IL COSTO NASCOSTO DEL PETROLIO RUSSO

Oman, la marea nera della flotta ombra russa: petrolio su 400 chilometri quadrati

All’inizio di luglio i primi campioni non mostravano contaminazione. Ora l’Oman quantifica una chiazza di 390 chilometri quadrati, mentre le immagini satellitari indicano un’estensione ancora maggiore.

Una petroliera sanzionata, quasi un milione di barili a bordo e una riserva marina davanti alla quale il greggio continua ad allargarsi. La Caroline Bezengi mostra il costo ambientale delle rotte costruite per aggirare le sanzioni.

Oman, la marea nera della flotta ombra russa: petrolio su 400 chilometri quadrati
Il petrolio russo aggira le sanzioni, ma il conto arriva al mare: la chiazza della Caroline Bezengi si allarga davanti a una riserva naturale dell’Oman.

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All’inizio di luglio le analisi non avevano rilevato contaminazione. Poco più di un mese dopo, davanti alle stesse isole dell’Oman, il petrolio occupa una superficie di quasi 400 chilometri quadrati. Al centro della chiazza c’è la Caroline Bezengi, una petroliera carica di greggio russo, arenata da settimane all’interno di una delle aree marine più delicate del Paese.

L’Autorità per l’Ambiente dell’Oman ha quantificato l’area interessata in circa 390 chilometri quadrati. Il greggio si estende a nord-est delle isole Hallaniyat e si trova ormai a meno di sette chilometri dalla costa. Le infrastrutture turistiche e gli impianti di desalinizzazione non sarebbero al momento minacciati, ma il rischio riguarda soprattutto un ecosistema protetto abitato da balene megattere del Mar Arabico, cormorani di Socotra, pesci, coralli e uccelli migratori.

Le valutazioni indipendenti ricavate dalle immagini satellitari descrivono un quadro ancora più grave. Greenpeace e l’organizzazione olandese PAX hanno stimato nei giorni scorsi che il velo di petrolio potesse estendersi fino a circa 800 chilometri quadrati. La differenza rispetto al dato ufficiale può dipendere dal momento dell’osservazione e dai criteri utilizzati per misurare una contaminazione che onde e correnti continuano a disperdere.

Prima nessuna contaminazione, poi la chiazza

La Caroline Bezengi aveva segnalato le prime difficoltà l’8 giugno, mentre navigava al largo dello Yemen. Le valutazioni iniziali indicavano una possibile esplosione a bordo, ma la causa dell’incidente non è stata accertata e nessun soggetto ha rivendicato un attacco contro la nave.

La petroliera si è successivamente arenata vicino all’isola di Al Qibliyah, nell’arcipelago delle Hallaniyat. Il 2 luglio una squadra tecnica omanita aveva effettuato un’ispezione e prelevato campioni d’acqua, senza trovare tracce di contaminazione. Il quadro è cambiato rapidamente nelle settimane successive: le immagini satellitari hanno iniziato a mostrare un velo grigio e argenteo intorno allo scafo, poi una macchia sempre più vasta diretta verso la costa.

La nave, lunga 274 metri e costruita nel 2001, trasporta quasi un milione di barili di petrolio imbarcati nel porto russo di Novorossijsk e destinati al mercato asiatico. Con il passare del tempo lo scafo è apparso sempre più inclinato e parzialmente sommerso, alimentando il timore che possa subire nuovi cedimenti e liberare altro greggio.

La petroliera senza bandiera certa

La Caroline Bezengi appartiene alla cosiddetta flotta ombra utilizzata per trasportare il petrolio russo eludendo o rendendo più difficile l’applicazione delle sanzioni occidentali. È una rete composta soprattutto da navi anziane, con proprietà poco trasparenti, bandiere soggette a frequenti cambiamenti e coperture assicurative fuori dai grandi circuiti internazionali.

La petroliera risulta sanzionata dall’Unione europea, dal Regno Unito, dal Canada, dall’Ucraina e dalla Svizzera. Nei registri marittimi era indicata come battente bandiera del Camerun, ma è stata cancellata dal registro del Paese africano nel mese di giugno.

La società proprietaria e quella incaricata della gestione risultano collegate a indirizzi in Cina. L’assenza di una copertura assicurativa occidentale e la difficoltà nel ricostruire con certezza le responsabilità possono rallentare il recupero del carico, la rimozione dello scafo e l’individuazione di chi dovrà sostenere i costi dell’intervento.

Il rischio per la riserva delle Hallaniyat

Le isole Hallaniyat sono state inserite in una riserva naturale istituita per proteggere un’area di particolare valore biologico. Il petrolio che resta in mare aperto può essere disperso o raccolto con barriere e mezzi specializzati; se raggiunge fondali bassi e coste, invece, può depositarsi nei sedimenti e continuare a danneggiare l’ambiente per anni.

Il problema non riguarda soltanto ciò che è già fuoriuscito. A bordo rimane una quantità di greggio molto superiore a quella visibile in superficie e qualsiasi nuovo cedimento della nave potrebbe trasformare la contaminazione attuale in un disastro di dimensioni ancora maggiori.

Le autorità omanite hanno annunciato interventi per contenere la perdita e proteggere la costa. Le immagini satellitari raccolte nelle settimane precedenti, però, non mostravano attività navali sufficienti a indicare il trasferimento del carico o la stabilizzazione definitiva della petroliera.

Il conto ambientale della flotta ombra

La Caroline Bezengi rende visibile una conseguenza che normalmente resta fuori dalle statistiche economiche della guerra e delle sanzioni. Il petrolio continua a viaggiare, ma lo fa su imbarcazioni più vecchie, difficili da assicurare e inserite in catene proprietarie costruite per rendere complicata ogni attribuzione.

Quando una di queste navi si ferma, non è chiaro chi debba intervenire, chi debba pagare e quale Stato possa imporre la rimozione. Il vantaggio commerciale della segretezza si trasforma così in un vuoto di responsabilità.

Davanti alle Hallaniyat quel vuoto ha assunto una dimensione misurabile: quasi 400 chilometri quadrati secondo l’Oman, fino al doppio nelle valutazioni satellitari indipendenti. È il punto in cui la rotta nascosta del petrolio russo smette di essere invisibile e lascia la propria traccia direttamente sul mare.

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FOTO: Fermo immagine tratto da un video del canale DawnNews English/Youtube

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