IL MONDO SECONDO IL PRESIDENTE IMMOBILIARISTA

Trump vuole anche Hormuz: il mondo scambiato per il suo Monopoli

Groenlandia, Canada, Panama, Gaza, Venezuela, Cuba e adesso lo stretto più strategico del pianeta. Gli americani pagano la benzina, gli alleati si sfilano e il presidente continua a prenotare territori che nessuno gli ha messo in vendita.

Donald Trump prometteva una guerra breve e ora chiede agli americani di accettare carburanti più cari. L’Iran non si arrende, gli alleati non lo seguono e lui reagisce annunciando che Hormuz diventerà territorio degli Stati Uniti. Deve essergli sfuggito un dettaglio: il mondo non è una delle sue società immobiliari.

Trump vuole anche Hormuz: il mondo scambiato per il suo Monopoli
Dal Canada a Gaza, dal Venezuela a Hormuz: Trump riduce il mondo a una partita di Monopoli pagata dagli americani.

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Nel Monopoli di Donald Trump le caselle non finiscono mai.

Prima la Groenlandia, da comprare o prendere perché ricca di risorse e strategicamente irresistibile. Poi il Canada, promosso senza consultarlo a cinquantunesimo Stato americano. Quindi il Canale di Panama, da riprendersi perché gli Stati Uniti lo costruirono e, nella contabilità personale di Trump, ogni vecchia fattura può trasformarsi in un atto di proprietà.

Persino il Golfo del Messico è diventato Golfo d’America. Se non può conquistare un luogo, intanto gli cambia nome.

Poi è arrivata Gaza. Trump ha immaginato che gli Stati Uniti potessero assumerne il controllo, trasferire altrove i palestinesi e costruire sulle macerie la «Riviera del Medio Oriente». Prima si svuota il terreno, poi si ricostruisce, infine si monetizza. La guerra trasformata in operazione immobiliare.

In Venezuela è andato oltre le parole: gli Stati Uniti hanno catturato Nicolás Maduro, assunto il controllo delle entrate petrolifere e annunciato che avrebbero gestito temporaneamente il Paese. A Cuba ha riservato un trattamento ancora più sbrigativo: Trump ha detto di poterla prendere «in qualche forma», amichevolmente oppure no.

Adesso è il turno dello Stretto di Hormuz, che il presidente vorrebbe proclamare territorio degli Stati Uniti.

Mancano il Colosseo, la Torre Eiffel e un albergo su Parco della Vittoria. Ma la legislatura è ancora lunga.

Il problema è che la Groenlandia non è in vendita, il Canada non è una dependance, Panama non ha smarrito il proprio canale, Gaza non è un’area edificabile, il Venezuela non è un pozzo petrolifero con una bandiera e Cuba non è un resort da rilevare. Hormuz, infine, non è un terreno sul quale piantare il cartello “Proprietà degli Stati Uniti”.

È uno stretto internazionale compreso tra Iran e Oman. Controllarne militarmente il traffico non significa possederlo, proprio come parcheggiare un carro armato davanti a una casa non trasforma automaticamente in proprietario chi lo guida.

Trump continua però a guardare la geografia con gli occhi dell’immobiliarista: vede una posizione strategica e immagina un rogito; scopre una risorsa e cerca il prezzo; incontra un popolo e pensa al trasloco; trova un confine e lo considera una fastidiosa formalità amministrativa.

La guerra che doveva durare poco

La guerra contro l’Iran era cominciata con una spiegazione semplice: impedire a Teheran di ottenere l’arma nucleare. Poi sono arrivati i missili, la Marina iraniana, le milizie, il cambio di regime, la sicurezza di Israele e infine il controllo di Hormuz.

Quando una guerra cambia continuamente obiettivo, di solito significa che quello iniziale non ha prodotto il risultato promesso.

Netanyahu aveva convinto Trump che eliminare la Guida suprema avrebbe potuto far crollare il potere iraniano. Il potere non è crollato. Teheran non ha capitolato. Le componenti più dure del regime hanno conquistato ulteriore spazio e lo stretto dal quale passa una parte decisiva dell’energia mondiale è diventato il centro di una crisi permanente.

La guerra lampo ha semplicemente dimenticato di essere lampo.

Gli americani devono pagare e possibilmente sorridere

Trump chiede ora ai cittadini di accettare l’aumento della benzina perché gli Stati Uniti starebbero rendendo un grande servizio al mondo.

Il mondo, tuttavia, non sembra aver commissionato il servizio.

Gli alleati europei non sono stati coinvolti nella decisione, non vedono un obiettivo finale e si rifiutano di partecipare al blocco navale. Gli americani continuano a dubitare che il risultato valga il prezzo. Persino il Congresso ha approvato risoluzioni per chiedere di fermare una guerra iniziata senza una specifica autorizzazione parlamentare.

Trump pretende dunque un sacrificio per una missione che cambia ogni settimana. Gli americani devono pagare di più, gli alleati devono obbedire e l’Iran deve arrendersi. In cambio ricevono la rassicurazione del presidente: sa quello che sta facendo.

È precisamente il punto sul quale aumentano i dubbi.

L’uomo che smentisce se stesso

Trump annuncia un accordo, poi lo nega. Minaccia un attacco, apre al negoziato e torna a minacciare. Proclama una tregua, la considera violata e ne prepara un’altra. Ora sostiene che Hormuz sia già sostanzialmente americano perché nessuna nave passa senza il permesso degli Stati Uniti.

La chiamano imprevedibilità strategica. Ma una strategia imprevedibile soltanto agli altri può intimorire; quando diventa imprevedibile anche per chi la conduce, cambia nome.

La credibilità non consiste nel parlare più forte. Consiste nel far sapere agli avversari che una minaccia verrà mantenuta e agli alleati che una promessa non sarà ritirata al comizio successivo. Trump ha trasformato entrambe in contenuti a scadenza rapida.

Incapace di intendere, capacissimo di volere

A questo punto ricompare il Venticinquesimo emendamento e torna la domanda sulle condizioni mentali del presidente.

Il Venticinquesimo non è il tasto “annulla” per cancellare un presidente pericoloso, vanitoso o politicamente irresponsabile. Servirebbero il vicepresidente, la maggioranza del governo e, se Trump si opponesse, i due terzi del Congresso. Soprattutto occorrerebbe dimostrare un’incapacità reale di esercitare le funzioni, non una collezione di decisioni disastrose.

Dargli semplicemente del matto sarebbe persino generoso: la follia assolve, la responsabilità politica no.

Non possiamo stabilire se Trump sia incapace di intendere fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni. Di sicuro è capacissimo di volere: vuole territori, petrolio, obbedienza, vittorie e perfino nuove carte geografiche.

Vuole tutto, tranne ammettere di aver sbagliato.

Clinicamente non possiamo formulare diagnosi. Politicamente possiamo descrivere un potere che invecchia male, confonde il comando con la realtà e scambia la minaccia per una strategia.

Da noi, con la definizione più gentile e rispettosa possibile, tutto questo si riassume in due parole: senilità galoppante.

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Foto: frame dal video di News24/Youtube

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