EMERGENZA SANITARIA INTERNAZIONALE

Ebola in Congo, l’epidemia era iniziata mesi prima dell’allarme: oltre 1.900 morti

Il sequenziamento genetico retrodata l’inizio del focolaio a febbraio, tre mesi prima della dichiarazione ufficiale. Registrati oltre 4.200 casi. Il raro ceppo Bundibugyo non dispone ancora di un vaccino specifico approvato, ma l’OMS precisa che non si tratta di un’emergenza pandemica.

L’epidemia di Ebola che sta travolgendo la Repubblica Democratica del Congo circolava da mesi prima di essere riconosciuta. I primi casi risalirebbero a febbraio, mentre l’emergenza è stata dichiarata soltanto il 15 maggio. Il bilancio ha ormai superato 4.200 contagi e 1.900 morti, con una velocità di diffusione mai osservata nelle precedenti epidemie provocate dal virus.

Ebola in Congo, l’epidemia era iniziata mesi prima dell’allarme: oltre 1.900 morti
Il virus circolava da febbraio, ma è stato riconosciuto soltanto tre mesi dopo: in Congo l’epidemia di Ebola più rapida mai registrata ha già superato 1.900 morti.

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Il sequenziamento genetico riscrive l’inizio dell’epidemia

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo è cominciata molto prima dell’allarme ufficiale. Il sequenziamento genetico dei campioni prelevati dai pazienti ha permesso di far risalire la circolazione del virus almeno al febbraio 2026, circa tre mesi prima della dichiarazione del focolaio.

L’Organizzazione mondiale della sanità aveva inizialmente ricondotto il primo caso conosciuto a un operatore sanitario che aveva manifestato i sintomi alla fine di aprile. Le nuove analisi mostrano invece che il virus era già presente sul territorio e che alcune delle prime infezioni potrebbero essere state scambiate per malaria o febbre tifoide.

Febbre elevata, debolezza, vomito e diarrea possono infatti essere inizialmente confusi con quelli di altre malattie diffuse nella regione. Il sanguinamento, spesso associato all’Ebola nell’immaginario collettivo, non compare in tutti i pazienti e può manifestarsi soltanto nelle fasi più avanzate.

Il ritardo nell’identificazione ha concesso al virus settimane decisive per propagarsi fuori dalle catene di trasmissione conosciute.

Oltre 4.200 casi e 1.900 morti

Il bilancio ha superato i 4.200 casi registrati e i 1.900 decessi. A metà luglio le autorità contavano poco più di 2.000 infezioni e circa 800 morti: in meno di un mese entrambi i numeri sono più che raddoppiati.

L’epicentro rimane la provincia orientale dell’Ituri, ma la malattia ha raggiunto almeno cinque province della Repubblica Democratica del Congo. Casi collegati al focolaio sono stati individuati anche nella vicina Uganda.

Una parte consistente delle nuove infezioni viene scoperta fuori dai gruppi di contatti già sottoposti a sorveglianza. Questo significa che gli operatori sanitari riescono a ricostruire soltanto una frazione degli incontri attraverso i quali il virus continua a trasmettersi.

Il sistema di sorveglianza sta seguendo migliaia di persone potenzialmente esposte, ma gli spostamenti della popolazione, le strade difficilmente percorribili e l’insicurezza rendono complesso raggiungere tutti i contatti.

Perché il virus sta correndo più velocemente dei soccorsi

Il direttore dell’OMS per l’Africa, Mohamed Yakub Janabi, ha riconosciuto che l’epidemia si sta muovendo più rapidamente della risposta sanitaria.

Le province orientali del Congo sono attraversate da anni di conflitti armati, sfollamenti e attacchi contro strutture e operatori. In alcune aree le squadre sanitarie non riescono a entrare, mentre in altre la sfiducia verso le autorità ostacola i test, l’isolamento dei pazienti e le sepolture in sicurezza.

Una quota rilevante dei malati muore fuori dai centri di cura. Il contatto con i corpi delle vittime durante i funerali tradizionali rappresenta uno dei momenti di maggiore rischio, perché il virus rimane presente nel sangue e negli altri liquidi biologici dopo la morte.

La risposta è complicata anche dalla carenza di personale, attrezzature e finanziamenti. Alcuni operatori sanitari hanno denunciato ritardi nei pagamenti, mentre le squadre impegnate sul territorio devono affrontare disinformazione, minacce e aggressioni.

Il raro ceppo Bundibugyo

L’epidemia è causata dal virus Bundibugyo, una delle specie appartenenti al gruppo degli ebolavirus. È più rara rispetto al virus Zaire, responsabile della devastante epidemia che colpì l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016.

I vaccini già disponibili contro l’Ebola sono stati sviluppati principalmente per il ceppo Zaire e non esiste ancora un vaccino specificamente approvato contro Bundibugyo. Sono in corso valutazioni e sperimentazioni per individuare prodotti utilizzabili durante l’emergenza.

Anche le possibilità terapeutiche sono limitate. I pazienti ricevono cure di supporto per contrastare disidratazione, perdita di elettroliti e insufficienza degli organi, mentre alcuni farmaci vengono impiegati all’interno di studi clinici o per uso compassionevole.

Un primo test molecolare capace di riconoscere rapidamente il virus Bundibugyo è stato inserito dall’OMS nella lista per l’impiego d’emergenza soltanto il 2 luglio. La disponibilità di uno strumento diagnostico più preciso dovrebbe ridurre i tempi necessari per distinguere l’Ebola da malaria, tifo e altre infezioni presenti nella regione.

L’Ebola non si trasmette per via aerea

Nonostante la gravità dell’epidemia, l’OMS non ha indicato un rischio immediato elevato per l’Europa o per l’Italia. Il virus Ebola non si diffonde nell’aria come l’influenza o il Covid: la trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni e altri liquidi biologici di una persona infetta o con superfici contaminate.

Una persona non è considerata contagiosa prima della comparsa dei sintomi. Il periodo di incubazione può variare da due a 21 giorni.

L’OMS ha classificato il focolaio come un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale, ma ha precisato che non soddisfa i criteri di un’emergenza pandemica. Non risultano casi collegati all’epidemia in Europa.

Nei giorni scorsi, una barca con circa 300 passeggeri è stata fermata nei pressi di Kinshasa dopo la segnalazione di un possibile caso. Sette persone con sintomi sono state sottoposte al test e sono risultate negative, mentre l’imbarcazione è stata decontaminata.

La corsa per fermare il contagio

Le autorità congolesi e le organizzazioni internazionali stanno ampliando i laboratori, i centri di isolamento e le squadre mobili incaricate di individuare i casi nelle comunità.

La priorità è interrompere le catene di trasmissione che sfuggono alla sorveglianza, raggiungere rapidamente le persone con sintomi e garantire sepolture sicure. Senza un’accelerazione della risposta, il focolaio rischia di continuare a crescere nelle aree dove guerra, povertà e sfiducia rendono più difficile ogni intervento sanitario.

La nuova ricostruzione dell’OMS mostra che il problema non è soltanto quanto velocemente il virus si stia diffondendo, ma il tempo perduto prima che il mondo si accorgesse che l’epidemia era già cominciata.

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FOTO: Frame dal video del canale CGTN Africa/Youtube

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