BASTA UN SI? E CHISSENEFREGA.

Disfunzioni sociali saltano fuori in ogni momento: redditi e salari, la casa, la scuola, le tasse, gli aumenti in bolletta. Alla faccia della ripresa!

Ogni categoria sociale viene coinvolta e chiamata in causa: scioperi classici e scioperi selvaggi, contestazione dell’autoritarismo, manifestazioni di piazza, scontri violenti, e chi più ne ha più ne metta.

A ben vedere non ci facciamo mancare proprio niente. O meglio, manca tutto!.

Profondi turbamenti agitano la nostra società e strappano il velo di unanimità che la tecnocrazia vi vorrebbe stendere.

Una dimostrazione che il capitalismo avanzato che domina tutto anche la politica, in definitiva, non soddisfa nessuno e la constatazione continua dell’esistenza di queste tensioni e di questi conflitti, lo conferma.

L’Italia, che ha sperimentato e sperimenta sulla pelle gli effetti di una difficile congiuntura economica, della disoccupazione, della perdita del potere di acquisto, dell’emergenza migranti, della sicurezza, vive la campagna referendaria con comprensibile scetticismo, consapevole che nonostante si tratti di un momento di particolare intensità democratica, è ora considerata solo il bacino di caccia del SI e del NO.

Ma soprattutto del si a giudicare dalla sofisticatezza della campagna. Di obbedienza civile.

DISOBBEDISCO. VOTO NO.

Personalmente voterò No al servaggio e a cessioni di sovranità irreversibili a quest’Europa,  un’autorità sovranazionale – peraltro neanche immaginabili per la nostra Costituzione – che più che occuparsi di interesse generale decide per tassi di incremento e procede con combinati disposti.   

Non riesco a trovare una sola ragione per semplificare la vita al governo. Neppure mi piace che il Parlamento, tenuto all’oscuro delle politiche europee dall’esecutivo, sia stato esautorato dalla funzione legislativa, quasi ad evitare una contaminazione democratica.  

Non ricordo chi ha scritto che i rapporti contrattuali “vengono visualizzati solo quando certe trasformazioni sociali hanno avuto luogo”, non c’è niente di più vero.

Penso alla ridefinizione dello spazio europeo, in “economia sociale di mercato”, introdotta con la ratificazione del Trattato di Lisbona, del quale curiosamente quasi mai nessuno ha sentito il bisogno di parlare e di cui neanche tanto volentieri si discute pubblicamente adesso.

Il fatto è questo, la storia degli ultimi anni mi è bastata e non mi è piaciuto niente dei governi del Presidente Napolitano: Monti, Letta e Renzi. Sono stufa di arbitri e vessazioni, di vincoli e intrecci sempre più opachi ed indecifrabili in termini ideologici, di partito e perfino di aspirazioni comuni.

Voi no?

CHI COMANDA E CHI SUBISCE ?!.

E anche per ragioni meno di pancia sono contraria. Sempre negli stessi ultimi anni, si è affermata la convinzione, con la compiacenza dei media, che il Paese debba essere governato solo dalla maggioranza. 

Però, sappiamo tutti che le democrazie vere funzionano attraverso lo scambio e l’interazione continua tra i diversi schieramenti, come pure che su temi di grande rilevanza come la politica estera o i cambiamenti dell’impianto costituzionale o la sicurezza, o la giustizia, o il fisco, o l’ambiente, negli Stati Uniti o Regno Unito (dai quali vorremmo mutuare i modelli) maggioranza e opposizione si incontrano, discutono, si confrontano per individuare soluzioni orientate al raggiungimento del bene comune. Non stroncano sul nascere l’idea stessa del dialogo adducendo, a sostegno di questa scelta, la necessità di governare.

Capisco che questo rende probabilmente necessarie lunghe discussioni: ma neppure ai primitivi delle società arcaiche della Polinesia e dell’Africa piace il sistema della semplice maggioranza. Vorrà pure significare qualcosa. 

Eppoi è veramente lontano anni luce dall’idea di servizio che dovrebbe ispirare la politica: chi ha la maggioranza comanda e chi sta in minoranza, subisce e obbedisce.

In questa logica il “governo” viene esercitato con una protervia alla quale non ci si abitua, che non trova riscontro neanche negli anni della Prima Repubblica nei quali le maggioranze di governo erano ben più ampie di quelle risicate di oggi.

Arichissenefrega.

E chiedo scusa se neppure sono in grado di apprezzare chi, pur di assicurarsi facili consensi, senza un preciso mandato popolare, mi vuole convincere che le riforme sono necessarie perché “ce lo chiede l’Europa”, perché parliamoci chiaro, è una mistificazione.

Su quel tavolo a Bruxelles chi è che ci va da anni a stipulare patti e contratti? E visto che sono in tema, perché l’Europa ha bisogno dei nostri soldi? 

Che ci fa? Come spende le prebende che versiamo?

Naturalmente ogni azione ha sempre una sua conseguenza e quando questa si genera non sempre la gente se ne accorge o la capisce. 

Subito non ci fa caso e non se ne rende conto fino a quando succede qualcosa e comincia a realizzare che per difendere la propria inamovibilità, una certa parte di classe politica, è arrivata al punto di diventare autoreferenzialista, estranea al Paese, a volte addirittura estranea a se stessa. 

Ma comprende pure, la gente, anche se nessuno glielo dice, che l’agenda politica del governo, bloccata dalla democrazia parlamentare, in realtà non conosce pause: modifica temi, contenuti e perfino linguaggio politico, mentre con un ritmo da politica-zapping, seleziona argomenti di comunicazione, sempre nuovi senza che il dibattito su quelli precedenti, però, si sia esaurito sul piano della conoscenza e del confronto politico, e non è tutto. 

Nella caccia ai consensi, ora, il governo delle riforme silenziose, inventa a ripetizione gossip di grande suggestione emotiva, vere e proprie traslazioni comunicative per spostare l’attenzione su aspetti secondari del problema ma in grado di alimentare la polemica di commentatori e opinionisti. Già, perfino questo riesce a notare, la gente.

E allo scopo pratico contenuto nella “campagnona” del referendum, pianificata – questa pure – con tanta cura, rispondo in sostanza come chi abita a Palazzo Chigi, chissenefrega.

M.Cristina Franconi

©riproduzione riservata 

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