La guerra con l’Iran ha riportato il prezzo dell’energia al centro delle difficoltà economiche europee. Bruxelles cerca nuove risorse per attenuare l’impatto sulle famiglie, ma deve fare i conti con le resistenze politiche e con le controversie legali lasciate dal precedente del 2022.
L’Europa frena sulle richieste di maggiore flessibilità dei bilanci pubblici, ma torna a considerare un contributo straordinario delle compagnie energetiche: la crisi riapre il confronto su come distribuire i suoi costi tra imprese, cittadini e Stati.
Bruxelles riapre il dossier degli extraprofitti
La Commissione europea torna a valutare una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere e del gas. Il 12 ottobre il commissario europeo responsabile del Clima e della Fiscalità, Wopke Hoekstra, ha confermato la costituzione di un gruppo di lavoro incaricato di esaminare vantaggi, criticità e fattibilità giuridica di un eventuale prelievo comune. Non esiste ancora una proposta legislativa definita, ma l’iniziativa segna un avanzamento rispetto al confronto avviato nelle settimane precedenti dai governi europei.
La pressione arriva da Germania, Spagna, Portogallo, Italia, Polonia e Austria, che chiedono un intervento coordinato contro i profitti straordinari maturati durante la nuova crisi energetica. Il rialzo delle quotazioni, alimentato dalla guerra con l’Iran e dalle difficoltà della navigazione attraverso Hormuz, ha favorito una parte dell’industria petrolifera mentre famiglie e imprese affrontano costi crescenti. Il Brent, dopo avere sfiorato i 120 dollari al barile alla fine di aprile, resta oltre il 70% sopra i livelli di inizio anno.
Hoekstra ha richiamato proprio questa disparità: l’aumento delle bollette colpisce in particolare i consumatori più vulnerabili, mentre alcune società registrano guadagni eccezionali senza avere aumentato la produzione o i servizi offerti. Per la Commissione, tuttavia, riconoscere la questione non significa avere già individuato uno strumento applicabile a tutti gli Stati membri.
Il precedente del 2022 e i miliardi già incassati
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea era già intervenuta sui profitti straordinari delle compagnie energetiche con un regolamento che, nel 2022, aveva introdotto un contributo minimo del 33% sulla quota di utili imponibili superiore del 20% alla media del quadriennio 2018-2021, applicabile alle imprese dei settori petrolifero, del gas, del carbone e della raffinazione, con la possibilità per gli Stati membri di adottare misure nazionali equivalenti.
Secondo la relazione finale pubblicata dalla Commissione nel maggio 2025, il meccanismo aveva prodotto 26,15 miliardi di euro di entrate effettivamente riscosse, con un totale stimato di 28,66 miliardi includendo gli importi ancora da incassare. Risorse destinate principalmente a sostenere i consumatori colpiti dall’aumento dei prezzi energetici.
Il precedente del 2022 ha tuttavia lasciato aperte controversie sulla legittimità del prelievo, contestato anche da compagnie come ExxonMobil attraverso procedimenti giudiziari non ancora conclusi, che impongono a Bruxelles una particolare attenzione alla base giuridica della nuova misura, ai criteri di calcolo dei profitti straordinari e al coordinamento con le normative nazionali. Il Portogallo ha intanto introdotto per il 2026 una tassazione del 33% sugli utili eccezionali delle imprese petrolifere e della raffinazione, anticipando sul piano nazionale una possibile iniziativa comune europea.
Il nodo italiano: finanziare gli aiuti senza allentare i vincoli
Il ritorno della tassa sugli extraprofitti si inserisce in un confronto più ampio sulla politica economica europea. L’8 ottobre la Commissione aveva respinto la richiesta di Italia e Grecia di ottenere nuove forme generalizzate di flessibilità fiscale per affrontare il rincaro dell’energia. Valdis Dombrovskis ha difeso il quadro del Patto di stabilità, sostenendo che le regole esistenti consentono già di considerare gli effetti dell’inflazione e che continue deroghe comprometterebbero la credibilità dei conti pubblici.
La possibilità di utilizzare parte dei guadagni straordinari del settore energetico apre una strada diversa: finanziare gli interventi senza ricorrere necessariamente a maggiore indebitamento. Le due questioni restano distinte, perché l’eventuale gettito dipenderà dalle norme adottate, dagli utili effettivamente imponibili e dalla destinazione delle risorse.
In Italia il governo sta già discutendo con banche e gruppi energetici un possibile contributo alla manovra del 2027. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non ha escluso un intervento nazionale qualora il coordinamento europeo richiedesse troppo tempo. Alcune grandi compagnie, tra cui Eni, hanno nel frattempo annunciato iniziative per contenere i prezzi dei carburanti, mentre resta aperta la discussione sull’opportunità di imporre un prelievo straordinario.
Una nuova tassa sugli extraprofitti non riduce automaticamente il prezzo del petrolio né l’importo delle bollette, ma può fornire ai governi risorse per attenuare il peso della crisi su famiglie e imprese senza ricorrere a nuovo indebitamento. La vera sfida per Bruxelles sarà distinguere i guadagni straordinari generati dall’impennata dei prezzi dagli utili legati agli investimenti, costruendo un prelievo giuridicamente solido e vincolando le entrate a interventi concreti. Altrimenti, l’Europa rischia di trasformare una misura concepita per redistribuire i costi dell’emergenza in un’altra fonte di finanziamento pubblico, lasciando intatto lo squilibrio più difficile da giustificare: c’è chi dalla crisi energetica ricava profitti eccezionali e chi continua a pagarne il prezzo.
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