Trump promette 5.000 dollari se vince il GOP: il consenso diventa cashback
Donald Trump durante la convention di Dallas, dove ha annunciato un “Trump dividend” da 5.000 dollari in caso di vittoria repubblicana al Congresso.

VOTATE E INCASSATE

Trump promette 5.000 dollari se vince il GOP: il consenso diventa cashback

Il presidente lega un assegno da 5.000 dollari alla conquista di Camera e Senato e annuncia rimborsi Obamacare da 500 dollari poche settimane prima delle elezioni. Negli Stati Uniti la promessa può restare dentro i confini della legge. In Italia denaro o beni offerti per ottenere il voto sono espressamente vietati.

Se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso, ogni adulto americano riceverà 5.000 dollari. Donald Trump ha trasformato una promessa economica in una formula elettorale quasi contrattuale, ma il conto non lo pagherebbe lui: sarebbe denaro pubblico.

Dietro il “Trump dividend” non c’è soltanto una promessa da oltre mille miliardi di dollari. C’è un’idea dell’elettore al quale il consenso viene associato a una cifra precisa.

Cinquemila dollari per ogni adulto americano se i repubblicani manterranno Camera e Senato. Donald Trump ha messo una cifra precisa accanto al risultato delle elezioni di midterm, trasformando la vittoria del GOP nella condizione necessaria per far partire quello che ha battezzato “Trump dividend”. Un assegno promesso a centinaia di milioni di cittadini, finanziato non da Trump né dal Partito repubblicano, ma dal bilancio federale, cioè con denaro degli stessi contribuenti americani o con nuovo debito pubblico, e presentato agli elettori con un messaggio difficilmente equivocabile: se la maggioranza resta repubblicana, arrivano i soldi.

Alla convention di Dallas Trump non ha presentato una misura fiscale da sviluppare nel tempo, ma un messaggio costruito per eliminare ogni mediazione: i 5.000 dollari non derivano da una riforma, da un piano economico o da un percorso legislativo, bensì dalla vittoria politica del GOP. La Casa Bianca ha provato a incorniciare la proposta come una “restituzione” agli americani dei risultati ottenuti dall’amministrazione, ma la sostanza non cambia: il beneficio viene presentato come conseguenza diretta dell’esito elettorale. Non è uno scambio di voto formalizzato, ma è abbastanza esplicito da funzionare come leva propagandistica ad altissima intensità: se i repubblicani mantengono la maggioranza, arrivano i 5.000 dollari. Nessuno deve dimostrare come ha votato, ma il vantaggio individuale resta legato al risultato delle urne, spostando la promessa dal terreno delle politiche pubbliche a quello della ricompensa immediata.

La differenza rispetto alla promessa elettorale tradizionale è brutale: Trump cancella la distanza tra voto e beneficio. I partiti chiedono consenso impegnandosi su tasse, salari o servizi e, una volta eletti, devono trasformare quelle promesse in leggi, trovare le coperture e tradurle in politiche pubbliche. Trump salta tutto: monetizza il voto in anticipo, attribuendo un valore economico immediato alla vittoria prima ancora che esistano una copertura finanziaria, un atto del Congresso o un meccanismo reale per distribuire quel denaro.

Il costo reale della promessa

La monetizzazione del voto ha un prezzo: distribuire 5.000 dollari a circa 240 milioni di adulti significa una spesa nell’ordine di 1.200 miliardi di dollari, alla quale si aggiungerebbero gli interessi sulla quota eventualmente finanziata a debito. Trump non può autorizzarla da solo: servirebbe un atto del Congresso. Non sorprende che la proposta abbia sollevato perplessità anche tra i repubblicani, preoccupati per l’impatto che una misura di queste dimensioni potrebbe avere su inflazione, tassi di interesse e finanza pubblica.

JD Vance ha indicato i dazi come possibile copertura, ma i numeri non coincidono. Le entrate tariffarie attuali – circa 167 miliardi di dollari, secondo Reuters – rappresentano soltanto una frazione della somma necessaria. Tutto il resto dovrebbe arrivare da nuove entrate, tagli ad altre voci di spesa oppure ulteriore debito. La promessa di un accredito immediato agli elettori, dunque, arriva prima ancora che esista una copertura finanziaria credibile per mantenerla.

Il conto lo pagherebbero gli americani

Gli Stati Uniti hanno già un deficit previsto di 1.900 miliardi di dollari e un debito pubblico oltre il 100% del PIL. Aggiungere circa 1.200 miliardi di nuova spesa significherebbe aggravare ulteriormente squilibri, interessi e fabbisogno di finanziamento.

Non porterebbe automaticamente al default, ma il paradosso resta: Trump promette agli americani 5.000 dollari usando risorse che appartengono già alla collettività o debito destinato comunque a pesare sui conti pubblici. Che affare: ti prometto 5.000 dollari e il conto lo paghi tu.

I 500 dollari arrivano prima del voto

Alla promessa dei 5.000 dollari si aggiunge poi un rimborso di 500 dollari per quasi un milione di assicurati dell’Affordable Care Act in 30 Stati. La Casa Bianca lo presenta come restituzione di commissioni in eccesso accumulate da HealthCare.gov, quindi come misura amministrativamente autonoma.

Gli assegni, però, partiranno da ottobre, nel momento politicamente più utile, a ridosso delle midterm, con la Casa Bianca che ne attribuisce direttamente il merito a Trump. Sul piano della campagna l’effetto comunicativo finisce così per essere molto simile: un beneficio economico concreto associato al presidente poche settimane prima del voto.

Negli Stati Uniti non basta per parlare di compravendita del voto

La legge federale americana vieta di offrire denaro per influenzare il voto di una persona. Ma il meccanismo annunciato da Trump non rientra in quella fattispecie: l’assegno arriverebbe dopo la vittoria complessiva del GOP, indipendentemente dal comportamento individuale dell’elettore. È per questo che gli esperti interpellati da Reuters ritengono la promessa ancora compatibile con il quadro normativo, fermo restando che la sua attuazione richiederebbe comunque l’approvazione del Congresso.

La distinzione giuridica è chiara. Quella politica molto meno: legare un beneficio economico immediato all’esito delle urne non configura la compravendita del voto, ma ne richiama il meccanismo più elementare: alla vittoria politica viene associata una ricompensa economica individuale.

In Italia quei 5.000 dollari aprirebbero un caso

Trasportata in Italia, una promessa come “se vinciamo vi diamo 5.000 euro” non resterebbe nel perimetro della normale competizione politica: aprirebbe subito un problema giuridico. Qui la regola è tassativa: denaro o altre utilità promessi per ottenere il voto sono vietati, e nell’ultima settimana prima delle urne il divieto arriva perfino alle elargizioni di beni. È anche per questo che i pacchi alimentari distribuiti durante una campagna sono finiti più volte al centro di inchieste.

Bonus, pensioni e sgravi sono un’altra cosa: sono politiche pubbliche. La formula usata dal tycoon cambia invece completamente il rapporto tra promessa e voto. Non è “vinciamo e poi approveremo una misura”, ma “se vinco ti pago”. Il vantaggio economico entra direttamente nella richiesta di consenso e, nel sistema italiano, una formula del genere diventerebbe immediatamente materia politica e giudiziaria.

Ma i 5.000 dollari sono solo l’ultima mossa di Trump

Il “Trump dividend” arriva dentro una campagna che Trump ha già caricato di promesse mirabolanti e mosse controverse. Prima di mettere sul tavolo i 5.000 dollari ha descritto l’economia americana come un successo straordinario, anche se crescita, inflazione, debito e costo dell’energia raccontano un quadro molto meno trionfale. Nel frattempo ha attaccato il voto per posta e ha spinto i repubblicani a ridisegnare collegi congressuali per rendere più favorevole al GOP la battaglia per la Camera.

Messe insieme, queste mosse delineano una campagna nella quale la vittoria giustifica strumenti sempre più aggressivi: si promettono assegni agli elettori, si contestano le modalità con cui votano, si cerca di modificare il terreno sul quale si assegneranno i seggi. I 5.000 dollari non sono un’uscita isolata, ma l’ultimo tassello di una strategia che porta all’estremo una convinzione ricorrente nel trumpismo: se una leva può rendere più probabile la vittoria, vale la pena usarla.

RotoNotizie |  © riproduzione riservata

FOTO: © WFAA/YouTube – frame video

TAG

Lascia un commento