LE PAROLE DEL COMANDO

Rastrellamenti, truppe e remigrazione: Vannacci porta la guerra dentro la politica

L’ex generale trasforma sicurezza, immigrazione e consenso nel lessico del comando. Non ha dimenticato di essere entrato in politica: vuole che sia la politica ad assumere le forme di una caserma.

«Rastrellare Rogoredo» non è soltanto una frase maldestra. Insieme a “remigrazione”, “tolleranza zero” e “conquista”, rivela la grammatica con cui Roberto Vannacci interpreta la politica: un campo da occupare, ordinare e dividere tra amici e nemici.

Rastrellamenti, truppe e remigrazione: Vannacci porta la guerra dentro la politica
Una parola può essere un incidente. Quando le parole formano un sistema, diventano invece un progetto politico.

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Prima vengono le parole. Soltanto dopo arrivano le decisioni, le leggi e gli atti di governo. Per questo l’affermazione pronunciata da Roberto Vannacci presentando il generale dei Carabinieri Carmelo Burgio come candidato sindaco di Milano non può essere archiviata come l’ennesima provocazione destinata a consumarsi nello spazio di qualche titolo.

«Se gli chiedessimo di rastrellare Rogoredo, saprebbe come farlo», ha detto il leader di Futuro Nazionale. Rogoredo è un luogo reale, attraversato da problemi reali: spaccio, marginalità, insicurezza, dipendenze. Ma proprio la gravità di quella situazione imporrebbe alla politica parole precise, responsabilità amministrative e soluzioni praticabili. Il “rastrellamento” appartiene invece a un’altra grammatica.

Non descrive un intervento sociale, un’operazione di polizia o un piano di recupero urbano. Trasforma un quartiere in territorio ostile e le persone che lo abitano in presenze da individuare, separare e rimuovere.

“Rastrellare” non è sinonimo di mettere in sicurezza

Nel linguaggio tecnico militare il rastrellamento indica un’operazione sistematica condotta su un territorio per scoprire, catturare o neutralizzare un avversario. Nella memoria italiana, però, la parola porta con sé un peso ancora più profondo: richiama le retate, le occupazioni e le operazioni condotte contro civili e partigiani durante il nazifascismo.

Pronunciarla a Milano, nei giorni in cui la città ricorda l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto 1944, significa inevitabilmente risvegliare quella memoria. Non perché ogni uso del termine equivalga automaticamente a un’apologia del passato, ma perché un dirigente politico non può fingere che le parole siano contenitori vuoti.

Vannacci conosce il significato di “rastrellamento” meglio di molti dei suoi critici. È stato un generale, ha guidato reparti, ha studiato strategia e operazioni militari. Sarebbe quindi poco convincente presentare la sua come una semplice ingenuità lessicale. La scelta appare deliberata: una parola estrema provoca, polarizza e costringe tutti gli altri a discutere nel perimetro stabilito da chi l’ha pronunciata.

La remigrazione e l’eleganza dell’eufemismo

Lo stesso meccanismo si ritrova nella parola “remigrazione”, ormai collocata al centro dell’identità politica di Futuro Nazionale. Non è propriamente un termine militare. È qualcosa di più sofisticato: un eufemismo capace di presentare come un ordinato movimento di ritorno ciò che, nella sua applicazione concreta, richiederebbe di stabilire chi debba partire, con quale procedura, verso quale Paese e sulla base di quale legge.

È una parola levigata, quasi burocratica. Non mostra famiglie, permessi di soggiorno, cittadinanze, ricorsi o diritti individuali. Cancella le persone e lascia sulla pagina soltanto un flusso da invertire.

Vannacci ne ha compreso soprattutto la forza politica. Alla nascita del suo partito ha rivendicato che prima la parola non si potesse neppure pronunciare e che ora la discussione riguardasse la possibilità di tradurla in pratica. È il classico spostamento della frontiera del dicibile: prima si introduce un termine, poi lo si ripete, infine lo si trasforma in una proposta apparentemente ordinaria.

La sua prima vittoria, dunque, non consiste nell’avere realizzato la remigrazione. Consiste nell’avere obbligato avversari, giornali e televisioni a ripeterne continuamente il nome.

Il comando prende il posto della mediazione

Attorno a queste parole si dispone un intero immaginario. Ci sono la “forza” e la “fede”, la “sporca dozzina”, i “figli di nessuno”, la “feccia” rivendicata con orgoglio, fino alla promessa: «Il resto lo conquisteremo da soli».

Non si tratta di singole espressioni raccolte casualmente. Formano una comunità politica concepita come un reparto: compatta, disciplinata, legata al capo, cementata dalla sensazione di essere circondata da avversari e traditori. Chi aderisce non è semplicemente un elettore: diventa parte di una minoranza combattente incaricata di riconquistare una nazione che sarebbe stata sottratta ai suoi legittimi proprietari.

È qui che la biografia militare di Vannacci cessa di essere soltanto un elemento del curriculum e diventa uno strumento politico. L’ex generale non sembra avere dimenticato di essere entrato nelle istituzioni civili. Al contrario, utilizza consapevolmente il prestigio del comando per offrire una risposta semplice a una società impaurita e disorientata: qualcuno impartisce l’ordine, qualcuno lo esegue e qualcun altro viene indicato come ostacolo.

La democrazia, tuttavia, funziona in maniera opposta. Deve governare anche chi non ha votato per la maggioranza, riconoscere diritti a chi è impopolare e cercare soluzioni che resistano alle leggi, ai tribunali e alla complessità della vita reale. Il comandante può indicare un obiettivo. Il politico deve spiegare anche il limite entro il quale intende raggiungerlo.

Quando i cittadini diventano territorio

Il problema del linguaggio bellico non è una questione di galateo istituzionale. Le parole militari modificano il modo in cui viene rappresentata la società. Se esiste un territorio da rastrellare, qualcuno finirà per essere trattato come una presenza sospetta. Se esiste una nazione da riconquistare, qualcuno dovrà avere il ruolo dell’occupante. Se la politica diventa una guerra, il dissenso non sarà più una posizione legittima ma un cedimento, un tradimento o una diserzione.

Questo non significa negare i problemi sui quali Vannacci costruisce il proprio consenso. La sicurezza nelle periferie, il controllo dell’immigrazione e la capacità dello Stato di far rispettare le regole sono questioni che la politica ha spesso affrontato male, oppure ha abbandonato alla retorica. È proprio quel vuoto a rendere efficace la lingua del generale.

Ma riconoscere un problema non significa accettare qualsiasi vocabolario utilizzato per raccontarlo. Le parole non offrono soltanto una descrizione: contengono già una soluzione. “Rastrellare” suggerisce la forza. “Remigrare” nasconde la coercizione. “Conquistare” presuppone un nemico.

La battaglia decisiva è sul significato delle parole

La risposta più utile a Vannacci non è vietargli di parlare e neppure limitarsi all’indignazione. Ogni censura gli consentirebbe di presentarsi come vittima di un sistema impaurito. Occorre invece fare l’operazione inversa: tradurre il suo vocabolario.

Chi dovrebbe essere coinvolto nella remigrazione? Anche cittadini italiani? In base a quali criteri? Che cosa significherebbe concretamente rastrellare Rogoredo? Quali poteri verrebbero attribuiti alle forze dell’ordine? Quali garanzie resterebbero ai cittadini fermati? Quale confine separerebbe il ripristino della legalità dall’arbitrio?

Togliere l’uniforme alle parole significa riportarle davanti alle conseguenze che cercano di nascondere.

Vannacci non è più un generale in servizio, ma chiede alla politica di continuare a riconoscerlo come tale. È questa la sostanza della sua proposta prima ancora del programma: un Parlamento immaginato come un comando, i sostenitori trasformati in truppe e il Paese descritto come una zona da pacificare.

Ma un voto non è un arruolamento. Un cittadino non è un soldato. E una democrazia, anche quando deve difendersi, non può cominciare a parlare come se fosse già in guerra.

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Credito foto: Frame dal video canale de Il Fatto Quotidiano/YouTube

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Rossano Matarazzo

Project Manager Rotonotizie - Editore Worldcoast -

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