Milioni di persone vivono in edifici sempre più difficili da riscaldare o raffreddare. Entro il 2100 la vulnerabilità potrebbe coinvolgere una popolazione tre volte maggiore.
Non basta aggiungere condizionatori: età, forma e materiali delle abitazioni determinano chi può davvero difendersi dalle temperature estreme.

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Le nostre città cambiano molto più lentamente del clima. Le temperature aumentano, le ondate di calore diventano più lunghe e intense, ma gran parte delle abitazioni continua a rispondere alle condizioni ambientali per le quali era stata progettata decenni fa. Il risultato è un crescente squilibrio tra l’edificio e il luogo nel quale oggi si trova.
Una nuova ricerca del Centro comune di ricerca della Commissione europea ha analizzato più di due miliardi di edifici, realizzando una prima mappa globale della vulnerabilità energetica legata alla climatizzazione. Lo studio stima che circa 48 milioni di persone vivano già in aree con costruzioni vecchie o poco compatte, nelle quali mantenere una temperatura interna sicura richiede una quantità di energia superiore alla media.
Entro il 2100 questa popolazione potrebbe diventare due o tre volte più numerosa. Il peso della vulnerabilità è inoltre destinato a spostarsi dalle regioni fredde verso quelle più calde e, spesso, economicamente meno attrezzate ad affrontarla.
Quando la forma della casa amplifica il caldo
Non tutti gli edifici reagiscono allo stesso modo alle temperature esterne. Una costruzione poco compatta presenta una superficie maggiore esposta al clima: disperde più calore durante l’inverno e ne assorbe di più durante l’estate. Conservare una temperatura accettabile diventa così più difficile e costoso.
L’età rappresenta un altro elemento determinante. Il 43% degli edifici esistenti nel mondo è stato costruito prima del 1980, quando le norme sull’efficienza energetica erano ancora limitate o del tutto assenti. Questo non significa che ogni edificio antico sia necessariamente inefficiente, ma segnala quanto sia esteso il patrimonio progettato prima che il consumo energetico diventasse un criterio essenziale.
A incidere sono anche orientamento, materiali, qualità delle finestre, ventilazione e sistemi di riscaldamento e raffreddamento. La ricerca utilizza soprattutto età e forma perché sono le variabili che permettono un confronto globale, ma il comportamento reale di ogni edificio dipende dalla combinazione di tutti questi fattori.
La vulnerabilità si sposta verso le regioni più calde
Oggi le situazioni più critiche si concentrano soprattutto negli insediamenti rurali e poco densi delle aree fredde. Nei centri urbani oltre il 90% delle superfici costruite presenta forme relativamente compatte; nelle zone rurali la quota scende ad appena il 10%.
Il quadro è però destinato a cambiare. Africa subsahariana, Asia meridionale, America Latina e Medio Oriente presentano una diffusione maggiore di edifici bassi e poco compatti. In molte di queste regioni, urbanizzazione rapida, crescita demografica e aumento delle temperature rischiano di sommarsi.
L’Europa possiede invece il patrimonio edilizio mediamente più vecchio. Qui il problema riguarda soprattutto l’adattamento di abitazioni progettate per trattenere il calore e che ora devono affrontare estati più lunghe, notti tropicali e ondate di calore sempre più frequenti.
Il reddito decide chi può adattarsi
La vulnerabilità non dipende soltanto dalla casa, ma dalle risorse disponibili per modificarla. Soltanto un Paese a basso reddito su quattro dispone di requisiti minimi di efficienza energetica per gli edifici nuovi o ristrutturati. Nei Paesi a reddito medio-alto e alto la quota si avvicina alla metà.
Nelle economie più ricche, ventilazione naturale, sostituzione degli infissi e isolamento mirato possono diminuire il fabbisogno energetico senza richiedere interventi strutturali radicali. Nelle aree rurali acquistano importanza isolamento e produzione solare. Nelle regioni in rapida urbanizzazione diventa invece decisivo costruire bene fin dall’inizio, impiegando materiali con maggiore inerzia termica, ventilazione passiva e forme più compatte.
Limitarsi ad aggiungere condizionatori rischia di trasformare l’adattamento in un circolo vizioso: aumenta la domanda di elettricità proprio nelle aree in cui le reti sono più fragili e l’energia viene ancora prodotta prevalentemente attraverso fonti fossili.
Il cambiamento climatico non modifica quindi soltanto il tempo che troviamo fuori dalla finestra. Sta cambiando il rapporto tra le persone e gli spazi nei quali vivono. E rende sempre più evidente che una casa può restare in piedi per un secolo, mentre il clima per il quale è stata costruita può scomparire molto prima.
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