Trump ha già celebrato la svolta, ma il suo alleato indispensabile non riconosce la roadmap. Gaza diventa così il banco di prova di una presidenza capace di annunciare la pace, ma non ancora di vincolare Israele alle condizioni necessarie per realizzarla.

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Il piano di Donald Trump per Gaza ha incontrato l’ostacolo che Washington aveva già dichiarato superato: Israele. Dopo aver presentato l’intesa sul disarmo di Hamas come una svolta ormai raggiunta, la Casa Bianca ha dovuto ascoltare Benjamin Netanyahu spiegare al proprio governo che quel documento Israele non lo ha mai approvato.
Il premier sostiene di avere ricevuto una bozza, di aver trasmesso le proprie osservazioni e di non aver dato alcun via libera. Domenica ha reso esplicita anche la condizione israeliana: nessun reparto lascerà Gaza finché Hamas non avrà consegnato tutte le armi, pesanti e leggere. Non una parte, non progressivamente: tutte.
Poche ore dopo, Nikolay Mladenov, l’inviato del Board of Peace, è apparso sulla televisione israeliana per difendere il progetto americano. Ha spiegato che il piano non chiede a Israele di fidarsi di Hamas e non prevede ritiri al buio. Ogni settore dovrebbe essere smilitarizzato, le armi consegnate, custodite e rese inutilizzabili; soltanto dopo una verifica l’esercito arretrerebbe da quella zona. Un passaggio alla volta, fino al confine.
Il confronto non riguarda quindi il disarmo, sul quale Washington e Israele dichiarano di condividere l’obiettivo. Riguarda la regola che dovrebbe trasformarlo nella fine dell’occupazione militare. Per il Board of Peace, ogni risultato verificato deve produrre un arretramento israeliano. Per Netanyahu, il ritiro potrà cominciare soltanto quando il risultato sarà stato ottenuto per intero.
È una differenza abbastanza piccola da sembrare procedurale e abbastanza grande da rendere impossibile l’accordo.
La differenza tra un disarmo verificato e una resa preventiva
La posizione israeliana nasce da un problema di sicurezza reale. Hamas conserva uomini armati, depositi, strutture di comando e una rete di tunnel che, secondo lo stesso Mladenov, richiederebbe più di un decennio per essere completamente distrutta. Nessun governo israeliano può ritirare l’esercito sulla base di una promessa e sperare che il resto venga compiuto in seguito.
Il piano americano è stato costruito precisamente per rispondere a questa obiezione. Non propone uno scambio di rassicurazioni, ma una successione di atti verificabili: le armi vengono sottratte alle fazioni, trasferite alla nuova amministrazione palestinese e rese inutilizzabili; solo allora la linea militare israeliana arretra nel settore interessato. Israele conserva inoltre il diritto di reagire a minacce immediate.
Netanyahu chiede qualcosa di diverso. Pretende che l’intero disarmo sia terminato prima che cominci qualsiasi ritiro. In questo modo non aumenta soltanto il livello della verifica: elimina la reciprocità sulla quale si regge la roadmap.
Hamas dovrebbe compiere fino in fondo la concessione irreversibile, mentre Israele conserverebbe tutte le posizioni occupate. Quando il movimento non avesse più armi, il ritiro dipenderebbe dalla capacità degli Stati Uniti di ottenere dal governo israeliano l’esecuzione della seconda parte dell’accordo.
Non occorre attribuire a Netanyahu un’intenzione nascosta per riconoscere lo squilibrio. È sufficiente osservare dove viene collocato il rischio. Nella proposta americana ciascuna parte cede qualcosa mentre l’altra adempie. Nella versione israeliana, una parte deve rinunciare a tutto prima che l’altra cominci.
Hamas, naturalmente, formula la richiesta opposta. Evita la parola disarmo, parla di armi affidate alla futura amministrazione palestinese e pretende che cessazione degli attacchi e ritiro israeliano precedano il processo. Non offre a Israele maggiori ragioni per fidarsi. Ma un meccanismo internazionale serve proprio quando nessuna delle parti può essere presa in parola. Se deve limitarsi a consacrare la condizione imposta da chi controlla militarmente il territorio, non è più una mediazione: è la certificazione del rapporto di forza.
La sicurezza e le elezioni spingono nella stessa direzione
Netanyahu ha pronunciato il suo rifiuto davanti al governo più a destra della storia israeliana, a meno di tre mesi dalle elezioni del 27 ottobre. Bezalel Smotrich gli ha immediatamente offerto la traduzione politica della scelta: l’esercito non deve arretrare «neppure di un millimetro».
Ridurre tutto a una manovra elettorale sarebbe troppo semplice. La sicurezza di Israele non è un pretesto inventato dalla campagna di Netanyahu e il disarmo di Hamas non è una richiesta irragionevole. Il punto è che, in questo momento, l’esigenza militare e l’interesse politico del premier coincidono quasi perfettamente.
La posizione più difficile da rendere compatibile con un accordo è anche la più facile da difendere davanti agli elettori. Cominciare un ritiro mentre una parte delle armi è ancora in fase di consegna esporrebbe Netanyahu all’accusa di aver restituito territorio senza aver ottenuto la resa di Hamas. Pretendere prima il disarmo completo gli permette invece di presentarsi come l’uomo che non cede né al nemico né alle pressioni del principale alleato.
Per questo il premier può ringraziare Trump per il sostegno contro l’Iran e, nella frase successiva, rivendicare il diritto di opporsi agli Stati Uniti su Gaza. Non mette in discussione l’alleanza: ne seleziona gli effetti. Il sostegno militare e diplomatico americano resta indispensabile; la capacità americana di condizionare le decisioni israeliane viene riconosciuta soltanto finché non interferisce con la sopravvivenza della coalizione e con il controllo dei territori.
Trump rimane così un alleato da celebrare, ma non ancora un garante al quale Netanyahu riconosca il potere di stabilire quando Israele debba arretrare.
Il territorio non è lo sfondo del negoziato
L’esercito israeliano controlla e ha spopolato circa due terzi della Striscia. Quella geografia non rappresenta soltanto il risultato delle operazioni militari: è la posizione dalla quale Netanyahu entra nel negoziato.
Ogni settore abbandonato dovrebbe passare sotto la responsabilità della nuova polizia palestinese, dell’amministrazione tecnocratica e della forza internazionale. Il ritiro trasferirebbe quindi non soltanto uomini e mezzi, ma il potere concreto di stabilire chi governa Gaza e in quali condizioni possa cominciare la ricostruzione.
Rinviare ogni arretramento fino al completo disarmo consente a Israele di conservare quel potere durante l’intero processo. E più a lungo il controllo militare rimane invariato, più la situazione nata dalla guerra diventa il punto di partenza obbligato di qualsiasi soluzione politica.
Questo non prova che Netanyahu abbia già deciso di annettere Gaza. Mostra però perché il tempo non sia neutrale. Un’occupazione che continua mentre le istituzioni destinate a sostituirla restano fuori dal territorio produce conseguenze anche senza una proclamazione formale: consolida la presenza israeliana e rende il futuro ritiro sempre più difficile da imporre.
La politica condotta dallo stesso governo in Cisgiordania non permette di sovrapporre automaticamente i due territori, ma aiuta a comprendere la cultura politica della coalizione. A luglio il gabinetto di sicurezza ha finanziato 34 nuovi insediamenti; Smotrich ha presentato la decisione come uno strumento per impedire la nascita di uno Stato palestinese.
Gaza non è la Cisgiordania. Ma per i partiti dai quali Netanyahu dipende, il territorio occupato non è soltanto una garanzia temporanea da restituire quando diminuisce la minaccia. È una leva capace di restringere ciò che potrà ancora essere negoziato.
Trump può fermare gli attacchi, non ancora imporre la pace
La pressione americana ha già prodotto un risultato concreto. Dopo l’incontro tra Netanyahu e Mladenov, Israele ha fortemente ridotto le operazioni nella Striscia e accettato di intervenire soltanto contro minacce considerate immediate, interrompendo la campagna quasi quotidiana di uccisioni mirate.
Trump non è dunque privo di influenza. Può modificare il comportamento militare israeliano e imporre una pausa quando decide di utilizzare il peso degli Stati Uniti. Il rifiuto dei 15 punti mostra però la distanza tra ottenere una limitazione tattica e governare una soluzione politica.
La Casa Bianca ha annunciato il successo prima di aver risolto il dissenso decisivo. Netanyahu ha ora costretto Washington a tornare sul passaggio che l’enfasi di Trump aveva nascosto: Israele non considera vincolante la procedura attraverso la quale dovrebbe lasciare Gaza.
Mladenov risponde che il piano resta l’unica strada possibile. Ma un inviato può illustrare le garanzie, correggere le interpretazioni e mantenere aperto il negoziato. Non può sostituire la decisione che spetta al presidente americano: stabilire quale conseguenza debba produrre il rifiuto dell’alleato.
È qui che Netanyahu misura il potere reale di Trump. Non si limita a contestare una formula; verifica fino a che punto il presidente desideri il successo diplomatico e quale prezzo politico sia disposto a pagare per ottenerlo. Finché Washington difende il piano senza trasformarne l’attuazione in una condizione del rapporto con Israele, il premier può continuare a trattarlo come una proposta americana e non come un impegno israeliano.
L’Europa ha rinunciato a diventare una leva
In questo confronto l’Europa compare soprattutto per la propria assenza. Non partecipa al meccanismo che dovrebbe certificare il disarmo, non possiede gli strumenti per garantire il ritiro e non ha costruito una pressione comune capace di modificare i calcoli del governo israeliano.
Il precedente della Flotilla non spiega il rifiuto del piano, ma aiuta a misurare il costo internazionale che Netanyahu si aspetta dalle proprie decisioni. La Commissione europea ha definito «completamente inaccettabile» il trattamento degli attivisti fermati dalle forze israeliane. Quando alcuni governi hanno proposto sanzioni contro Itamar Ben-Gvir, l’Unione non ha raggiunto il consenso necessario.
La condanna è rimasta; la conseguenza comune non è arrivata. Lo stesso schema accompagna l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania: dichiarazioni contrarie, richiami al diritto internazionale, nessun mutamento sostanziale del rapporto di forza.
L’Europa non determina la scelta di Netanyahu. Contribuisce però a renderla meno costosa. Se la pressione decisiva può arrivare soltanto dagli Stati Uniti e Trump non ha ancora scelto di esercitarla fino in fondo, il governo israeliano dispone di un margine molto più ampio di quello suggerito dalle reazioni diplomatiche.
Il sedicesimo punto che Trump non ha scritto
Il piano non è morto. I colloqui proseguono, gli attacchi sono diminuiti e la spiegazione fornita da Mladenov dimostra che uno spazio tecnico per avvicinare le posizioni esiste. Ma il rifiuto di Netanyahu ha dissolto l’equivoco sul quale Trump aveva costruito l’annuncio.
Il problema non è più convincere le parti che Hamas debba perdere la propria capacità militare. È stabilire chi certificherà il disarmo, quale arretramento dovrà seguirne e soprattutto chi potrà obbligare Israele a compierlo.
Mladenov affida questo potere al sistema di verifiche del Board of Peace. Netanyahu continua a riservarlo al governo israeliano. Hamas chiede che sia il garante americano a imporre la roadmap. Tutti parlano dello stesso documento, ma non riconoscono ancora la stessa autorità.
Trump ha scritto quindici punti per portare Gaza fuori dalla guerra. Il futuro del piano dipende ora dal sedicesimo, quello che non compare nel testo: che cosa farà Washington se, dopo aver annunciato l’accordo, il suo alleato continuerà a non riconoscerlo.
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