Con 1.413 giorni a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni supera il secondo governo Berlusconi e stabilisce un primato nella storia repubblicana. Una durata eccezionale che rende ormai possibile giudicare l’esecutivo non sulla sua capacità di resistere, ma su quanto abbia realmente modificato il Paese.
Più di 24 milioni di occupati, salari reali ancora sotto i livelli del 2021, deficit ridotto, pressione fiscale oltre il 43% e grandi riforme rimaste incompiute: i numeri raccontano cosa c’è dietro i 1.413 giorni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Quando il 4 settembre Giorgia Meloni supererà i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi, il record avrà un significato più politico che statistico. La storia della Repubblica è piena di governi caduti prima di poter verificare le proprie ambizioni, maggioranze dissolte lungo il percorso e presidenti del Consiglio costretti a spiegare che avrebbero fatto di più se avessero avuto più tempo. Meloni quel tempo lo ha avuto. Fratelli d’Italia è rimasto il perno della coalizione, Lega e Forza Italia non sono mai riuscite a trasformare le frequenti divergenze in una crisi e Palazzo Chigi ha attraversato quasi quattro anni senza che la leadership della premier fosse realmente messa in discussione.
La stabilità che nessuno si aspettava
Nel 2022 questa stabilità non era affatto scontata. Il primo governo guidato dalla destra post-missina arrivava a Palazzo Chigi accompagnato all’estero da interrogativi sulla politica europea, sui rapporti con Washington, sui conti pubblici e sulla capacità della coalizione di convivere con le posizioni di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Quattro anni più tardi quasi nessuna di quelle previsioni descrive ciò che è accaduto. Meloni si è collocata stabilmente nel fronte atlantico, ha evitato lo scontro con Bruxelles, ha lasciato a Giancarlo Giorgetti una conduzione dei conti molto più prudente rispetto alle promesse economiche dell’opposizione e ha costruito con le istituzioni europee un rapporto che difficilmente si sarebbe potuto immaginare ascoltando i discorsi degli anni precedenti.
Una parte della longevità del governo nasce proprio da questa trasformazione. La forza politica arrivata al potere promettendo una cesura con molte scelte precedenti ha progressivamente ridotto gli elementi di rottura che avrebbero potuto renderne più accidentato il percorso. La politica di bilancio offre l’esempio più evidente: il deficit è stato riportato verso il 3%, lo spread è sceso su livelli che hanno cancellato gran parte del premio al rischio italiano e i mercati hanno smesso da tempo di considerare Roma un possibile problema per l’Eurozona. Il governo può rivendicarlo senza forzare i numeri, così come può rivendicare un mercato del lavoro che ha superato i 24 milioni di occupati, con una disoccupazione in calo e una crescita importante dei contratti permanenti.
Il lavoro cresce più delle buste paga
Questi risultati convivono però con un’economia che non ha assunto il passo promesso all’inizio della legislatura. Il Pil ha chiuso il 2025 con una crescita dello 0,5% e continua a muoversi su ritmi modesti; soprattutto, l’aumento dell’occupazione non ha coinciso con un recupero altrettanto forte dei redditi. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori di oltre il 6% rispetto al 2021 secondo l’OCSE. La crisi inflazionistica ha colpito tutti i Paesi europei, ma l’Italia ha recuperato più lentamente delle altre grandi economie e continua a presentare un tasso di occupazione molto distante dalla media internazionale, soprattutto per donne e giovani.
Anche sul fisco la legislatura lascia un quadro meno lineare del racconto politico. Il taglio del cuneo e la revisione dell’Irpef hanno prodotto un beneficio concreto per milioni di lavoratori e rappresentano probabilmente la scelta economica più riconoscibile del governo. Nello stesso arco di tempo la pressione fiscale complessiva è però salita oltre il 43% del Pil. Le due cose possono convivere, perché una maggiore occupazione, una riscossione più efficace e l’aumento delle basi imponibili fanno crescere le entrate anche senza un aumento generalizzato delle aliquote, ma il risultato è comunque lontano dall’idea di una drastica riduzione del peso fiscale che aveva accompagnato la campagna del 2022.
La prudenza sui conti ha inoltre evitato che il deficit diventasse il problema principale della legislatura senza riuscire ancora a modificare la traiettoria del debito, tornato sopra il 137% del Pil. Gli effetti finanziari del Superbonus pesano in modo considerevole e appartengono in gran parte a decisioni precedenti all’insediamento di Meloni, ma dopo quasi quattro anni resta un’economia nella quale oltre tremila miliardi di debito devono essere sostenuti da una crescita molto lenta. La tensione internazionale sull’energia e il ritorno dei rendimenti obbligazionari sopra il 4% rendono ora questa combinazione ancora più delicata.
Le riforme che non hanno cambiato lo Stato
Il confronto con il programma del 2022 diventa più netto sulle riforme. Meloni aveva presentato la modifica delle istituzioni come il terreno sul quale una maggioranza stabile avrebbe potuto fare ciò che i governi precedenti non erano riusciti a realizzare. L’autonomia differenziata è stata profondamente ridimensionata dalla Corte costituzionale, la riforma della giustizia non ha superato il referendum e il premierato non ha ancora completato il proprio percorso. Nel frattempo il governo è riuscito a incidere molto di più sulla legislazione ordinaria, dalla sicurezza all’immigrazione, dal superamento del Reddito di cittadinanza agli interventi sul lavoro e sul fisco. La legislatura che avrebbe dovuto cambiare alcuni degli ingranaggi fondamentali dello Stato ha modificato molte regole, ma non ancora l’architettura politica che Meloni indicava come condizione per rendere stabile il Paese.
La stabilità, intanto, è arrivata lo stesso. È forse uno degli aspetti più interessanti del record perché il governo Meloni ha dimostrato, senza aver ancora introdotto il premierato, che una maggioranza politicamente coesa e un presidente del Consiglio capace di mantenerne il controllo possono attraversare quasi un’intera legislatura anche con le regole esistenti. Il successo personale della premier finisce così per convivere con una domanda sulla necessità e sulla forma della riforma istituzionale che dovrebbe trasformare la sua esperienza in un nuovo modello.
Quattro anni dopo, il confronto con il Paese reale
Sull’immigrazione la distanza tra obiettivi e risultati è altrettanto difficile da ridurre a una vittoria o a una sconfitta. Il governo ha reso più restrittiva la legislazione, spinto l’Europa verso un approccio più duro alla gestione delle frontiere e fatto dell’accordo con l’Albania uno dei simboli della propria strategia. Proprio quel progetto, però, è stato progressivamente modificato dopo lo scontro con i giudici e oggi svolge una funzione diversa da quella immaginata al momento dell’annuncio. Lo stesso accade sul fronte demografico, dove incentivi e misure per le famiglie non hanno impedito alle nascite di toccare nel 2025 un nuovo minimo storico, anche se sarebbe improprio attribuire a un singolo esecutivo una crisi costruita in decenni.
Il record arriva quindi con un dato politico difficilmente contestabile e un bilancio del Paese molto più sfumato. Meloni ha trasformato una forza che fino al 2021 occupava una posizione marginale nel sistema italiano nel centro stabile della maggioranza, ha normalizzato i rapporti della destra con Bruxelles e con i mercati e ha ottenuto una continuità di governo che nessuno dei suoi predecessori era riuscito a mantenere così a lungo. L’Italia che accompagna questo primato registra più occupati e conti pubblici meno disordinati, ma continua a crescere lentamente, non ha ancora recuperato il potere d’acquisto perduto, sopporta una pressione fiscale elevata e non ha visto completarsi le grandi riforme sulle quali la maggioranza aveva investito la propria promessa di cambiamento.
A quasi quattro anni dalle elezioni, il confronto politico non riguarda quindi più la capacità di Meloni di restare a Palazzo Chigi, che il record ha già dimostrato, ma ciò che questa stabilità ha prodotto. Nel 2022 la durata era presentata come la condizione necessaria per cambiare il Paese; arrivati a 1.413 giorni, può essere utilizzata anche come unità di misura dei risultati. Il governo più longevo della Repubblica consegna a Meloni un primato che nessuno può contestarle e, insieme, rende inevitabile un confronto molto più esigente fra l’Italia promessa all’inizio della legislatura e quella che si presenterà agli elettori quando sarà il momento di giudicarla.
