SANITÀ PUBBLICA

Liste d’attesa, il piano c’è. Ma alla sanità mancano ancora medici e risorse

Il nuovo piano nazionale promette più controlli e tempi certi, mentre Regioni e professionisti chiedono fondi e personale.

Il governo mette in campo nuove regole per prenotazioni, priorità e monitoraggio, ma il Servizio sanitario nazionale continua a fare i conti con carenze di organico, differenze territoriali e milioni di cittadini che hanno già rinunciato almeno una volta a visite o accertamenti.

Liste d’attesa, il piano c’è. Ma alla sanità mancano ancora medici e risorse

La sanità italiana ha finalmente un nuovo piano contro le liste d’attesa, ma il problema non è più soltanto organizzare meglio le agende: bisogna avere abbastanza medici, infermieri e strutture per riempirle.

Il nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa è entrato in vigore a fine agosto e accompagnerà il Servizio sanitario nazionale fino al 2028. Prevede CUP più integrati, agende pubbliche e private accreditate collegate tra loro, obblighi di richiamo per recuperare gli appuntamenti disdetti, controlli più stretti sul rispetto delle classi di priorità e una maggiore trasparenza sui tempi effettivi delle prestazioni. Le Regioni dovranno adottare propri piani operativi e aggiornarli ogni anno, mentre la piattaforma nazionale gestita da Agenas raccoglierà i dati necessari a verificare dove le attese restano fuori controllo.

La carenza di personale resta però il limite più difficile da aggirare: Anaao Assomed stima in oltre 10 mila i medici mancanti negli ospedali e denuncia 35 mila posti letto persi nell’ultimo decennio, milioni di giornate di ferie arretrate e un aumento delle dimissioni volontarie. Sul fronte infermieristico, Nursing Up segnala invece 20.672 posti programmati nei corsi di laurea contro un fabbisogno regionale di 25.479, con quasi 4.800 posti di formazione in meno rispetto alle necessità indicate dalle Regioni. Sono valutazioni sindacali, ma convergono con le richieste che arrivano dagli stessi territori sul superamento dei limiti alla spesa per il personale.

Il piano sulle attese parte mentre cresce la rinuncia alle cure

Nel 2024, secondo gli ultimi dati consolidati dell’Istat, 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di avere rinunciato a una visita specialistica o a un accertamento diagnostico per liste d’attesa, difficoltà economiche o problemi di accessibilità, contro i 4,5 milioni dell’anno precedente. La causa principale restano i tempi troppo lunghi: il 6,8% della popolazione ha rinunciato per questo motivo, rispetto al 4,5% del 2023 e al 2,8% del 2019.

Nello stesso periodo è aumentato anche il ricorso al privato pagato interamente di tasca propria: nel 2024 ha riguardato il 23,9% di chi aveva effettuato l’ultima prestazione specialistica, contro il 19,9% del 2023. Non è soltanto una questione di comodità. Quando una prestazione pubblica arriva troppo tardi, chi può permetterselo compra tempo altrove; chi non può, aspetta oppure rinuncia.

Il nuovo piano potrà intervenire sulle inefficienze delle agende, recuperare appuntamenti disdetti e rendere più trasparenti i tempi delle prestazioni, ma resta legato a un limite molto più concreto: senza abbastanza personale e strutture disponibili, anche un sistema organizzato meglio rischia di continuare a produrre attese. La tecnologia può ridurre gli sprechi, non creare medici, infermieri o ore di ambulatorio che oggi mancano.

Cinque miliardi in più per evitare un altro arretramento

Il ministro Orazio Schillaci ha già portato al ministero dell’Economia una richiesta di circa 5 miliardi aggiuntivi per il 2027, destinati soprattutto a personale, servizi territoriali e tenuta complessiva del sistema. La richiesta nasce anche dalla prospettiva che, senza nuove risorse, il rapporto tra Fondo sanitario e Pil torni a scendere nei prossimi anni.

Le Regioni hanno lanciato lo stesso allarme alla Camera. Secondo i dati presentati dalla Conferenza delle Regioni, il Fondo sanitario dovrebbe salire a 143,9 miliardi nel 2027, appena un miliardo in più rispetto al 2026, e a 144,7 miliardi nel 2028. In rapporto al Pil significherebbe passare dal 6,15% del 2026 al 6% nel 2027 e al 5,9% nel 2028, una traiettoria che gli assessori regionali considerano incompatibile con l’aumento dei costi, l’invecchiamento della popolazione e il fabbisogno di personale.

Schillaci rivendica una crescita del Fondo sanitario dai circa 126 miliardi del 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026, ma anche dal ministero arriva ormai il riconoscimento che gli stanziamenti da soli non bastano e che il sistema resta troppo diseguale tra territori. Il ministro ha parlato apertamente di differenze nell’accesso alle cure persino all’interno delle stesse Regioni e della necessità di rafforzare il ruolo di indirizzo e controllo dello Stato.

Una riforma ancora ferma al Senato

Sul tavolo resta anche il disegno di legge delega per la riforma del Servizio sanitario nazionale, approvato dal Consiglio dei ministri a gennaio e ancora fermo in Senato. Il provvedimento punta soprattutto a integrare meglio ospedale e territorio, ma è stato impostato senza nuovi oneri per lo Stato, una scelta che diverse società scientifiche considerano incompatibile con l’obiettivo di cambiare davvero l’organizzazione delle cure.

La discussione sulla sanità si sta quindi spostando rapidamente dal terreno delle regole a quello delle risorse. Il nuovo piano sulle liste d’attesa può rendere il sistema più trasparente e impedire che una prenotazione si perda tra agende diverse, ma la capacità di garantire una visita nei tempi prescritti continuerà a dipendere dalla disponibilità concreta di personale, strutture e finanziamenti.

Non è un caso che, mentre il governo prepara la manovra, la Federazione degli Ordini dei medici abbia proposto un fondo nazionale aggiuntivo per colmare i divari territoriali e che una legge di iniziativa popolare per il rafforzamento del Servizio sanitario abbia già raccolto 354 mila firme. Due iniziative diverse che partono dallo stesso punto: il diritto alla cura sta diventando sempre più difficile da garantire allo stesso modo in tutto il Paese.

Il nuovo piano potrà intervenire sulle inefficienze delle agende, recuperare appuntamenti disdetti e rendere più trasparenti i tempi delle prestazioni, ma resta legato a un limite molto più concreto: senza abbastanza personale e strutture disponibili, anche un sistema organizzato meglio rischia di continuare a produrre attese, perché nessun software può trasformare in capacità sanitaria ciò che oggi manca negli ospedali e negli ambulatori, dai medici agli infermieri fino alle ore effettive di servizio.

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