Teheran nega i colloqui diretti, il Golfo frena una nuova offensiva e gli arsenali americani si assottigliano. L’«ultima possibilità» concessa all’Iran rivela quanto si sia ridotto il margine di Washington

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Donald Trump concede all’Iran un’«ultima possibilità». Ancora una volta.
Dice che i negoziati sono già in corso, che Teheran ha chiesto di parlare e che un accordo può arrivare rapidamente. L’Iran risponde che non esiste alcuna trattativa con Washington e riconosce soltanto il confronto con l’Oman sul futuro dello Stretto di Hormuz.
Non è un dettaglio diplomatico. È la fotografia della guerra.
Gli Stati Uniti hanno bisogno di mostrare che l’Iran è tornato al tavolo sotto la pressione militare americana. Teheran ha bisogno di dimostrare che non sta negoziando una resa, ma le condizioni alle quali accetterà di ridurre la pressione sul Golfo. Nel mezzo, Qatar, Oman, Pakistan e monarchie arabe costruiscono il canale che entrambi utilizzano e nessuno vuole ammettere fino in fondo.
L’ultimatum senza interlocutore
Trump definisce questo passaggio l’ultima occasione per firmare un «buon documento». Ma un ultimatum funziona soltanto quando l’altra parte crede che la minaccia verrà eseguita.
Negli ultimi mesi il presidente americano ha annunciato attacchi imminenti, li ha rinviati, ha descritto accordi vicini e poi è tornato a minacciare bombardamenti più pesanti. L’ultimo grande raid è stato sospeso dopo l’intervento di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, preoccupati dalla possibile risposta iraniana contro infrastrutture energetiche, porti e impianti del Golfo.
Questo non significa che la forza americana sia diventata irrilevante. Gli Stati Uniti conservano una capacità militare enormemente superiore e possono ancora colpire l’Iran.
Significa però che ogni minaccia non eseguita modifica il calcolo di Teheran.
L’Iran vede che Trump vuole un accordo, che gli alleati regionali temono una nuova escalation e che il costo politico della guerra cresce negli Stati Uniti. Di conseguenza non ha alcun incentivo ad accettare rapidamente le condizioni presentate dalla Casa Bianca.
Più resiste, più aumenta il prezzo della propria disponibilità.
All’Iran non serve vincere
Teheran non deve sconfiggere militarmente gli Stati Uniti. Deve sopravvivere abbastanza a lungo da impedire a Washington di dichiarare raggiunti gli obiettivi della guerra.
Il regime ha subito perdite gravissime, danni alle infrastrutture, isolamento economico e una pressione militare senza precedenti. Ma non è crollato, non ha rinunciato al proprio programma strategico e conserva la capacità di colpire interessi americani e alleati nella regione.
Soprattutto, mantiene la leva di Hormuz.
La trattativa con l’Oman non riguarda soltanto la riapertura dello Stretto. L’Iran chiede un ruolo nel controllo delle navi dirette verso il Golfo e nella sorveglianza del traffico in uscita. Un’intesa che riconoscesse questa funzione trasformerebbe il blocco imposto durante la guerra in un vantaggio politico stabile.
Prima del conflitto Hormuz era una rotta internazionale che nessuna potenza controllava formalmente. Dopo cinque mesi di guerra, Teheran prova a ottenere al tavolo ciò che ha imposto con missili, abbordaggi e minaccia navale.
È questa la sua strategia: non vincere la guerra, ma cambiare le condizioni della pace.
Trump non può più separare l’Iran dal resto del mondo.
La Casa Bianca deve anche fare i conti con ciò che la guerra ha consumato.
Secondo fonti citate da Reuters, l’esercito americano ha utilizzato praticamente tutte le scorte disponibili di ATACMS e Precision Strike Missile e poco meno della metà dei Tomahawk. Anche le riserve di intercettori Patriot e THAAD si sono ridotte sensibilmente.
Gli Stati Uniti non sono rimasti senza armi. Ma una nuova campagna prolungata obbligherebbe Washington a scegliere quali munizioni utilizzare contro l’Iran e quali conservare per un’eventuale crisi con Russia o Cina.
È il limite che modifica l’intera partita.
All’inizio, la guerra poteva essere presentata come un conflitto circoscritto, condotto da una potenza dotata di risorse quasi illimitate contro un avversario regionale. Oggi ogni missile lanciato in Medio Oriente viene sottratto alla deterrenza nel Pacifico, alla protezione delle basi americane o alla capacità di sostenere gli alleati europei.
L’Iran non ha soltanto alzato il costo del confronto con Teheran.
Ha costretto Washington a misurarlo contro tutti gli altri confronti possibili.
Il Golfo non vuole pagare la vittoria americana
Anche gli alleati regionali hanno cambiato posizione.
Arabia Saudita, Qatar ed Emirati non vogliono un Iran più forte né accettano che Teheran controlli Hormuz. Ma non vogliono nemmeno diventare il campo sul quale gli Stati Uniti e l’Iran regolano i propri conti.
Una nuova offensiva contro centrali elettriche, porti, raffinerie e infrastrutture iraniane provocherebbe quasi certamente una risposta contro obiettivi analoghi nel Golfo. L’Iran ha già dimostrato di poter allargare il costo della guerra a Paesi che ospitano basi e interessi americani.
È per questo che i governi regionali spingono Trump verso la diplomazia.
Non perché considerino accettabili le richieste iraniane, ma perché temono che la vittoria promessa da Washington finisca per essere pagata dalle loro città, dalle loro economie e dalle loro esportazioni energetiche.
Il presidente americano non decide quindi da solo se intensificare il conflitto. Può ordinare nuovi bombardamenti, ma deve considerare la disponibilità degli alleati a sostenerne le conseguenze.
Tre strade, nessuna vittoria
Trump ha davanti tre possibilità apparenti.
Può mantenere lo stato attuale: raid intermittenti, blocchi navali, cessate il fuoco fragili e negoziati indiretti. Ma significherebbe trascinare fino alle elezioni di novembre una guerra impopolare che ha aumentato i prezzi energetici e consumato risorse militari.
Può allargare l’offensiva, colpendo infrastrutture economiche e civili oppure tentando di aprire Hormuz con la forza. Ma dovrebbe accettare maggiori rischi per navi, velivoli e uomini americani, senza alcuna garanzia che i bombardamenti costringano Teheran alla resa.
Oppure può accettare un compromesso che lasci in piedi il regime iraniano, non elimini completamente le capacità nucleari e missilistiche e riconosca a Teheran un ruolo nella nuova gestione dello Stretto.
Militarmente sono tre scenari differenti.
Politicamente rappresentano la stessa difficoltà: nessuno permette a Trump di mostrare la vittoria rapida e definitiva promessa all’inizio del conflitto.
La guerra che non può abbandonare
Ritirarsi senza aver raggiunto gli obiettivi significherebbe ammettere che cinque mesi di bombardamenti, blocchi e perdite non hanno prodotto la capitolazione iraniana.
Continuare significa invece legare sempre più la presidenza a una guerra costosa, difficile da controllare e sempre meno popolare mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato. La pressione politica cresce insieme ai prezzi del carburante e alle domande sulla capacità americana di sostenere contemporaneamente più fronti.
È la trappola classica delle guerre senza un obiettivo raggiungibile: ogni nuovo attacco viene giustificato con la necessità di non rendere inutili quelli precedenti.
Ma più il conflitto continua, più aumenta il costo della decisione finale.
Trump non può dichiarare che la guerra è stata un errore. Non può accettare facilmente che l’Iran sopravviva senza rinunciare ai propri strumenti di potere. E non può continuare all’infinito a spendere missili, consenso politico e credibilità internazionale per ottenere lo stesso risultato che non ha raggiunto finora.
Hormuz deciderà chi potrà dire di aver vinto.
L’accordo, se arriverà, non chiuderà tutte le questioni.
Il nucleare resterà aperto. Le sanzioni resteranno oggetto di confronto. L’Iran conserverà missili, alleati regionali e capacità di pressione. Gli Stati Uniti manterranno forze e basi intorno alla Repubblica islamica.
Il punto decisivo sarà Hormuz.
Washington vuole il ritorno alla libertà di navigazione senza controlli né tariffe iraniane. Teheran vuole che la propria capacità di bloccare lo Stretto venga riconosciuta e trasformata in un ruolo operativo. L’intesa in discussione con l’Oman potrebbe diventare il luogo nel quale entrambe le parti costruiscono la propria versione della vittoria.
Trump potrebbe sostenere di aver riaperto la rotta e impedito una nuova escalation.
L’Iran potrebbe affermare di aver resistito alla più grande potenza militare del mondo e ottenuto un potere che prima della guerra non possedeva.
È così che probabilmente finirà il conflitto: non con una vittoria, ma con due narrazioni incompatibili dello stesso compromesso.
L’ultimo ultimatum di Trump sembra ancora rivolto a Teheran.
In realtà è rivolto alla sua stessa guerra.
O trova rapidamente un accordo che possa presentare come successo, oppure dovrà scegliere tra una ritirata che assomiglia a una sconfitta e un’escalation che potrebbe trasformare l’Iran nell’errore destinato a definire la sua presidenza.
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