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Manovra, il governo prende tempo. Ma il conto rischia di pagarlo il Parlamento

Il ddl potrebbe arrivare alle Camere solo il 28 ottobre, mentre restano aperti coperture e interventi legati alla flessibilità Ue. Più si allunga la trattativa prima del deposito, meno tempo resta per discutere davvero la legge di bilancio.

I numeri principali sono già sul tavolo, il testo da votare ancora no. E mentre il governo prova a chiudere coperture e misure senza incrinare i conti, il calendario continua a consumare l’unica risorsa che il Parlamento non potrà recuperare: il tempo.

Manovra, il governo prende tempo. Ma il conto rischia di pagarlo il Parlamento

Una manovra può arrivare in ritardo senza provocare alcun terremoto. Il problema comincia quando i giorni utilizzati dal governo per chiuderla vengono poi sottratti alle Camere per discuterla.

Il 20 ottobre è passato senza che il disegno di legge di bilancio arrivasse in Parlamento e l’ipotesi che circola ora porta il nuovo appuntamento al 28. La legge di contabilità indica il 20 ottobre come termine per la presentazione alle Camere, anche se negli anni quella data è stata più volte superata e non produce, da sola, effetti automatici sulla validità della manovra. Il calendario però non è un dettaglio burocratico: la legge di bilancio deve essere approvata entro la fine dell’anno e ogni giornata spesa prima del deposito restringe quella disponibile dopo, quando deputati e senatori dovrebbero entrare nel merito delle norme.

I numeri sono già scritti, le scelte ancora no

Questa volta il ritardo acquista un significato diverso, perché il governo non sta rifinendo soltanto virgole e formulazioni. Il Documento programmatico di bilancio ha già fissato la dimensione dell’intervento, indicata attorno ai 23,5 miliardi, e ha messo sul tavolo una parte consistente delle coperture: circa 5 miliardi dal settore finanziario, tagli ai ministeri, risorse dai giochi e altre entrate. Ma tra un saldo scritto in una tabella e una norma pronta per essere votata c’è una differenza sostanziale: bisogna stabilire chi paga davvero, attraverso quale meccanismo, con quali eccezioni e soprattutto dove finiscono le risorse. Sul contributo di banche e assicurazioni, per esempio, il conto complessivo è noto molto più del modo in cui verrà distribuito.

Lo stesso vale per la flessibilità europea, che nel dibattito rischia di essere raccontata come una cassaforte da aprire a Bruxelles. Non sono soldi che l’Unione europea versa all’Italia: sono margini aggiuntivi di spesa rispetto al percorso ordinario, da utilizzare entro condizioni precise. Nel 2027 valgono circa 13,5 miliardi per energia e difesa secondo le tabelle del Dpb, ma il governo stesso ha scritto che la definizione puntuale degli interventi dipenderà dalle interlocuzioni ancora in corso con le autorità europee. Tradotto fuori dal linguaggio dei documenti: una fetta importante della manovra ha già una dimensione finanziaria, ma non ancora una destinazione definitiva.

Il tempo del governo diventa tempo sottratto alle Camere

È comprensibile che il ministero dell’Economia voglia evitare di mandare alle Camere un testo destinato a essere riscritto pochi giorni dopo. Meno comprensibile sarebbe pretendere che il tempo impiegato dal governo per trovare il proprio equilibrio venga recuperato comprimendo quello del Parlamento. Perché quando le opposizioni parlano di manovra “blindata” non stanno descrivendo, almeno per ora, una decisione già presa: stanno indicando il rischio che una legge arrivata tardi venga poi portata rapidamente al voto, con pochi margini per gli emendamenti e con un secondo passaggio tra Camera e Senato ridotto alla necessità di non riaprire il testo.

Daniele Manca, del Pd, parla di un Parlamento costretto a un esame record; Luigi Marattin usa toni meno muscolari ma mette il dito nello stesso punto quando chiede una lettura “ordinata e compiuta”. Il problema non è stabilire chi abbia ragione nella polemica: è che il margine materiale per garantire quella discussione si sta riducendo mentre il provvedimento non è ancora depositato.

Dentro questo quadro acquista un significato particolare anche l’ipotesi di un fondo parlamentare da 300 milioni, pensato per tenere sotto controllo la tradizionale corsa agli emendamenti di spesa. Una cifra del genere può servire a delimitare in anticipo lo spazio delle modifiche parlamentari e a evitare una proliferazione incontrollata di richieste; diventa però politicamente più sensibile se compare proprio mentre il tempo per discutere l’intera manovra si accorcia. Manca la definisce una “mancia” con cui il governo proverebbe a compensare i propri ritardi: è un’accusa politica, non un fatto acquisito, ma rende bene il terreno su cui si prepara lo scontro.

Dietro la disputa sulle date resta quindi una questione molto più concreta. Il governo vuole arrivare al Parlamento con una manovra abbastanza chiusa da non mettere in discussione coperture, rapporti con Bruxelles e tenuta dei conti; le Camere dovrebbero però avere abbastanza spazio per non trasformarsi nell’ultimo passaggio amministrativo di decisioni prese altrove. Le due esigenze possono convivere soltanto finché il calendario lo consente.

Se il ddl arriverà davvero il 28 ottobre, il ritardo resterà gestibile. Ma da quel momento in poi ogni altra giornata persa avrà un prezzo diverso, perché non sarà più sottratta alla trattativa interna del governo: sarà sottratta alla possibilità del Parlamento di cambiare la legge. Ed è questa, molto più della scadenza mancata del 20 ottobre, la misura con cui andrà giudicato l’iter della manovra.

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FOTO: TG LA7 /YouTube

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