington forniva protezione militare; i governi arabi offrivano basi, accesso logistico e collaborazione strategica.
La guerra con l’Iran sta alterando questo scambio. Una base americana protegge il Paese che la ospita, ma lo rende anche identificabile come parte dell’apparato dal quale possono partire o essere coordinate operazioni militari.
Teheran non deve convincere gli alleati di Washington a passare dalla propria parte. Gli basta spingerli a difendere i rispettivi interessi con maggiore decisione: negare l’uso del territorio per nuovi raid, limitare lo scambio di informazioni, chiedere garanzie aggiuntive oppure condizionare la cooperazione militare alla ripresa del negoziato.
È su questi segnali che si misurerà la riuscita della strategia iraniana.
Una dichiarazione pubblica sull’impossibilità di utilizzare una base contro l’Iran, una restrizione dello spazio aereo o una nuova richiesta coordinata di cessate il fuoco avrebbero un significato molto più ampio del singolo provvedimento. Indicherebbero che la presenza americana, nata per consolidare la sicurezza del Golfo, ha cominciato a produrre attrito tra Washington e i governi che la rendono possibile.
Trump dispone ancora della forza militare più potente della regione. Per impiegarla con la stessa libertà, però, ha bisogno che gli alleati continuino a considerarla una protezione e non il motivo per cui le loro centrali, i loro porti e la loro acqua potrebbero finire sotto attacco.
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FOTO: U.S. Air Force / 1st Lt. Trevor Wood
